Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Viviamo in tempi terribili e allucinanti, e no, non mi riferisco solo al fatto che i propri tweet e post sui social possano diventare di tendenza a nostra insaputa nel giro di pochi minuti rovinandoci la vita, alla prospettiva dell’annichilimento ambientale o che ci sia effettivamente gente che considera i carlini dei cani meravigliosi. La presunta battaglia fra boomers e millennials è uno degli ultimi prodotti di una cultura che pone persone e generazioni gli uni contro gli altri, quando i problemi sistemici attuali che affliggono la società e il mondo interessano tutti, e da tutti quindi andrebbero affrontati. Ovvio che ci sia anche una percentuale di cazzeggio e di aspetto ludico in questa faccenda dei boomers contro i millennials e viceversa; così come anche è giusto che le nuove generazioni cerchino di rimarcare le differenze da quelle passate per ricercare una propria identità. Ma a mio avviso tutta la questione è un po’ sfuggita di mano, amplificata, rinforzata e diffusa come al solito dai media, social in primis. Si dimentica che c’è del buono e del cattivo in entrambe le categorie: non serve a niente sparare frasi fatte del tipo “i giovani di oggi sono pigri, senza valori e abituati ad avere tutto e subito” se poi proprio tu, boomer, rimani attaccato come una cozza ai tuoi privilegi (magari immeritati) ed hai instillato nei tuoi figli (millennials, guarda caso) il culto del consumismo e dell’edonismo per poter fare bella figura in società; così come non serve altrettanto a nulla deridere gli stessi boomers accusandoli di essere insensibili, egoisti e dalla mentalità chiusa, se poi te, millennial, preferisci fare la parte della vittima sui social senza invece organizzarti, protestare e combattere contro ciò che ritieni che non vada bene.

Insomma, il problema come al solito è fare di tutta l’erba un fascio, quando invece razionalità vorrebbe che ci fosse un minimo di discrimine per meglio comprendere fenomeni, situazioni ed eventi. Ma siamo tutti stanchi, magari poveri come la merda ed anche alquanto incazzati, e fa sempre comodo prendersela con gli altri per tutto ciò che non va nella nostra vita. E poi sappiamo bene che le analisi sociologiche non funzionano nell’odierna epoca della (mancata) comunicazione, di certo non attirano like e condivisioni quanto invece potrebbero fare una frasetta ad effetto o un memimo creati per ricevere attenzioni dalla propria cerchia sociale.

Tutto questo inutile panegirico per ricordare un altro aspetto a mio avviso interessante: la dissonanza cognitiva tramite la quale l’industria culturale cerca di farci vivere vite non nostre riesumando prodotti culturali del passato, dalla musica al cinema, dalla moda alla letteratura, soprattutto quelli degli anni ’70/’80/’90 (e si iniziano a riciclare pure i primi anni 2000). Parlo di dissonanza perché da una parte si alimenta l’insensata guerra “Boomers vs Millennials” dove le due parti in causa cercano di prendere le distanze le une dalle altre; nello stesso tempo però si fa di tutto per rievocare un passato mitico – anzi, mitizzato – sbattendo in faccia alle generazioni contemporanee mondi che non appartengono a loro (ma che ben infiocchettati e venduti possono sempre far presa, vedi un caso clamoroso come Stranger Things) ed impedendo quindi all’immaginario collettivo di assumere nuove ed imprevedibili forme. Eppure di roba nuova da raccontare ce ne sarebbe a bizzeffe, solo che all’industria culturale contemporanea interessa solo tirare a campare e mantenere in piedi l’intero baraccone, e quindi giù di remake, reboot, revival, rifacimenti, riesumazioni, citazioni e via dicendo. Un millennials o un appartenente alla Generazione Z che fa binge watching su Stranger Things o sull’ennesima serie con ambientazione anni ’90 non suona un po’ strano? O il fatto che un pezzo come Running Up That Hill (A Deal with God) ritorni in classifica dopo ben trentasette anni? Fa ovviamente molto piacere che un’artista enorme come Kate Bush faccia di nuovo parlare di sé, ma nello stesso tempo è impossibile non notare come almeno negli ultimi dieci anni la retromania abbia quasi completamente dominato il panorama culturale odierno. L’ambito musicale mainstream è stato particolarmente interessato dal revivalismo. I Maneskin, sotto questo punto di vista, sono il prodotto perfetto perché riescono a capitalizzare sia la nostalgia dei boomers, coprendo con la loro musica e l’immaginario di riferimento un periodo molto vasto che va dai ’70 ai primi anni ’90, e sia la voglia di melodie facili del pubblico generalista e che ammiccano ai gusti dei millennials.

Kate Bush che mira ad un assegno a sei zeri dopo essere finita in Stranger Things


Avevamo davvero bisogno del ritorno di Avril Lavigne (mentre lo scrivo stento a crederci io stesso…), una quasi quarantenne che gioca ancora a fare l’adolescente come all’epoca di Sk8ter Boi? E che dire di ritrovati bellici che sembravano ormai sepolti dal tempo come i Gazosa? Tutte queste operazioni commerciali giocano sull’effetto nostalgia perché è molto più facile promuovere ciò che già si conosce invece che puntare e rischiare su nomi nuovi e freschi. CEO e presidenti di compagnie quotate in borsa blaterano sull’importanza di investire per offrire ai consumatori prodotti di qualità, quando invece la realtà è solo una: fare cassa. Zero coraggio, zero rischio, zero opportunità. Con effetti alla fine paradossali e con un generale impoverimento per le masse e per chi davvero tiene alla musica di qualità, la quale viene relegata giorno dopo giorno nei circoli underground.

Le attuali generazioni vivono immersi quindi in questa dissonanza – attrazione che diventa feticizzazione per i prodotti musicali del passato, rifiuto di una buona parte di quella visione del mondo plasmata dagli ultimi sessant’anni. Ovviamente l’attrazione non è verso tutta la musica del passato (sarebbe alquanto strano) ma solo verso ciò che meglio può essere riadattato al presente vissuto da millennials e Gen Z. Per questo Rolling Stones può buttare giù un articolo in cui fa un elenco di alcuni dischi amati dai boomers ma ignorati dai millennials. Il titolo è chiaro: “40 album amati dai baby boomers e sconosciuti ai millennials”. L’accento, come spesso accade, è sulla presunta ignoranza musicale delle nuove generazioni verso ciò che concerne le vecchie. Assai raramente avviene il contrario. Perché non ci si domanda se anche i boomers conoscono i dischi che piacciono ai millennials? Perché il passato deve essere sempre considerato più importante del presente? Mi sembra che lo snobbismo musicale sia più marcato nelle vecchie generazioni anziché nelle nuove. Musicalmente parlando, boomers e Generazione X hanno fra loro molto più in comune che con millennials e Gen Z – c’è molta più “affinità” fra Led Zeppelin e Nirvana che fra Marilyn Manson e Billie Eilish – ma questo non giustifica il fatto che ancora oggi debba persistere una certa idea di superiorità culturale del passato musicale nei confronti del presente. Forse è anche per questo che il revivalismo è una corrente molto forte nell’industria musicale odierna: il mito di un’età dell’oro che bisogna continuamente alimentare e tenere ben salda di fronte ai nostri occhi. Bisognerebbe invece andare al di là di queste inutili contrasti: ne guadagneremmo tutti, vecchie e nuove generazioni, perché di musica interessante, capace di aprire mondi sonori inimmaginabili, ce n’è ancora tantissima.
Cinquant’anni fa come l’anno scorso.

Mi permetto allora di provare a stilare alcuni dei dischi amati dai millennials e che, forse, le vecchie generazioni non conoscono. Ho lasciato fuori i nomi grossi – Radiohead, Beyoncé, Kanye West fra i tanti, giusto per capirci, anche se ho voluto includere Billie Eilish perché giovanissima e ancora con tanto potenziale da sfruttare – prediligendo nomi di culto ma che hanno lasciato comunque la loro impronta negli ultimi vent’anni di musica. Inutile dire che è una lista estremamente parziale (e che magari aggiornerò, chi lo sa). I boomers ne facciano quello che vogliono: magari scopriranno che ci sono molti più punti in comune con i loro gusti che differenze.

Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000)

MF Doom – Madvillainy (2004)

Gorillaz – Demon Days (2005)

M.I.A. – Arular (2005)

Burial – Untrue (2007)

Sunn O))) – Monoliths & Dimensions (2009)

Flying Lotus –
Cosmogramma (2010)

Xiu Xiu – Dear God, I Hate Myself (2010)

Bon Iver – Bon Iver (2011)

Death Grips – The Money Store (2012)

Frank Ocean – Channel Orange (2012)

Arca – Mutant (2015)

Tyler, The Creator – Cherry Bomb (2015)

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (2018)

JPEG Mafia – Veteran (2018)

FKA Twigs – Magdalene (2019)

Poppy – I Disagree (2020)

Billie Eilish – Happier Than Ever (2021)

Ribelle come un rospo

E quindi, piccolo uomo, vuoi fare il ribelle eh? Ti piace giocare duro, andarci giù pesante, andare controcorrente, lanciare accuse, condanne, sputare su tutto e tutti perché pensi che il mondo ancora non è pronto per cotanta magnificenza. La società – L A S O C I E T A’ – è riprovevole, con tutte quelle regole e quelle leggi alle quali fare attenzione, mamma mia che schifo, che orrore, che squallore! No, non è roba per te, non vuoi farti sottomettere, tu, Don Chisciotte senza macchia e senza paura, vai contro tutto e tutti incurante delle possibili conseguenze perché sai – lo senti profondamente! – di essere nel giusto. Spezzi le catene, fuggi dalle reti, ti sbarazzi dei lacci che continuamente gli altri ti lanciano addosso perché hanno paura di te – questo tu lo sai bene! – non sopportando che una persona possa ribellarsi innalzandosi al di sopra dell’orizzonte piatto della loro esistenza. Che vita grigia e monotona quella altrui! Ma lo usano il cervello? Certo che no, che domande. Tu, invece, sei più furbo di tutti. Oh si, tu hai capito tutto… tu sai come non farti fregare dalla S O C I E T A’.
Tu sai come va il mondo. È il mondo che ancora non ha capito come dover fare i conti con te.

Ok Rambo, ora siediti però, ho qualcosa da dirti. Ti rivelerò un segreto, e voglio la tua massima attenzione.

Sei un rospo.
Un grosso, viscido, bavoso rospo. E sei pure velenoso, ed è per questo che nessuno si avvicina a te. Non perché la gente ti teme e ti rispetta… no, semplicemente perché fai schifo e sei pericoloso.

Fra l’altro puzzi.
Tutto il giorno a rigirarti nella merda e nel fango, cosa pretendi? Te ne stai lì a gracidare contro tutto e tutti, senza muovere un muscolo perché letteralmente non sai che pesci pigliare. E quindi gracidi, gracidi e gracidi dalla tua piccola tana di fango e merda. Da quando poi ti hanno dato i social, gracidi ancora di più e più forte, un giorno si e l’altro pure. Sei un vero ribelle.

Ogni tanto cerchi di fare la voce grossa – ma attenzione! – solo con le ranocchie più piccole: davanti a loro ti gonfi tutto, e per un attimo ti sembra di essere potente. Sbraiti contro la moglie, la fidanzata, i figli, il vicino, il cane del vicino, la cassiera, il parcheggiatore abusivo, i social sui social, l’amministratore del condominio, il sindaco, il governo, lo Stato. L A S O C I E T A’. Di recente sei riuscito anche nella ragguardevole impresa di gracidare contro delle semplici mascherine e i vaccini, e ti dai pure le pacche sulle spalle per questo, piccolo rospo. Tutti colpevoli, tutti inetti, tutti nemici. Cazzo, nessuno ti dice come vivere! Sei tu il padrone, qui! Neanche tua madre si azzarderebbe a comandarti… bé, oddio, alla mamma non riesci proprio a ribellarti, la mamma è sempre la mamma, per lei sarai sempre il suo bel rospetto.

Se non esiste qualcosa di reale contro cui gracidare, no problem, te lo inventi di sana pianta, e via di nuovo in pista! Hai una grande immaginazione, rospetto. Te la prendi con la pioggia quando vuoi il sole e con il sole quando vuoi la pioggia. E quanto vorresti prendere a pugni qualcuno! Ma non lo fai, perché sarai anche un patetico infame opportunista ma mica scemo. I rischi li corri ma solo quando ti conviene.

Qual è il problema? Il fatto è che hai ricevuto troppe attenzioni o troppo poche, piccolo rospo. Nel migliore dei casi sei un egocentrico, nel peggiore un narcisista che s’immagina re dei rospi.
Un re dei rospi che, tutto gonfio, si guarda allo specchio e si spaventa della sua stessa immagine. Zampetti via, scivolando e incespicando, fino a quando non ti senti di nuovo al sicuro nella tua piccola tana di fango e merda. I tuoi piccoli occhietti tondi sbucano timidamente dall’oscurità.

Ave, grande re dei rospi!

Playlist your (awful) life

Le playlist dominano le nostre vite di ascoltatori. Sono ovunque e ce ne sono di qualsiasi tipo: viaggi (in montagna, al mare, in pianura, in campagna, in collina, nello spazio); sport (palestra, arrampicata, trekking, corsa, salto coi sacchi); eventi (matrimoni, compleanni, anniversari, lauree, funerali, quella rimpatriata del liceo che volevate a tutti i costi evitare); mezzi di locomozione (auto, aereo, barca, bicicletta, a piedi, skate, monopattino, triciclo, aliante, tappeto volante); attività quotidiane (respirare, cucinare, scopare, fare il bucato, meditare, lavarsi, studiare, scrivere, leggere, pregare, dormire, rubare, uccidere, portare fuori il cane a pisciare, pestare un merdone puzzolente). Su Spotify ce n’è una dedicata al Ramadan. Per non parlare di quelle dedicate agli umori e alle sensazioni del momento, potenzialmente infinite.

Quelle delle playlist è una moda che ha preso piedi ormai da una decina d’anni, e portata alla ribalta proprio con la diffusione e l’uso sempre più massiccio dei servizi di streaming musicali. A mio avviso, la differenza principale rispetto alle più classiche compilation è che oggi le playlist tendono ad essere sempre più circoscritte: c’è una playlist per qualsiasi cosa. E non si parte tanto dalla musica – la classica compilation di brani preferiti da sparare in macchina, ad esempio – bensì dall’ascoltatore, cioè dall’individuo e dalle sue emozioni, sensazioni, esigenze ed attività particolari. Per quanto ne sia riuscito a capire, al centro della playlist, quindi, c’è l’Io che determina che flusso dare alla musica e la adatta di volta in volta.
Ad una prima occhiata, non sembrerebbe niente di nuovo rispetto alle compilation che si buttavano giù un tempo per rendere più piacevole una qualsiasi attività, tipo appunto un tragitto in auto. Cosa succede però quando la pratica della playlist diviene il modo predominante (soprattutto fra i giovanissimi) per usufruire ed interagire con il linguaggio musicale? Cosa succede quando le piattaforme di streaming ormai alla portata di tutti, appassionati o meno, sfruttano il mezzo della playlist per i loro modelli di business, producendone sempre di nuove e promuovendone il consumo?

Succede che l’esperienza d’ascolto diventa frammentata, oltre che estremamente soggettiva. Credo che la tendenza, per ora non predominante, a puntare più sui singoli o su uscite considerate “minori” (tipo gli Ep di tre o quattro tracce) mettendo in secondo piano l’organicità degli album, sia coincisa nell’ultimo decennio circa con il prepotente emergere delle playlist. È visto come normalizzato l’atto di estrapolare una qualsiasi canzone da un album di 40 minuti e piazzarla in una playlist con altre centinaia di brani che con quel pezzo non hanno nulla a che fare; una cosa del genere, anche solo 20 o 25 anni fa, non sarebbe stata concepibile nell’ambiente mainstream. Questo è stato possibile proprio perché abbiamo accumulato così tanta musica di ogni tipo, di ogni genere, stile, provenienza e tematica che la nostra esperienza è simile a quella della torre di Babele o ad una specie di borgesiano labirinto musicale, una collezione continuamente in espansione che sfugge al nostro controllo e che cresce per inerzia secondo logiche sconosciute. O conosciute solo agli imponderabili algoritmi, i guardiani ai cancelli del regno virtuale che ci mostrano solo la punta dell’iceberg, nascondendoci per lo più quell’intero universo di musica che continua inesorabilmente a svilupparsi.

Succede anche che la musica ascoltata diventa mero oggetto di sottofondo, utile ad accompagnare ogni nostra attività quotidiana. Non si ascolta un brano per la voglia di ascoltare musica in sé: lo si fa perché esso in quel momento svolge un ruolo, ha una funzione determinata dal nostro mood o da ciò che stiamo facendo. Una volta che una playlist finisce, rimane ben poco, se non nulla; l’ascolto non ha conseguenze, non se ne esce diversi, e questo per il semplice fatto che una volta espletata la nostra attività, la musica cessa con essa. Effettivamente, se le cose stanno in questo modo, sarebbe improprio parlare anche di ascolto vero e proprio; è più un sentire, percepire suoni e ritmi deprivati del loro senso e ricomposti secondo il senso che essi assumono per noi. Tengo a sottolineare che non c’è niente di male in questo: si ascolta musica anche solo perché essa fa “compagnia” (mia nonna accendeva la tv non per guardare qualcosa ma perché il vociare ininterrotto dei programmi e della pubblicità le tenevano compagnia), per riempire il silenzio che magari rischierebbe di essere opprimente ed angosciate, per sentirsi meno soli. Perché una parte di noi sa che se mettiamo su un brano, allora tutto ciò che stiamo percependo o facendo in quel momento viene amplificato alla massima potenza, per dargli una forma ben specifica. Una che sia pienamente, irrimediabilmente nostra.

Nulla, assolutamente nulla di sbagliato in ciò. Lo facciamo tutti. Non posso però smettere di farmi la stessa domanda: cosa succede quando questo processo diviene predominante e diffuso su scala globale?

I colossi dello streaming vogliono convincerci che ogni momento è buono per mettere su una playlist: per perdere il contatto con il presente, per rivivere vite passate o per non pensare. In sostanza, per rinchiuderci nella nostra piccola bolla fatta a nostra immagine e somiglianza. Dove niente può farci male, niente può entrare o uscire se non siamo noi a deciderlo. Dove la musica è, alla fine, il vero intruso. E quale miglior momento se non durante una pandemia globale dove i rapporti non virtuali sono estremamente limitati? Spotify, Apple Music e compagnia streaming vogliono convincerci che abbellire in questo modo le nostre vite può renderle più sopportabili, ma chi te lo fa fare a sbatterti per scoprire musica nuova, musica un filo più complessa di quello che passa per la maggiore, guarda qua piuttosto, manda giù questa playlist nuova di zecca, tieni, chiudi gli occhi e passa tutto… Oltre al binge watching abbiamo anche il binge listening.

La vita si sta facendo giorno dopo giorno sempre più assurda, difficile, contorta, improbabile, impossibile. O forse lo è sempre stata ed è semplicemente una questione di prospettive, di tempistiche, di accortezze. Di saper annusare l’aria intorno come fanno i cani. Ci saranno abbastanza playlist per accompagnare questi momenti? E siamo sicuri di voler dare loro un suono? Di renderli reali? Chi vincerà fra l’algoritmo e l’imprevedibile?

Questa è la prima di una serie di playlist completamente inutili. Proprio come le nostre vite.
Playlist your life… and the rest will follow.

Per ascoltare tutti i brani nella loro interezza si suggerisce di aprire la playlist su Spotify, da pc o da cellulare.

Surfare sull’arcobaleno con i Guerilla Toss per sentirsi vivi

Si parlava di prog qualche tempo fa (qui e in parte anche qui), della sua innata apertura verso la sperimentazione e di come questa attitudine sia diventata nel tempo il principale lascito del genere per le successive generazioni future di musicisti. Parlare di progressive rock in senso stretto nel 2022 può suonare anacronistico, ma farlo in senso lato, cioè appunto di “attitudine a la prog rock“, non tanto. Quest’attitudine è viva e vegeta in una marea di gruppi contemporanei: uno di questi sono i newyorkesi Guerilla Toss. Ieri sera li ho visti suonare in città, ed è stato un concerto estremamente carico e coinvolgente, dove il ballo si è mischiato al pogo, il canto alle urla, i synth multicolore alle chitarre slabbrate, l’analogico al digitale.
Il trio (accompagnato dal vivo da basso e tastiere) è reduce dalla pubblicazione del quinto album Famously Alive, un ulteriore passo verso quella rotondità sonora e stilistica avviata dal precedente Twisted Crystal e che non fa altro che smussare gli angoli più appuntiti della loro proposta, rendendola potenzialmente più appetibile ad un pubblico più ampio (per di più è uscito per Sub Pop, quindi gli hipster alla Pitchfork e che vanno al Coachella non avranno problemi ad approcciarsi a loro).
Chiaro che la psichedelia più acida trasmutata direttamente da gente come The Flaming Lips tiene insieme il tutto; quella strana sensazione di essere immersi in una gigantesca bolla multicolore che pervade le narici con fumi lisergici è sempre presente, se non più accentuato, solo che sui pezzi di Famously Alive si innesta una ricerca della melodia prettamente pop molto più marcata. Dal vivo, infatti, pezzi come la title track – che ha aperto il concerto, e non poteva essere altrimenti – Live Exponential e Cannibal Capital fanno subito presa (lo fanno su disco, figuriamoci dal vivo dove tutto è ancor più amplificato!). Non ne parliamo poi di un pezzo come Wild Fantasy, per il quale è impossibile tenere fermi sia testa che culo e che dal vivo, invece, diventa una cavalcata krautrock lanciata a velocità supersonica a bordo del gatto Nyan su un arcobaleno cosmico. Insomma, chiaro no? Se avete voglia di un buon trip, Famously Alive fa proprio al caso vostro.

A dispetto di un un inizio un po’ in sordina e di alcuni trascurabili problemi sul palco, i Guerilla Toss hanno semplicemente spaccato, suonando compatti e puliti. Dal vivo esce fuori tutta la loro tecnica, e cazzo! ci si rende subito conto di avere di fronte musicisti di un certo calibro, principalmente batterista e chitarrista, ma soprattutto il batterista, Peter Negroponte, motore della band dal tocco funk e jazz, ma che non disdegna qualche legnata ben assestata quando il pezzo lo richiede.
Le legnate, già! Non sono mancate neanche quelle, e quanto più la scaletta si è avvicinata alla sua conclusione, tanto più i Guerilla Toss hanno spinto sull’acceleratore con schizzate pazze punk e deliri funk che rimandavano direttamente alla prima parte della loro carriera (a quel disco incredibile di Eraser Stargazer, che sempre sia benedetto!). L’equilibrismo dato fra la pesantezza della sezione ritmica e la leggerezza data dall’intreccio chitarra/voce/synth è una delle qualità più interessanti dei concerti dei Guerilla Toss e che nella loro discografia può essere carpita solo a spizzichi e bocconi, un pezzo lì e un altro qui, per poi dover ricostruire il tutto nella propria mente. Dal vivo la band non si risparmia e spiattella tutti questi frammenti in faccia al pubblico, che non può far altro che apprezzare il sapore di questa space cake super cremosa.

Famously Alive è il disco più “pop” dei Guerilla Toss, l’album rifinito e curato di un gruppo ormai pienamente maturo e che sa di poter giocare con la propria musica come più gli aggrada; un disco, inoltre, scritto e concepito in piena pandemia ma che nonostante ciò parla di come sia necessario ricominciare a vivere e richiamare a raccolta tutte le proprie energie proprio per sentirsi “magnificamente vivi”. I loro concerti sembrano tramutare questa spinta vitale e rimangono ancora selvaggi, rumorosi, esagerati, nonché i luoghi dove è possibile ritrovare ancora oggi in controluce, fra una bolla acida e l’altra, quell’eredità psych/prog di fine anni ’60/primi anni ’70. Una fantasia scatenata, finalmente, e ve lo dice uno che non si faceva un concerto dal marzo 2020.


P.S. Per la cronaca, Grass Shack è uno dei pezzi più belli e pazzi degli ultimi dieci anni.

Quattro donne promettenti: l’urlo delle Otoboke Beaver sconvolge l’Occidente!

L’altro giorno ho visto Promising Young Woman (“Una donna promettente” il titolo italiano del film, e ci è andata bene che a sto giro si sono limitati a tradurre letteralmente il titolo e non a cambiarlo). Ero partito con le migliori intenzioni e con sincera curiosità ma… niente, non mi ha convinto del tutto, forse anche a causa dell’enorme risonanza che ha avuto in lungo e in largo (candidato pure agli Oscar come Miglior film, ha letteralmente fatto impazzire gli americani). Logica conseguenza: le aspettative erano state settate su un livello non altissimo, ma abbastanza alto. Intendiamoci, non è assolutamente un brutto film. A mio avviso, uno dei suoi punti più originali è proprio quello di aver spostato il punto di vista dalla vittima a chi le sta accanto, mostrando come un evento traumatico e violento come quello dello stupro possa coinvolgere emotivamente anche amici e familiari. La vendetta di Cassie Thomas, interpretata da una glaciale, malinconica e disillusa Carey Mulligan, diventa quindi più un’ossessione che un’effettiva ricerca di giustizia, che dominerà ogni aspetto della sua vita, anche quando tutto sembrerà essersi assestato per il meglio. Evidente anche la voglia di voler cercare una propria via rispetto agli stilemi delle classiche luride storie rape & revenge, evitando di sbattere lo stupro vero e proprio sullo schermo ma decidendo di mettere in scena una (purtroppo) vasta gamma di situazioni e atteggiamenti tossici e maschilisti – dal catcalling per strada al vero e proprio stupro di gruppo – che è difficile trovare esposti con altrettanta lucidità e in tutta la loro lampante meschinità in altri film simili. Insomma, non sarebbe affatto male se noi maschietti vedessimo questo film almeno per renderci conto di quanto siamo stronzi e, sotto sotto, molto deboli; per le femminucce di quanto sia necessario alzare la testa di fronte a certi comportamenti e abbattere definitivamente il muro di normalizzazione che circonda questi atteggiamenti per non esserne, consapevolmente o meno, complici.

Tutto bene quindi? Non esattamente, almeno dal mio punto di vista. Promising Young Woman rischia in più punti di diventare didascalico, talmente tanto assorbito dal suo obiettivo principale – denunciare il maschilismo tossico diffuso – che si dimentica di mettere in scena una storia che faccia davvero presa e che scuoti i nervi in qualche modo. Non aiuta nemmeno l’andatura erratica della sceneggiatura, che sbalza la protagonista da una situazione ad un’altra senza una reale soluzione di continuità, pretendendo tanti, troppi atti di fede dagli spettatori. Personalmente, trovo che il film eccelle sul lato comedy, e per due motivi: i dialoghi dominati dai botta e risposta – la scena in cui la protagonista sputa nel caffè di uno dei personaggi maschili principali il quale, consapevolmente, lo beve, è fantastica, prologo ai tira e molla della storia d’amore che occuperà la parte centrale del film e che risulterà la cosa più avvincente – e la sua patina caramellosa e dai colori pastello che fa molto “femminismo pop 2.0” (fondamentale in questo senso la colonna sonora composta da pezzi che vanno da Charlie XCX a Paris Hilton, mentre non pervenuto Anthony Willis, che firma una OST molto classica e molto alla Bernard Hermann, da thrillerone tutto archi e suspence, che sinceramente non trova presa nel film).


Il proverbiale asino casca invece sul lato puramente rape & revenge (il colpo di scena finale non mi ha fatto né caldo né freddo, l’ho trovato troppo prevedibile). Non so, cercare vendetta per lo stupro della propria migliore amica a colpi di parole e sensi di colpa anziché a colpi di katana come in Kill Bill? Ok, ci può stare; il punto è che in Promising Young Woman questo meccanismo rischia di appiattire il tutto e di non essere pienamente efficace.

Mentre guardavo Promising Young Woman avvicinandomi ormai alla fine della storia, ecco all’improvviso un pensiero: e se all’improvviso sbucassero le Otoboke Beaver?


Visto il video? No, perché è tutto lì: la musica, quel misto di hardcore punk e schizofrenia alla Melt Banana; la japponesità; la follia; l’attitudine bad ass e caciarona. Itekoma Hits, il loro secondo album del 2019, ha diffuso il loro nome presso il pubblico occidentale prendendolo a nunchaku in faccia come Bruce Lee: semplicemente un mina vagante, e non si tratta solo di riff e volume, ma anche di un approccio al songwriting più imprevedibile, differenziato, dissonante, che graffia sulla pelle e lascia disorientati. Come la protagonista di Promising Young Woman, le Otoboke Beaver smerdano e mettono alla berlina quei comportamenti arroganti e maschilisti di certi uomini sicuri di poter fare il cazzo che vogliono con l’altro sesso. La differenza però risiede nell’attitudine: le Otoboke Beaver tirano calci nei coglioni e si sbellicano dalle risate mentre ti contorci dal dolore. Roba più vicina a Tura Satana e a “Faster, Pussycat, Kill! Kill!”

E se non è chiaro, le quattro giapponesi lo dicono chiaro e tondo con questo pezzo uscito due anni fa e che farà parte del prossimo disco in uscita a maggio, Super Champon: I AM NOT MATERNAL! Un titolo che suona come un manifesto di intenti.
Ribadiamo il concetto e alziamo il volume.


Veloce, sfrontata, colorata e rumorosa: la musica delle quattro Otoboke Beaver è fatta apposta per dare fastidio, è il suono di quelle donne che se ne strafottono di ciò che c’è intorno e tirano dritto per la loro strada. Amiche, sorelle, complici, sicure di poter contare le une sulle altre, la loro è vera “sorellanza” e autentico supporto (nelle foto sui social sembrano delle adolescenti qualsiasi che si divertono in giro, non certo delle rockstar o dei punkettoni incazzati). Nella loro musica c’è l’abbattimento di ogni filtro, ideologico o mediatico finalizzato per darsi un tono: zero cazzate, zero moine, puro e semplice divertimento, finanche infantile, nel senso più puro del termine, perché è al di là del bene e del male.
Per questo donne e musiciste come le Otoboke Beaver possono far paura: perché sono animali incontrollabili, liberi e selvaggi, che gli uomini fanno fatica a tenere a bada con le loro manie di controllo e sottomissione. Il punk delle giapponesi è femminismo combattivo puro; magari pure inconsapevole, ma proprio per questo efficacissimo e pericolosissimo.

Non hanno bisogno di chiedere il fuoco a nessun altro, fieramente lo rubano da sé.

In Promising Young Woman possiamo ritrovare le Otoboke Beaver quando Cassie rompe a colpi di mazza la macchina dell’automobilista molesto fermatosi apposta per insultarla; nello sguardo non curante della protagonista nella succitata scena dello sputo nella tazza di caffè; quando Cassie, a piedi nuda e sicura di sé, fissa senza dire una parola un gruppetto di operai che le rivolgono per strada attenzioni indesiderate, costretti poi ad abbassare intimoriti lo sguardo (altra sequenza memorabile); nella profonda e dolorosa amicizia che la lega alla sua amica Nina, vittima di stupro, per la quale rischierà di sacrificare tutto, anche la sua stessa vita.

Abbiamo tutti e tutte bisogno di donne promettenti di questo tipo.

Radio a Sonagli – Marzo 2022

Partiamo dal principio, dal titolo: non mi convince molto, anzi direi che “Radio a Sonagli” mi convince solo a metà. Mi dovete scusare ma oggi, mentre stavo guidando imbottigliato nel traffico nel tentativo disperato di tornare a casa dopo il lavoro, la mia mente stanca e altrettanto imbottigliata non è riuscita a partorire niente di meglio. Ma quindi cos’è “Radio a Sonagli”? Ah non lo so, non chiedetelo a me! Chiamarla rubrica mi suona troppo pretenzioso. Il suo scopo, però, quello si mi è chiaro: condividere gli ascolti mensili pubblicando una lista alla fine di ogni mese (il 30, il 31 o comunque giù di lì, si potrà sforare di un paio di giorni, ci vuole tolleranza in queste cose, lo sapete, soprattutto per un tipo come me allergico alle scadenze). Uno spazio, quindi, per tirare un po’ le somme e tenere delle tracce, una specie di aperta e chiusa parentesi nel fluire degli ascolti, che spesso diventan fiume incontrollato che rischia di sommergere ogni cosa, pure il piacere dell’ascolto.
Ad aiutarmi ci sarà Topster, ottimo per tirare giù questo tipo di elenchi (con tanto di copertine degli album, non è una cosa super carinissima e molto nerd?), se non lo conoscete vi suggerisco caldamente di farci un giro.

Ci stiamo ancora chiedendo perché questa cosa? Boh, merito del troppo tempo passato incolonnato nel traffico, probabilmente. Il fatto che mi sembri un’operazione divertente e un modo per condividere i miei ascolti con altri appassionati credo che possano bastare e avanzare come valide motivazioni. E poi sto blog va riempito con qualcosa, no? A parte tutto, la condivisione è ciò che sta alla base di RaS, nella speranza di avviare uno scambio di idee ed opinioni fra amanti della musica, ricevendo magari suggerimenti per ulteriori ascolti. E poi c’è un altro aspetto da considerare, un valore aggiunto non indifferente: come accennato, spero di riuscire a tenere traccia della roba che ascolto. Prima non ci facevo caso ma negli ultimi tempi mi sono posto a più riprese la questione di quali percorsi i miei ascolti hanno intrapreso. So da dove essi “vengono”, posso tracciare la loro origine (ricordo ancora il primo CD acquistato, What’s the Story (Morning Glory) degli Oasis, un disco che mi ha introdotto in maniera molto soft nel reame del rock, l’allora via privilegiata per il me adolescente che si apprestava a scorazzare per le vaste e luminose praterie della musica come un cowboy), gli sviluppi avvenuti negli anni, le strade senza vie d’uscita e le differenti ramificazioni. E poi, ovviamente, durante diversi periodi della vita sono corrisposti diversi tipi di ascolti, come accade tuttora e come succede a tantissimi.
In questo momento della mia vita (quale momento? che significa questo termine? dove e inizia e dove finisce, se mai finisce questo fantomatico momento? Quanta arbitrarietà che racchiude questa parola) sono arrivato ad un punto in cui riesco a percepire che la mia predisposizione all’ascolto è quanto più aperta possibile. Possono esserci dei periodi più o meno lunghi in cui magari mi concentro ad ascoltare poche cose perché in quel preciso istante ne ho bisogno, oppure perché voglio vedere come suona qualcosa che conosco a distanza di tempo (ed è successo proprio così per quanto riguarda alcuni dischi in questo elenco di Marzo). Ma ciò che sto ascoltando, per quanto un album o un artista mi abbiano potuto colpire, non diventerà mai esclusivo, bensì un trampolino per poi scoprire dell’altro, ciò che sta oltre quel tipo di musica. Per arrivare anche all’opposto di certe sonorità. Non mi ha mai attirato l’idea del gruppo preferito/artista preferito, non è mai stato realmente il mio modo di vivere la musica, da fan. Sarebbe stato come legarsi ad una sola persona per tutta la vita. La musica, invece, dà la possibilità di vivere in maniera libera ed aperta il nostro rapporto con essa; anzi, credo che per sua natura essa ci sproni quanto più possibile in questa direzione. Rispetto alle altre arti, parla direttamente alla parte più profonda di noi, quella che sfugge al nostro controllo, addentrandosi in luoghi imperscrutabili. Evoca realtà invisibili, eppure più reali del reale stesso. La musica è una cosa grande e spaventosa anche per questo. Personalmente, riuscire a mantenere questa apertura all’ascolto significa godere quanto più possibile di ciò che la musica ha da offrire; privarsene eleggendo un artista, un genere o una corrente al rango di “assoluto musicale” significherebbe rinunciare alla libertà di scegliere.

Ciò che salta subito agli occhi nell’elenco di Marzo è l’assenza di nuove uscite: il disco più recente è 777 – Cosmosophy dei Blut Aus Nord, uscito nel 2012. Non c’è una ragione precisa se non quella che durante i primi mesi dell’anno di solito ascolto ancora roba uscita durante l’anno precedente (ho una lista lunghissima che non riesco mai a smaltire), mentre aspetto che la roba nuova esca man mano per poi iniziare ad ascoltarla per bene più in là. E poi vale sempre la regola aurea number one: ascoltare il cazzo che ci pare, ed ascoltarlo bene. In questo senso, la presenza di tutti quei dischi progressive – Emerson, Lake & Palmer, Balletto di Bronzo, Genesis & co. – è stata dettata dal fatto che ho sentito la necessità di riascoltare un po’ di quei suoni vintage, forse per rievocare un periodo storico lontanissimo dalla mia generazione. Insomma, un tuffo nel passato, fatto tramite un genere, il prog, che riesce letteralmente a far viaggiare la mente grazie alla sua intrinseca capacità narrativa. La grande scoperta sono stati i Greenslade, il cui debutto del ’73 è una perla del genere grazie ad un mix atomico di prog intriso di funk e r’n’b, una formula che li differenzia da altre formazioni del genere di quel periodo. Valore aggiunto assolutamente non indifferente: in quel disco si possono ascoltare quelle che a mio parere sono le migliori linee di basso per un album prog, suonate da Tony Reeves, jazzista inglese prestato all’ambito rock, le cui dita non stanno MAI ferme. Semplicemente una meraviglia. Inoltre, sono arrivato alla conclusione che A Trick of the Tail è uno dei miei album preferiti dei Genesis, nonché il mio album post-Peter Gabriel preferito, stacce! Si percepisce che Wind & Wuthering inizia a virare verso altri lidi, quelli pop anni ’80, che a volte bisticciano con le costruzioni tipicamente progressive e sinfoniche. Eppure, il fascino di quel disco potrebbe risiedere proprio in questa dualità, nei suoni più rotondi e in un approccio complessivamente più accessibile per l’ascoltatore. Con l’addio di Gabriel, il gruppo inglese perde la sua maschera istrionica, e da folle giullare si trasforma in un musicista in giacca e cravatta, attento ad ogni minimo dettaglio e maniaco del controllo. Ognuno deciderà a seconda dei propri gusti se sia stato un bene o un male, ad ogni modo reputo Wind & Wuhtering un disco molto influente per il prog degli anni ’80.
Marzo è stato anche il mese della scomparsa di Mark Lanegan, e non ho potuto far altro che riascoltare almeno i suoi primi due album insieme agli Screaming Trees, che mi hanno letteralmente accompagnato per tutte queste settimane. Nonostante stiamo parlando di musica uscita circa trent’anni fa, The Winding Sheet e Whiskey for the Holy Ghost – il mio preferito del Lanegan solista – sono invecchiati molto bene come un buon whiskey. Il primo, a mio avviso, è il miglior esempio di un riuscitissimo mix fra sensibilità grunge ed essenzialità folk, che, anche se non completamente formato, mostra tutto il talento prematuro di Lanegan, talento che sboccerà compiutamente con il successivo Whiskey for the Holy Ghost e che permetterà al musicista di piazzarsi direttamente affianco al miglior Nick Cave e Tom Waits. Un’opera, quella del 1994 che, nonostante racconta il proprio inferno personale, riesce a descrivere quello di tutti.
Per amor di completismo, due dischi che sono sempre mancati all’appello sono stati Presence dei Led Zeppelin e Down on the Upside dei Soundgarden, due gruppi legati fra loro dalla stessa elettrica e tellurica energia, rispettivamente padri e figli (quest’ultimi più che legittimi) dagli esiti, in questo caso, assai differenti, visto che i figli sono riusciti a superare abbondantemente i padri. Presence, a parte un paio di episodi come Achilles Last Stand e Nobody’s Fault but Mine, mi ha dato l’idea di un gruppo ormai stanco e a fiato corto, la versione pallida e annoiata dei Led Zeppelin dei primi ’70, forse consapevoli della loro fine imminente. Il cambio di approccio, meno muscolare e deprivato dell’aspetto prettamente “hard” della loro musica, sarebbe potuto essere molto interessante e dagli esiti imprevedibili; il tutto però si risolve in un disco tutto sommato stanco, semplicemente ascoltabile ma con la pretesa – e qui risiede, secondo me, il problema alla base del disco – di riproporre pari pari gli stessi, soliti Zeppellin, cambiandone semplicemente la patina esteriore. Presence suona come un’occasione mancata, mettendo malamente fine a quella seconda fase della carriera del gruppo inglese che aveva portato alla nascita di due capolavori come Houses of the Holy e Physical Graffiti. (Nota a margine: mi sono sempre chiesto il perché di quella copertina, inusuale per una band come i Led Zeppelin. Mettendo insieme il titolo del disco, la disposizione circolare dei soggetti e il misterioso oggetto al centro del tavolo, sono arrivato alla conclusione che potrebbe riferirsi ad una sorta di seduta spiritica, evocazione o qualcosa del genere. Chi conosce l’interesse per la mitologia e l’esoterismo di Page e compagni, credo che non avrebbe problemi ad accogliere questa ipotesi).
Tutto il contrario invece per l’ultimo disco (prima della reunion) dei Soundgarden, un’opera capace a mio avviso di essere all’altezza di Superunknown e che affina ulteriormente, se possibile, le capacità di songwriting di Cornell e compagni. Down on the Upside ha solo la doppia sfiga di essere uscito dopo il disco di maggior successo commerciale della band di Seattle e di essere stato l’ultimo lascito prima dello scioglimento, andrebbe invece riscoperto e tenuto maggiormente in considerazione.

Il resto dell’elenco è tutta roba che ho voluto riascoltare per (ri)vedere l’effetto che fa a distanza di anni, e mi riferisco soprattutto ai Pink Floyd – The Division Bell è il loro album verso il quale provo maggiori sentimenti contrastanti, a tratti mi sembra un disco di Gilmour solista, mentre risulta molto buono Obscured by Clouds, vario e capace di anticipare un po’ di cose che si materializzeranno su The Dark Side of the Moon.
Il black metal dei Sargeist, Blut Aus Nord e Wolves in the Throne Room perché si, un po’ di violenza ci sta sempre, così come il jazz, ce lo devi infilare perché se no stai vivendo una vita di merda, e allora guardi la copertina di Miles Smiles e vedi Miles Davis che sorride compiaciuto, e quello ti trasmette tranquillità e un profondo senso di pace, e così pensi: “Ma quale altro disco jazz mi fa sentire così? Neanche la droga, guarda”. E continui a ridere e a sorridere.
Starsailor, Moondog e Y fanno parte di questa lista che ho deciso di seguire per scoprire cose che non conosco oppure per riascoltare con orecchie diverse roba che non ascolto da un sacco. Sono 500 dischi, se dopo un mese ne sono riuscito a riascoltare solo tre con i miei tempi finirò quando sarò in punto di morte…

Per chi invece ha più tempo e vuole ascoltarsi una traccia presa da ogni disco nella lista, ho fatto una apposita compilation su Spotify. Vedrò di farne una allegata ad ogni articolo di Radio a Sonagli, poi non dite che non vi penso!

1972-2022: Cinquant’anni di progressive rock, musica inattuale

Nel 1972 un giovane ventenne poteva svegliarsi la mattina, aprire la sua bella copia di Melody Maker o NME, scorrere il ditino sulle varie classifiche di vendita e trovarci, fra le altre cose, roba come Thick as a Brick dei Jethro Tull, Close to the Edge degli Yes e Caravanserai dei Santana. Niente male, eh? Ma tranquilli, non mi metterò a fare paragoni con la scena musicale attuale, sarebbe un giochino inutile e scontato – troppo diversi gli scenari, lontani anni luce gli uni dagli altri per orientamenti stilistici e gusti generali.
Di certo però si può affermare che il 1972 è stato uno degli anni in cui un nuovo sotto genere del rock, il progressive rock, ha raggiunto uno dei suoi maggiori picchi creativi più rappresentativi, riuscendo non solo a sgomitare facendosi largo nel nuovo panorama rock dell’epoca, ma anche ad imporsi come LA novità presso i giovani capelloni affamati di suoni inediti, pezzi dalla durata improponibile per le radio, canzoni che più che essere tali erano dei veri e propri viaggi sonici e contorsioni strumentali olimpioniche.
Non c’era più il sogno flower power degli hippies del decennio precedente, ma nonostante ciò la creatività era rimasta al potere; era come se negli anni ’70, musicalmente parlando, si fosse cercata comunque una via altra ma senza mai perdere il contatto con la realtà, anche quando questa risultava cinica e violenta. Anche quando si trasformò in un decennio di piombo.
A mio modesto avviso, anni ’60 e ’70 sono le due facce della stessa medaglia, complementari ma non opposte. Per molti, il risveglio dal sogno psichedelico nel quale erano stati cullati dalla summer of love fu per lo più traumatico: era il tempo di ritornare con i piedi per terra, senza più ingenuità e facili vie di fuga. Quel sogno collettivo era stato luminoso e puro, una danza condotta sotto qualsiasi cielo, per tutti. Ma come tutte le cose più intense, fu destinato a durare poco. Il decennio dei ’70 quindi sono stati la campana a morto del funerale degli anni ’60, la stessa campana dell’omonimo primo disco dei Black Sabbath, un gruppo il cui malefico fiore poteva nascere non a caso solo e soltanto in quel nuovo decennio.

Personalmente la vedo così: i ’60 sono stati un good trip, i’70, invece, un bad trip. La realtà si stava affacciando sulle soglie delle coscienze, e bussava, bussava forte, e non aveva certo intenzione di andarsene, anche a costo di buttare giù la casa come il lupo con i tre porcellini. Quei ragazzi non più adolescenti o ventenni iniziarono a capire che il mondo e le persone sono cose molto più complesse, contraddittorie e pericolose di quanto vorrebbe farci credere un qualsiasi guru improvvisato: delle lunghe suite prog rock, articolate e labirintiche, pervase da momenti di stasi ed altri frenetici, dove poter cantare i propri inni a squarciagola alzando le braccia al cielo e un attimo dopo immergersi nella cacofonia più totale e nell’alienazione di strumenti che parlano una nuova lingua.
Non era il tempo della contemplazione, ma dell’azione.
Era il tempo, insomma, di abbracciare il lato oscuro della luna.

Non che il progressive rock dei ’70 abbia cancellato con un colpo di spugna la musica di matrice psichedelica del decennio precedente. Anzi, per alcuni versi ne costituisce la prosecuzione attraverso una personale rielaborazione, mentre per altri arriva a negarla. Il tratto comune, però, sarà sempre e solo la sperimentazione: col jazz, con la classica, con suoni acustici ed elettronici e con tradizioni musicali locali. Sono alquanto convinto che il progressive si sia potuto definire tale – che abbia cioè potuto maturare una certa coscienza di sé – nel momento in cui il rock , ovvero, in maniera semplificata, quell’intero universo che era stato partorito dalla sfera musicale inglese dal dopoguerra in poi imponendosi come nuova musica popolare per le nuove generazioni, si è aperto a linguaggi musicali completamente estranei. Nei ’60 ci sono stati ovviamente esperimenti in questo senso – basti pensare ai Beatles che flirtano con i suoni indiani, nonché la stessa cultura psichedelica che guardava ad Oriente. Lo scarto operato dai gruppi prog, però, è ancora più ampio e, per certi versi, più sfrontato: uno strabordare dagli stessi perimetri del rock inglobando tutto e di più. Una sorta di metagenere di quegli anni, anche se può suonare esagerato; ma cos’è il prog rock, alla fine, se non appunto esagerazione? Un frullato, forse, ma non indigesto né tanto meno insapore, ma con una sua ben precisa identità, grazie a quella qualità “narrativa” propria del genere data attraverso l’adozione del concept come format per gli album e, soprattutto, all’alternanza di differenti atmosfere anche all’interno di uno stesso brano.

Apertura ad altri linguaggi, assimilazione totale e capacità narrativa: tre caratteristiche che personalmente reputo fondamentali per orientarsi attraverso la genesi e lo sviluppo del prog. Una fetta di appassionati e di critici reputano dischi come l’omonimo dei Procol Harum (1967), quello dei Caravan (1968) e Days of Future Passed (1967) dei The Moody Blues dei precursori del prog rock, dischi che hanno dato un forte impulso alla nascita del genere e che incarnerebbero di fatto le sue principali caratteristiche. Se da una parte è indubbio che il progressive degli anni ’70 sia stato influenzato dal rock del decennio precedente (e non potrebbe essere altrimenti) ereditando soprattutto quella volontà a voler andare sempre oltre e a sperimentare, tirare in ballo quei dischi significa a mio avviso restringere di molto l’indagine sulla reale origine del genere. Quei dischi, infatti, sono perfettamente inseriti nel filone del rock in voga negli anni ’60, strutturati sulla classica alternanza strofa/ritornello e mancando qualsiasi volontà di voler per lo meno giocare con questi canoni. L’album dei The Moody Blues è quello che si avvicina di più in questa direzione tramite l’introduzione dell’orchestra, ma il suo utilizzo non è per niente integrato nella musica del gruppo, risultando alla fine come un’aggiunta (in molti punti si ha come l’impressione che l’orchestra faccia da semplice intermezzo fra un brano e l’altro) e senza che i due linguaggi, rock e classica, riescano realmente a fondersi per dar vita ad un terzo altro. Nonostante la sua apertura e l’evidente capacità narrativa, Days Of Future Passed non riesce ad arrivare ad una vera e propria sintesi. Insomma, se proprio bisogna tirare in ballo gli anni ’60, credo che The Piper At The Gates of Dawn dei Pink Floyd o il primo dei Soft Machine possano rendere maggiore giustizia, proprio per il loro essere dischi sovversivi pur mantenendo i contatti con le sonorità del loro tempo.

Ma ad ogni modo, il vero terreno dal quale spunterà l’albero del progressive non può che essere a mio modesto avviso quello del jazz – in particolare bebop e free jazz – proprio perché esso offre gli strumenti migliori per poter ampliare moltissimo le potenzialità espressive dei nuovi musicisti. Non a caso il testamento del cosiddetto jazz rock, Bitches Brew di Miles Davis, una delle opere più importanti del ‘900, arriverà proprio nel 1970, allo scoccare del decennio e quando il progressive rock si stava preparando ad invadere le collezioni di dischi. Soltanto un anno prima un altro disco fondamentale aveva aperto crepe irreparabili facendo scorgere ciò che si celava al di là del consueto musicale: In the Court of the Crimson King dei King Crimson, summa delle tre caratteristiche del prog di apertura verso nuovi linguaggi, assimilazione e potenza narrativa. Un mosaico raffinatissimo che non solo riesce ad incarnare un intero genere ma che, come ogni vero capolavoro, lo supera per trasfigurarlo in qualcos’altro. Bitches Brew e In the Court of the Crimson King sono due terremoti che spostano i continenti della musica popolare del secondo novecento: il primo indica la nuova strada al jazz, il secondo al rock. Entrambi però si riflettono l’uno nell’altro, riuscendo ad andare oltre le rispettive tradizioni musicali per ritrovarsi miracolosamente in un luogo ancora oggi sconosciuto e al di là di generi ed etichette: quello del dominio dell’arte.

A mio avviso, ascoltare un album prog si avvicina molto all’esperienza della lettura di un romanzo o alla visione di un film. Progressive, progressione: passaggio fluido, graduale e costante da uno stadio ad un altro, proprio come le micro sequenze di cui si compone un’opera cinematografica o le pagine di una storia. Il fascino di questo genere è proprio questo: mettere su un disco è come sedersi intorno ad un fuoco, indossare le cuffie come prepararsi ad ascoltare ad occhi spalancati pronti per essere inondati di meraviglia, stupore e terrore. Il prog preferisce raccontare le sue storie tramite suoni e ritmi, perché a volte le parole dei testi sono superflue ed inadeguate, ed è meglio quindi affidarsi a brani completamente strumentali o che prevedano lunghe parti strumentali. La stessa capacità tecnica dei musicisti sugli strumenti deve essere sopraffina ed eclettica proprio perché deve assecondare al meglio questa qualità narrativa del prog: non scrivi un brano come questo se sai fare solo il giro di DO suonando accordi aperti.


Ho spesso sentito appellare il progressive rock come un genere “fine a se stesso”, “pomposo”, “freddo”, “sterile”, dedito ad inutili circonvoluzioni mentali. Può darsi… ma anche sti cazzi! È come criticare il metal perché è chiassoso o il funky perché troppo movimentato: semplicemente senza senso. L’errore di prospettiva risiede nel percepire come sterile manierismo ed esagerato protagonismo quella che invece è stata voglia di forzare i codici della forma canzone della musica popolare fra gli anni ’50 e ’60, processo che è passato anche attraverso l’estremizzazione delle jam di stampo psych rock in una chiave più tecnica e ricercata. Bisognerebbe provare a calarsi un attimo nei panni di un musicista rock di fine anni ’60/primi ’70 per intravedere i limiti e le sovrastrutture che la sua musica si stava ormai portando dietro da almeno vent’anni: a noi, ascoltatori del XXI secolo, tutto ciò sembra scontato ma all’epoca non lo era per niente. Detto con un esempio: se i Dream Theater possono permettersi di costruire un’intera carriera su un’idea di musica muscolare e basata sull’ostentazione tecnica prendendo a modello gli Emerson, Lake & Palmer, questo non significa automaticamente che gli ELP suonino come i Dream Theater. I presupposti delle due band sono diversi.

Per non parlare poi dell’accusa di essere un genere “freddo”, incapace cioè di aprirsi ad un qualsiasi gusto della melodia o ad una sequenza melodica che possa facilmente essere memorizzata. Niente di più falso: i dischi prog degli anni ’70, e in particolar modo i classici pubblicati nel 1972, traboccano di melodie, molte delle quali facilmente orecchiabili e che possono essere fischiettate sotto la doccia. Anche qui: l’errore risiede a mio avviso nel concentrarsi troppo sulla struttura dei brani che, come già detto, cercano di andare oltre gli stilemi canonici dell’epoca, ignorando il resto. Anzi, proprio i gruppi più sinfonici come Yes, ELP e Genesis sono probabilmente quelli più facilmente orecchiabili; basti ad esempio pensare al comparto vocale, pesantemente debitore della sensibilità melodica degli anni ’60.


Un genere come il progressive molto probabilmente oggi non potrebbe nascere, e per tutta una serie di ragioni, inclusa anche quella della riduzione del tempo d’ascolto. Ovviamente gruppi prog continuano ad esistere e a suonare, ma il punto è che il genere in sé ha perso rilevanza generale rispetto a quanto invece succedeva cinquant’anni fa. Ciò che rimane oggi, oltre ad una caterva di dischi meravigliosi ai quali ha contribuito in maniera fondamentale anche l’Italia, è quella capacità del prog di fare da ponte verso una miriade di sottogeneri, filoni e movimenti musicali d’avanguardia, che per chi si affaccia per la prima volta su questo mondo costituisce una piccola mappa insostituibile ed inestimabile. Chi intraprende quel rischioso e meraviglioso percorso che lo condurrà per la selva oscura della musica meno commerciale o anti commerciale, non può prescindere dal prog. Il progressive come metagenere, per l’appunto. Prima o poi ci si imbatte in esso, e da quel momento in poi diventerà il proprio Virgilio.

Rimani ancora un po’, Mark…

…potremo aspettare il regno della pioggia e vedere finalmente tutti i peccati degli uomini lavati via.
Vedremo l’acqua diventare dello stesso colore della terra, scivolare in rivoli sempre più profondi, gonfiandosi.
Li vedremo diventare un mare, un unico abbraccio confuso.

Rimani ancora un po’ qui, Mark.
Fra chi cerca senza trovare mai.
Presto diventerà buio fuori.
C’è ancora tempo per una sigaretta prima di salutare le nostre ombre.

E se non sarà abbastanza, se tutto questo dolore non sarà abbastanza, lo faremo annegare nei colori della notte.
Ci sono uccelli che cantano solo quando il sole è ormai tramontato.
Ce ne sono altri che cantano solo quando sanno che poi non risorgerà più.

È solo paura.
E abbiamo solo bisogno di più tempo.
Tempo, solo tempo.
La vedi questa ombra che avanza, Mark?

Rimani ancora un po’, Mark.
Poi, sarà tempo di andare.

Neil Young, cavallo pazzo

Ci doveva pensare un 76enne a smuovere le acque nel mortifero mondo dello streaming digitale. Ci voleva un autore e musicista come Neil Young per provare a far aprire gli occhi alla platea degli ascoltatori casuali, puntando il dito contro la mancanza di responsabilità di un colosso come Spotify e del suo CEO Daniel Ek, il quale, invece che dettare ai musicisti come e quando comporre, farebbe bene a rivedere da cima a fondo la piattaforma musicale di cui fa gli interessi.

Non un nome in voga nelle classifiche; non un esordiente fresco di talent; nemmeno una star internazionale il cui mestiere è la filantropia ma con i conti in qualche paradiso fiscale (qualcuno ha detto Bono?). No, niente di tutto ciò. Ci è voluto quello spelacchiato di Neil Young, basettoni bianchi, occhiaie e pappagorgia, per (ri)mettere sotto i riflettori una verità del nostro tempo, l’assioma portante della civiltà del profitto ad oltranza: che a colossi aziendali come Spotify non frega altamente un cazzo dello stato di salute del mondo. L’importante è fatturare fatturare fatturare! Sempre e comunque. Anche su una pandemia mondiale, sui morti, sulla gente in ospedale, sui disoccupati, sulle famiglie in rovina, sull’esaurimento dilagante, sull’isolamento delle nostre vite. Anzi, soprattutto durante una pandemia, visto che il covid ha fatto crescere ancora di più i colossi del nuovo capitalismo immateriale. I ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Perché il buon vecchio Neil ha semplicemente messo queste teste di cazzo nelle condizioni di dover prendere una posizione, finalmente netta e definitiva: o me o Joe Rogan. O la musica o un podcast che nell’ultimo anno ha diffuso disinformazione e teorie del complotto sul covid. Le due cose non possono coesistere su una piattaforma usata da milioni di persone. Attenzione, il musicista non ha preteso che Spotify eliminasse immediatamente The Joe Rogan Experience lasciando invece intatta la sua discografia: se lo avesse fatto, sarebbe stato assai presuntuoso, oltre che alquanto ridicolo ed inefficace. Cosa puoi fare contro un prodotto come il The Joe Rogan Experience che attira in media sugli 11 milioni di ascoltatori al giorno? Contro il podcast più seguito del 2021? E, soprattutto, contro un contratto da 100 milioni di dollaroni stipulato fra il pelatone e Spotify? Una sola cosa: nulla.
O meglio, sputtanarli, magari. Grosse aziende come Spotify, Facebook, Amazon, Apple e compagnia odiano prendere posizione pubblicamente per tutta una serie di ragioni (che poi possono essere riassunte principalmente in una sola: $$$), salvo comunque prendere poi decisioni lontano dai riflettori che automaticamente hanno ricadute sulle vite di miliardi di persone. È per questo che Zuckerberg, ad esempio, sta passando un brutto periodo, scontrandosi con il Congresso negli Stati Uniti che lo torchia sulle sue policies riguardo a disinformazione e fake news. Queste aziende, soprattutto quelle che smerciano in comunicazione come i social e Spotify con i suoi podcast, sanno che tutta quella merda porta cifre con molti zeri. Di conseguenza, non deve stupire che alla fine Spotify ci abbia impiegato tempo zero a decidere chi fra Joe Rogan e Neil Young dovesse lasciare la piattaforma.

Che fosse un gioco “truccato” lo si sapeva sin dall’inizio: nessuno sano di mente – né tanto meno lo stesso Young – si aspettava infatti che Spotify avrebbe rinunciato al suo podcast più remunerativo per i sei milioni di ascoltatori mensili dell’autore di Harvest. Così come non ci sarebbe neanche bisogno di tirare in ballo il podcast di Joe Rogna Rogan fra i principali motivi per abbandonare la piattaforma svedese: la bassa qualità audio offerta e il misero introito a streaming per gli artisti bastano e avanzano per sfanculare su Marte Daniel Ek e i suoi miliardi guadagnati sulle spalle degli artisti, soprattutto i più piccoli. Per lo meno Neil Young ha fatto la sua mossa mentre tutti gli altri facevano finta di guardare dall’altra parte, mettendoci la faccia e, come specificato in uno dei suoi comunicati, rimettendoci pure una discreta percentuale di guadagno dai suoi streaming, visto che solo i grossi nomi riescono a racimolare qualcosa dalle piattaforme musicali. L’aspetto economico può essere uno degli elementi che frenano personaggi oggi ben più noti di Neil Young dal rivoltarsi contro l’azienda svedese: gente come The Weeknd, Taylor Swift, Justin Bieber o Adele usano Spotify per meglio promuovere la loro musica, raggiungendo un target giovanissimo di ascoltatori che usufruisce costantemente delle piattaforme di streaming. La loro immagine e il loro successo è legato a doppio filo alla musica digitale. Proprio questi grossi nomi sarebbero quelli che potrebbero davvero mettere Spotify in difficoltà: se non lo fanno è perché alla fine non vogliono rischiare.

Ma non è una questione esclusivamente economica, né generazionale (tanti artisti della stessa generazione di Neil Young non si sono espressi, per lo meno non in questo modo). Fama, immagine, obbligazioni contrattuali che legano le mani agli artisti e convinzioni personali possono concorre insieme portando all’immobilismo. Il povero David Crosby, ad esempio, vorrebbe seguire l’esempio del suo ex compagno di band ma, semplicemente, non può.
Alla luce di queste considerazioni e di tante altre che possono essere fatte, la scelta di Neil Young – e di quell’altra dea di Joni Mitchell che ha deciso di seguire subito la stessa strada del suo collega – di prendere posizione e, soprattutto, di forzare la mano con un colosso come Spotify, assume un valore molto importante e particolare. A mia memoria, non ricordo un nome noto del genere che in tempi recenti abbia cercato di boicottare uno di questi padroni 2.0 del mondo, andando anche contro i propri interessi. È casuale che una mossa del genere venga proprio da due protagonisti della controcultura americana degli anni ’60 e ’70? A mio avviso no, segno che un certo tipo di cultura e visione del mondo è stata purtroppo marginalizzata.

I settantenni sono più ribelli dei ventenni (e si mantengono pure meglio, va che signora la Mitchell!)

Questa storia avrà un seguito? Chi lo sa. Intanto all’indomani del boicottaggio di Neil Young, Spotify ha perso quotazioni in borsa, un trend che va avanti da un po’ di tempo a questa parte. Altri artisti oltre alla Mitchell hanno seguito l’esempio del musicista americano, così come anche alcuni autori di podcast. Personalmente non credo che Spotify arriverà in tempi brevi ad una revisione strutturale sia sul lato del controllo sui contenuti pubblicamente pericolosi che sugli aspetti audio e finanziari per gli artisti. Solo se un numero sufficiente di artisti, musicisti e autori prenderà posizione su queste questioni, andando a colpire lì dove queste aziende sono più deboli, cioè il portafoglio, allora qualcosa potrebbe cambiare. E non dipende inoltre solo dai creatori di contenuti, bensì anche dai fruitori, dal pubblico.

Forse vedremo i frutti di questa vicenda solo più in là oppure non li vedremo affatto. Neil Young ha esagerato? Si pentirà e tornerà sui suoi passi? Per ora non possiamo saperlo, di certo sappiamo però che c’è ancora qualcuno che getta il sasso in questo stagno immobile per smuovere un po’ le acque. Neil Young ci avrà perso dei soldi e la possibilità di farsi ascoltare da qualche giovane (rimane comunque presente sulle altre piattaforme di streaming), ma è importante che un nome storico e noto come il suo abbia alzato questo polverone ed innescato una maggiore consapevolezza.

Insomma, il solito vecchio cavallo pazzo.
Oh, sempre meglio che rincoglionirsi completamente come Eric Clapton!

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