Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Viviamo in tempi terribili e allucinanti, e no, non mi riferisco solo al fatto che i propri tweet e post sui social possano diventare di tendenza a nostra insaputa nel giro di pochi minuti rovinandoci la vita, alla prospettiva dell’annichilimento ambientale o che ci sia effettivamente gente che considera i carlini dei cani meravigliosi. La presunta battaglia fra boomers e millennials è uno degli ultimi prodotti di una cultura che pone persone e generazioni gli uni contro gli altri, quando i problemi sistemici attuali che affliggono la società e il mondo interessano tutti, e da tutti quindi andrebbero affrontati. Ovvio che ci sia anche una percentuale di cazzeggio e di aspetto ludico in questa faccenda dei boomers contro i millennials e viceversa; così come anche è giusto che le nuove generazioni cerchino di rimarcare le differenze da quelle passate per ricercare una propria identità. Ma a mio avviso tutta la questione è un po’ sfuggita di mano, amplificata, rinforzata e diffusa come al solito dai media, social in primis. Si dimentica che c’è del buono e del cattivo in entrambe le categorie: non serve a niente sparare frasi fatte del tipo “i giovani di oggi sono pigri, senza valori e abituati ad avere tutto e subito” se poi proprio tu, boomer, rimani attaccato come una cozza ai tuoi privilegi (magari immeritati) ed hai instillato nei tuoi figli (millennials, guarda caso) il culto del consumismo e dell’edonismo per poter fare bella figura in società; così come non serve altrettanto a nulla deridere gli stessi boomers accusandoli di essere insensibili, egoisti e dalla mentalità chiusa, se poi te, millennial, preferisci fare la parte della vittima sui social senza invece organizzarti, protestare e combattere contro ciò che ritieni che non vada bene.

Insomma, il problema come al solito è fare di tutta l’erba un fascio, quando invece razionalità vorrebbe che ci fosse un minimo di discrimine per meglio comprendere fenomeni, situazioni ed eventi. Ma siamo tutti stanchi, magari poveri come la merda ed anche alquanto incazzati, e fa sempre comodo prendersela con gli altri per tutto ciò che non va nella nostra vita. E poi sappiamo bene che le analisi sociologiche non funzionano nell’odierna epoca della (mancata) comunicazione, di certo non attirano like e condivisioni quanto invece potrebbero fare una frasetta ad effetto o un memimo creati per ricevere attenzioni dalla propria cerchia sociale.

Tutto questo inutile panegirico per ricordare un altro aspetto a mio avviso interessante: la dissonanza cognitiva tramite la quale l’industria culturale cerca di farci vivere vite non nostre riesumando prodotti culturali del passato, dalla musica al cinema, dalla moda alla letteratura, soprattutto quelli degli anni ’70/’80/’90 (e si iniziano a riciclare pure i primi anni 2000). Parlo di dissonanza perché da una parte si alimenta l’insensata guerra “Boomers vs Millennials” dove le due parti in causa cercano di prendere le distanze le une dalle altre; nello stesso tempo però si fa di tutto per rievocare un passato mitico – anzi, mitizzato – sbattendo in faccia alle generazioni contemporanee mondi che non appartengono a loro (ma che ben infiocchettati e venduti possono sempre far presa, vedi un caso clamoroso come Stranger Things) ed impedendo quindi all’immaginario collettivo di assumere nuove ed imprevedibili forme. Eppure di roba nuova da raccontare ce ne sarebbe a bizzeffe, solo che all’industria culturale contemporanea interessa solo tirare a campare e mantenere in piedi l’intero baraccone, e quindi giù di remake, reboot, revival, rifacimenti, riesumazioni, citazioni e via dicendo. Un millennials o un appartenente alla Generazione Z che fa binge watching su Stranger Things o sull’ennesima serie con ambientazione anni ’90 non suona un po’ strano? O il fatto che un pezzo come Running Up That Hill (A Deal with God) ritorni in classifica dopo ben trentasette anni? Fa ovviamente molto piacere che un’artista enorme come Kate Bush faccia di nuovo parlare di sé, ma nello stesso tempo è impossibile non notare come almeno negli ultimi dieci anni la retromania abbia quasi completamente dominato il panorama culturale odierno. L’ambito musicale mainstream è stato particolarmente interessato dal revivalismo. I Maneskin, sotto questo punto di vista, sono il prodotto perfetto perché riescono a capitalizzare sia la nostalgia dei boomers, coprendo con la loro musica e l’immaginario di riferimento un periodo molto vasto che va dai ’70 ai primi anni ’90, e sia la voglia di melodie facili del pubblico generalista e che ammiccano ai gusti dei millennials.

Kate Bush che mira ad un assegno a sei zeri dopo essere finita in Stranger Things


Avevamo davvero bisogno del ritorno di Avril Lavigne (mentre lo scrivo stento a crederci io stesso…), una quasi quarantenne che gioca ancora a fare l’adolescente come all’epoca di Sk8ter Boi? E che dire di ritrovati bellici che sembravano ormai sepolti dal tempo come i Gazosa? Tutte queste operazioni commerciali giocano sull’effetto nostalgia perché è molto più facile promuovere ciò che già si conosce invece che puntare e rischiare su nomi nuovi e freschi. CEO e presidenti di compagnie quotate in borsa blaterano sull’importanza di investire per offrire ai consumatori prodotti di qualità, quando invece la realtà è solo una: fare cassa. Zero coraggio, zero rischio, zero opportunità. Con effetti alla fine paradossali e con un generale impoverimento per le masse e per chi davvero tiene alla musica di qualità, la quale viene relegata giorno dopo giorno nei circoli underground.

Le attuali generazioni vivono immersi quindi in questa dissonanza – attrazione che diventa feticizzazione per i prodotti musicali del passato, rifiuto di una buona parte di quella visione del mondo plasmata dagli ultimi sessant’anni. Ovviamente l’attrazione non è verso tutta la musica del passato (sarebbe alquanto strano) ma solo verso ciò che meglio può essere riadattato al presente vissuto da millennials e Gen Z. Per questo Rolling Stones può buttare giù un articolo in cui fa un elenco di alcuni dischi amati dai boomers ma ignorati dai millennials. Il titolo è chiaro: “40 album amati dai baby boomers e sconosciuti ai millennials”. L’accento, come spesso accade, è sulla presunta ignoranza musicale delle nuove generazioni verso ciò che concerne le vecchie. Assai raramente avviene il contrario. Perché non ci si domanda se anche i boomers conoscono i dischi che piacciono ai millennials? Perché il passato deve essere sempre considerato più importante del presente? Mi sembra che lo snobbismo musicale sia più marcato nelle vecchie generazioni anziché nelle nuove. Musicalmente parlando, boomers e Generazione X hanno fra loro molto più in comune che con millennials e Gen Z – c’è molta più “affinità” fra Led Zeppelin e Nirvana che fra Marilyn Manson e Billie Eilish – ma questo non giustifica il fatto che ancora oggi debba persistere una certa idea di superiorità culturale del passato musicale nei confronti del presente. Forse è anche per questo che il revivalismo è una corrente molto forte nell’industria musicale odierna: il mito di un’età dell’oro che bisogna continuamente alimentare e tenere ben salda di fronte ai nostri occhi. Bisognerebbe invece andare al di là di queste inutili contrasti: ne guadagneremmo tutti, vecchie e nuove generazioni, perché di musica interessante, capace di aprire mondi sonori inimmaginabili, ce n’è ancora tantissima.
Cinquant’anni fa come l’anno scorso.

Mi permetto allora di provare a stilare alcuni dei dischi amati dai millennials e che, forse, le vecchie generazioni non conoscono. Ho lasciato fuori i nomi grossi – Radiohead, Beyoncé, Kanye West fra i tanti, giusto per capirci, anche se ho voluto includere Billie Eilish perché giovanissima e ancora con tanto potenziale da sfruttare – prediligendo nomi di culto ma che hanno lasciato comunque la loro impronta negli ultimi vent’anni di musica. Inutile dire che è una lista estremamente parziale (e che magari aggiornerò, chi lo sa). I boomers ne facciano quello che vogliono: magari scopriranno che ci sono molti più punti in comune con i loro gusti che differenze.

Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000)

MF Doom – Madvillainy (2004)

Gorillaz – Demon Days (2005)

M.I.A. – Arular (2005)

Burial – Untrue (2007)

Sunn O))) – Monoliths & Dimensions (2009)

Flying Lotus –
Cosmogramma (2010)

Xiu Xiu – Dear God, I Hate Myself (2010)

Bon Iver – Bon Iver (2011)

Death Grips – The Money Store (2012)

Frank Ocean – Channel Orange (2012)

Arca – Mutant (2015)

Tyler, The Creator – Cherry Bomb (2015)

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (2018)

JPEG Mafia – Veteran (2018)

FKA Twigs – Magdalene (2019)

Poppy – I Disagree (2020)

Billie Eilish – Happier Than Ever (2021)

Purgatorio a doppio livello

Non era mai successo ma qualche giorno fa sono rimasto incolonnato per ben trenta minuti in un parcheggio nel centro della città. Avevo pagato e tutto, e come altri disperati motorizzati sono entrato nella mia macchina, acceso l’aria condizionato per scacciare dai miei polmoni l’odore fetido impregnato di gas di scarico e umidità e mi sono preparato ad abbandonare quel purgatorio dal soffitto basso.
Non sapendo, però, che da lì a poco si sarebbe trasformato in un inferno.
Trenta minuti in un parcheggio a doppio livello.
Auto incolonnate.
Gente che parla, gesticola, si annoia, ogni tanto strombazza, il più delle volte sbadiglia.
Li guardavo dagli specchietti, e notavo dei grandi punti interrogativi sulle loro teste.

Un tempo che sembra infinito.
Che scivola di lato come nel letto di un fiume, senza guardarsi indietro.

Si possono perdere trenta minuti per uscire da un semplice parcheggio? Quel tempo non ritornerà più, e chissà quante cose si sarebbero potute fare in trenta minuti. Chessò, leggere qualche pagina di un romanzo, vedersi una puntata di una serie (anche se ormai durano un’ora o più), cucinare una nuova ricetta, scopare, farsi una passeggiata nel quartiere, risolvere un cruciverba difficilissimo, scrivere un pezzo su WordPress.
Annoiarsi, pure. Ma potendo almeno scegliere in che modo.

Ora, invece, tutto ciò che rimane sono trenta minuti permeati di senso di claustrofobia, pareti luride e senso di impotenza. Una parentesi, che si sa dove si apre ma non dove si chiude. Perché, a pensarci bene, passare così tanto tempo in un parcheggio a doppio livello non si addice tanto all’inferno, bensì al purgatorio. Perché si attende, e si spera in un segno salvifico che possa illuminare il cammino verso il luminoso cancello che conduce all’uscita del purgatorio a due piani. Neanche Dante avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere, e se avesse visto quella fila infinita di auto scure nel quale gli uomini sembrano imbalsamati, forse si sarebbe spaventato.

In quel parcheggio a due piani, ogni persona in attesa di andarsene finalmente per i fatti suoi ha lasciato un pezzo del suo tempo. Non so esattamente che forma abbia, ma so che sta lì. Forse si è appiccicato al pavimento, fra le cicche e i segni lasciati dai pneumatici; si è dissolto nella luce al neon; è stato risucchiato nei condotti metallici, sbattuto da una parte all’altra. E ora cerca una via d’uscita, anche lui. Alcuni frammenti avranno raggiunto i loro legittimi proprietari, magari nel sonno, nelle loro camere da letto al diciottesimo piano di un palazzo. Silenziosi come ladri. Altri, invece, staranno ancora vagando nei condotti, persi nel buio.

Alla fine Caronte ha avuto la forma di un signore minuto, senza capelli, aggrappato alla macchinetta per pagare i biglietti come se temesse che pure quella potesse saltare la barra d’uscita e scappare via nel traffico. Chissà cosa gli sarà sembrata quella carovana a quattro ruote, a lui, guardiano del purgatorio, l’unico a poter decidere delle nostre sorti. A metà strada fra purgatorio e paradiso.
Oppure non gliene sarà fregato un cazzo. Avrà posato il suo sguardo indifferente su quello spettacolo monotono, avrà tirato su un bello sbadiglio e avrà fatto pagare l’ennesimo biglietto. E un altro, un altro ancora e così via.

Sarà stato così anche per me, quando mi sono avvicinato con la mia auto abbassando il finestrino. L’ennesimo idiota che ha deciso di passare trenta minuti della sua vita in quel modo. Ha staccato l’ennesimo biglietto e con esso l’ennesimo sorriso, veloce e distratto, fatto con quelli occhietti piccoli e scuri. Siamo tutti parte di un enorme macchina che gira su se stessa sempre più vorticosamente; l’unica differenza è fra chi se ne accorge e chi no. Ma anche accorgendosene, non è che possa fare questa grande differenza.

Sorpasso la barra e sono fuori a riveder le stelle.
Mi tolgo dalla testa il mio punto interrogativo, faccio per buttarlo dal finestrino ma poi ci ripenso. Lo faccio ripiombare sul sedile del passeggero. Le occasioni per utilizzarlo di nuovo non mancheranno di certo.

Ci vuole un’altra vita.

Fra corpo e anima, la musica: “Vero” di Walter Celi. L’intervista

Dimmi che piangerai, dimmi che riderai. Un frase che Walter Celi ripete più e più volte verso la fine del suo nuovo singolo, “Vero”, e che suona come un invito, una delicata speranza, un canto intimo ma allo stesso tempo desideroso di incontrare il mondo. È rivolto alla ipotetica persona che in quel momento è lì con lui a condividere un momento intimo e meraviglioso, ma anche verso l’ascoltatore immerso nei suoni avvolgenti e delicati, puramente Neo soul, di piano, tromba, basso e batteria del Blend Project; un verso che è quasi cantato sotto voce e che potrebbe passare in secondo piano, se non fosse che rivela molto del carattere del brano e dell’attitudine del giovane musicista pugliese verso le sue creazioni. La musica di Walter Celi è sempre stata così, da tre album a questa parte e dopo innumerevoli concerti (Arezzo Wave 2018 e Primo Maggio 2019 fra gli altri): istintuale, aperta, puramente emotiva. Pronta a farsi trasportare chissà dove da imperscrutabili cenni dell’anima e dagli intimi fremiti del corpo. “Vero” ribadisce questa specie di poetica musicale fra visibile ed invisibile, fra corporeità e sentimento, e lo fa ribadendo una piccola ma necessaria verità: sentirsi vivi qui ed ora, al di là di ogni facile razionalizzazione e categoria imposta. Un brano che, proprio per la sua freschezza e semplicità, suona come un nuovo inizio, nonché stimolo per future composizioni, come rivela lo stesso Walter. In un’epoca dove ognuno è chiuso all’interno della propria bolla di verità e di camere dell’eco, il messaggio di Walter Celi diventa ancora più necessario: riappropriarsi dell’esperienza del mondo, che sia esso pianto o riso. Per questo la dimensione live della musica di Walter Celi è un altro elemento fondamentale – se non il più importante – perché è lì che si materializza questa attitudine. Il nuovo singolo dà il via al “VERO Tour 2022”, una produzione Xo La Factory, al momento in corso ma con nuove date in via di aggiornamento. Un modo per riappropriarsi di spazi, sensazioni, emozioni, corpi, verità.

Il tour è organizzato in collaborazione e con il supporto di Puglia Sounds e rientra nella “Programmazione Puglia Sounds Tour Italia 2022” OPERAZIONE FINANZIATA A VALERE SUL POC PUGLIA 2007-2013- AZIONE “SVILUPPO DI ATTIVITÁ CULTURALI E DELLO SPETTACOLO”.

Com’è nato il nuovo singolo “Vero”?
Me lo ricordo benissimo. Ero a casa e giocavo con l’Octapad, la percussione elettronica che mi porto anche in tour per suonare e che ha una funzione loop che è molto interessante. A un certo punto ho creato un ritmo alquanto strano, che mi intrigava, e sono passato subito alla tastiera per provare a buttarci su due accordi. Appena ho messo le mani sul piano, i due accordi sono usciti subito: erano quelli giusti! Qualche giorno dopo, dopo averlo suonato un po’, ho scritto il testo. A quel punto era nato “Vero”.

“Vero”, a mio avviso, funziona proprio grazie all’unione di semplicità, raffinatezza jazz ed energia R’n’B data dal tocco vintage della produzione. Ogni strumento contribuisce a rendere diretto e “reale” il brano. Quanto ha influito l’alchimia in studio con il Blend Project? Quanto Walter Celi si è lasciato influenzare e quanto Walter Celi ha influenzato determinate scelte artistiche per il brano?
L’affiatamento tra i vari componenti della band è stato questa volta ancor più fondamentale che in passato; ad esempio, per la prima volta i ragazzi che mi seguono in tour hanno messo mani anche sulla registrazione. Volevo che tutto fosse autentico, per questo abbiamo registrato il singolo in presa diretta suonando tutti contemporaneamente. In questo modo, il brano suona ancora più genuino ed eterogeneo, con lo stile di ognuno di noi al suo interno, proprio come si fa nei dischi jazz.

Come si rapporta questo nuovo pezzo con il resto della tua discografia? Potrebbe essere visto come un eventuale sviluppo per future composizioni?
Si è trattato indubbiamente di un momento di svolta, soprattutto per quanto riguarda il testo ma anche a livello musicale. “Vero” segue nel sound la corrente del Neo Soul moderno, restando comunque ancorato al passato sulla scia del mio ultimo album She’s Back. Basterebbe ad esempio ascoltare attentamente la ritmica: le batterie Neo Soul sono solitamente campionate mentre in “Vero” sono suonate proprio come si faceva anni fa.
Ad ogni modo, penso proprio che questo brano potrebbe influenzare le prossime composizioni.

Le tue canzoni sono cantate sia in inglese che in italiano, con una predominanza del primo. Cosa determina la scelta per l’uno o per l’altro? Perché per “Vero” hai optato per l’italiano?
Quando scrivo il testo di un brano di solito agisco d’istinto. Questa volta ho deciso di liberarmi da tutte le influenze esterne e di non farmi condizionare dagli ascolti che di solito faccio in lingua inglese, in modo da riappropriarmi del mio linguaggio e poter adattare così un testo italiano a un pezzo dal sound decisamente straniero. Penso che il risultato sia qualcosa di internazionale ma che allo stesso tempo arriva prima al cuore di un ascoltatore italiano.

Vivere il momento presente con spontaneità, immergendosi nel qui e ora per recuperare una sorta di verità essenziale che è al di là di qualsiasi facile razionalizzazione: “Vero”, sin dal titolo, sembra voler riaffermare tutto ciò. È forse anche il modo in cui ti rapporti alla musica in generale e al tuo processo creativo in particolare?
È anche il modo in cui cerco di rapportarmi alla vita. Da sempre cerco di essere autentico e sincero quando scrivo una canzone. Non cerco mai di fare qualcosa che non sia nelle mie corde, se così non fosse prenderei in giro prima di tutto me stesso e poi gli altri. Non seguo le mode ma solo il mio istinto. Questa volta l’ho fatto ancor più che in passato, veicolando questo concetto anche nel testo e utilizzando la cornice della storia d’amore. È necessario liberarsi di tutto ciò che ci devia e influenza la nostra ragione, facendo ciò che ci fa veramente stare bene. Non siamo fatti solo di pensieri ma anche di carne ed ossa, e “Vero” è un invito ad ascoltare il proprio corpo. È un inno alla libertà.

Quali sono gli artisti, i generi e gli stili, anche al di fuori dell’ambito musicale, che più hanno influenzato il tuo percorso artistico?
Ce ne sono talmente tanti che non riuscirei ad elencarli tutti. Posso solo dire che ciò che scrivo è il risultato di ascolti molto diversi fra loro condotti nel corso degli anni. Ho ascoltato e amato qualsiasi tipo di musica, dalla classica al rock, dalla black music al progressive. Oggi a 33 anni forse posso dire che la musica Soul, la musica dell’anima, è il genere che preferisco e quello che mi fa emozionare di più.

In concomitanza con l’uscita del nuovo singolo partirà anche il “VERO tour 2022” con otto date al momento confermate. Cosa rappresenta per te la dimensione live? Quanto è importante per te il rapporto diretto con il pubblico, soprattutto dopo il lungo periodo della pandemia che ha portato molti artisti ad esibirsi virtualmente?
Per me il live è tutto, è vita, è ossigeno. Ho cominciato a fare questo mestiere perché mi è sempre piaciuto stare sul palco ed esibirmi. Ho suonato proprio qualche settimana fa a Bari, città in cui vivo, e prima di quel momento non sono potuto salire su un palco per due mesi; non me la sono passata per niente bene. I miei compagni d’avventura, Donny, Dario, Beppe e Giuseppe la pensano esattamente come me. Non sono uno di quegli artisti che vivono per gli ascolti su Spotify o le visualizzazioni sui social: io voglio il pubblico di fronte a me, che mi ascolti e che partecipi attivamente al live. Voglio che ci sia uno scambio di energia continuo tra me e le persone che ascoltano la mia musica. Voglio sentire le mani che applaudono, i fischi, le grida. Il palcoscenico è la mia casa.

Quali saranno i progetti futuri una volta completato il tour?
Penso che faremo uscire un nuovo brano durante l’estate, qualcosa di fresco e ballabile che è in cantiere da tempo. Mi piacerebbe realizzare anche un paio di featuring con alcuni artisti che stimo molto. Al momento ci stiamo lavorando.

Radio a Sonagli – Aprile 2022

Il tempo per ascoltare tutto ciò che si vorrebbe è sempre meno, accerchiato, ridotto e spremuto come un limone marcio fra le duemila inutili cose che la cosiddetta realtà pretende da noi. Non c’è tempo per nulla, per ascoltare, capire, analizzare, comprendere, usare il cervello ed eventualmente decidere pure di lanciarlo dal terzo piano. Non c’è tempo per decidere. Non c’è tempo per decidere perché sembra tutto già deciso. Da chi? Da cosa? Ognuno potrà spuntare la casella che più ritiene opportuna dal proprio taccuino dei rimpianti e dei buoni propositi rinviati a miglior tempo. Potessimo almeno guardarci allo specchio e scorgere qualcosa…

Il nuovo disco dei GGGOLDDD si guarda allo specchio e dichiara con un sussurro una verità semplice, chiara e limpida, e proprio per questo sconcertante e dolorosa: questa vergogna non dovrebbe essere mia. Chi me l’ha appiccicata addosso? Perché questo olezzo disgustoso che proviene dalla mia pelle? È quella condanna che va sotto il nome di senso di colpa, un marchio vecchio come il mondo e l’universo, anzi no, mondo e universo sono privi di colpa e quindi di senso di colpa, sono meravigliosi e splendenti come il sole che si irradia in una luce bianca e la luna che smuove le maree e che continueranno a farlo per chissà per quanti miliardi di anni, fino a quando quell’enorme lampadina lassù non scaricherà definitivamente le sue batterie. Ed allora anche il senso di colpa – vecchio come l’essere umano, questo si – scomparirà inghiottito dall’ombra eterna della notte, finalmente coperto da un lenzuolo come un freddo cadavere. Colpa, senso di colpa, condanna, controllo ed espiazione: stupidi concetti creati ad arte da uomini ciechi e vuoti per far sentire indifesi chi invece vorrebbe soltanto essere una piccola cosa libera e dal cuore semplice, e che verranno risucchiati in un attimo dal sole nero della notte, neanche dimenticati perché non potrà neppure esserci il ricordo. Violenza e sopraffazione, in tutte le sue forme, saranno azzerate, tutto sarà ridimensionato, ripensato, ricollocato ad una scala infinitamente più piccola; donne che hanno conosciuto questa vergogna indicibile per mano di uomini che si sono creduti Dio – ma piccoli come bambini – potranno finalmente trovare un po’ di pace, farsi aria, nuovo ossigeno, nuova terra, nuova erba, nuovi alberi, nuove nuvole, nuovi pianeti e nuovi soli. Nuova vita. Altrove, ovunque.

I didn’t see it coming

I shed some light on the ferocious complexity

I want the smell to leave me

I wanna shower till my skin comes off

Il resto è appunto vita musicale che scorre in rivoli chiaroscuri. Possono farsi turbolenti e torbidi, come l’ultimo degli Immolation, una dichiarazione di guerra e di rivolta contro Dio e i suoi profeti in buona e cattiva fede, anche lui invocando il sole nero dell’ultima notte, o, ancora, l’album omonimo di Corpsegrinder, che detta il ritmo possente dei tamburi della guerra prossima ventura e di quelle già in corso; fluidi e multicolore, come le canzoni dei Guerilla Toss, che più che canzoni sono deliri e visioni tossiche, ma di quella tossicità buona, dolce, che appanna i soliti cinque sensi per farne emergere altri dieci di cui non si conosce l’esistenza, fra cui quello che consente di vedere proiettate nella mente di chi ascolta le onde sonore della nostra voce e di surfare su arcobaleni multicolore per sentirsi (finalmente) vivi; freddi e glaciali come i tappeti sonori dei Cannibal Ox di The Cold Vein, nonché messianici come quel monolite impenetrabile di Irrlicht di quell’essere metà uomo e metà macchina proveniente dalla galassia Moog Klaus Schulze, entrambi robot deliranti, errori nelle equazioni che non dovrebbero esistere, e che tuttavia rivelano un’umanità più profonda dell’umano stesso, il bagliore dietro agli occhi di metallo dell’automa di Metropolis, un nuovo Big Bang esploso dalle frequenze degli eterni sintetizzatori al centro dell’universo; algidi e sinuosi, un gelato alla panna jazz con praline soul e r’n’b dal nome Tinted Shades da quel genietto di Joe Armon-Jones insieme alla voce delicata come il vetro di Fatima, e accecanti come una luce che lentamente si dischiude proprio al centro della stanza, un’apparizione che lascia intravedere l’altra parte dello specchio – Pang di Caroline Polachek, anche lei metà essere umano e metà macchina, ma perfezionata e portata a punto per l’umanità prossima futura, un essere polimorfo dalle profondità oceaniche che ricorda tutto, anche ciò che non ha mai veramente vissuto come gli anni ’80 di Songs from the Big Chair dei Tears for Fears, un oggetto musicale, questo, che riesce a scrollarsi di dosso la polvere accumulatasi in più di trent’anni di storia ad ogni ascolto, perfetto, rotondo, brillante, con un piede nel suo tempo e un piede altrove (e che, come i ricordi più belli o i traumi, riappare lì dove meno te lo aspetti, vedere alla voce Eat the Elephant degli A Perfect Circle).

Finché poi tutto – l’ascoltato e l’inascoltato, l’ascoltabile e l’inascoltabile – non verrà ancora una volta inghiottito dalla notte eterna del sole nero. Rimarrà solo Sirio a risplendere dalla Terra, mentre gli ultimi uomini guarderanno il cielo chiedendosi quale sia il luogo dove le stelle nere sono ancora appese.

Surfare sull’arcobaleno con i Guerilla Toss per sentirsi vivi

Si parlava di prog qualche tempo fa (qui e in parte anche qui), della sua innata apertura verso la sperimentazione e di come questa attitudine sia diventata nel tempo il principale lascito del genere per le successive generazioni future di musicisti. Parlare di progressive rock in senso stretto nel 2022 può suonare anacronistico, ma farlo in senso lato, cioè appunto di “attitudine a la prog rock“, non tanto. Quest’attitudine è viva e vegeta in una marea di gruppi contemporanei: uno di questi sono i newyorkesi Guerilla Toss. Ieri sera li ho visti suonare in città, ed è stato un concerto estremamente carico e coinvolgente, dove il ballo si è mischiato al pogo, il canto alle urla, i synth multicolore alle chitarre slabbrate, l’analogico al digitale.
Il trio (accompagnato dal vivo da basso e tastiere) è reduce dalla pubblicazione del quinto album Famously Alive, un ulteriore passo verso quella rotondità sonora e stilistica avviata dal precedente Twisted Crystal e che non fa altro che smussare gli angoli più appuntiti della loro proposta, rendendola potenzialmente più appetibile ad un pubblico più ampio (per di più è uscito per Sub Pop, quindi gli hipster alla Pitchfork e che vanno al Coachella non avranno problemi ad approcciarsi a loro).
Chiaro che la psichedelia più acida trasmutata direttamente da gente come The Flaming Lips tiene insieme il tutto; quella strana sensazione di essere immersi in una gigantesca bolla multicolore che pervade le narici con fumi lisergici è sempre presente, se non più accentuato, solo che sui pezzi di Famously Alive si innesta una ricerca della melodia prettamente pop molto più marcata. Dal vivo, infatti, pezzi come la title track – che ha aperto il concerto, e non poteva essere altrimenti – Live Exponential e Cannibal Capital fanno subito presa (lo fanno su disco, figuriamoci dal vivo dove tutto è ancor più amplificato!). Non ne parliamo poi di un pezzo come Wild Fantasy, per il quale è impossibile tenere fermi sia testa che culo e che dal vivo, invece, diventa una cavalcata krautrock lanciata a velocità supersonica a bordo del gatto Nyan su un arcobaleno cosmico. Insomma, chiaro no? Se avete voglia di un buon trip, Famously Alive fa proprio al caso vostro.

A dispetto di un un inizio un po’ in sordina e di alcuni trascurabili problemi sul palco, i Guerilla Toss hanno semplicemente spaccato, suonando compatti e puliti. Dal vivo esce fuori tutta la loro tecnica, e cazzo! ci si rende subito conto di avere di fronte musicisti di un certo calibro, principalmente batterista e chitarrista, ma soprattutto il batterista, Peter Negroponte, motore della band dal tocco funk e jazz, ma che non disdegna qualche legnata ben assestata quando il pezzo lo richiede.
Le legnate, già! Non sono mancate neanche quelle, e quanto più la scaletta si è avvicinata alla sua conclusione, tanto più i Guerilla Toss hanno spinto sull’acceleratore con schizzate pazze punk e deliri funk che rimandavano direttamente alla prima parte della loro carriera (a quel disco incredibile di Eraser Stargazer, che sempre sia benedetto!). L’equilibrismo dato fra la pesantezza della sezione ritmica e la leggerezza data dall’intreccio chitarra/voce/synth è una delle qualità più interessanti dei concerti dei Guerilla Toss e che nella loro discografia può essere carpita solo a spizzichi e bocconi, un pezzo lì e un altro qui, per poi dover ricostruire il tutto nella propria mente. Dal vivo la band non si risparmia e spiattella tutti questi frammenti in faccia al pubblico, che non può far altro che apprezzare il sapore di questa space cake super cremosa.

Famously Alive è il disco più “pop” dei Guerilla Toss, l’album rifinito e curato di un gruppo ormai pienamente maturo e che sa di poter giocare con la propria musica come più gli aggrada; un disco, inoltre, scritto e concepito in piena pandemia ma che nonostante ciò parla di come sia necessario ricominciare a vivere e richiamare a raccolta tutte le proprie energie proprio per sentirsi “magnificamente vivi”. I loro concerti sembrano tramutare questa spinta vitale e rimangono ancora selvaggi, rumorosi, esagerati, nonché i luoghi dove è possibile ritrovare ancora oggi in controluce, fra una bolla acida e l’altra, quell’eredità psych/prog di fine anni ’60/primi anni ’70. Una fantasia scatenata, finalmente, e ve lo dice uno che non si faceva un concerto dal marzo 2020.


P.S. Per la cronaca, Grass Shack è uno dei pezzi più belli e pazzi degli ultimi dieci anni.

La musica sputa sulle classifiche di fine anno

Di solito le testate e i blog che trattano di musica pongono prima delle loro classifiche di fine anno degli articoli introduttivi che, nelle intenzioni, dovrebbero tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Un modo per tracciare delle mappe orientative su come e dove la musica si sta muovendo, sulle tendenze, i nomi, i trend, i generi e le attitudini che hanno animato i dodici mesi precedenti.
È un’operazione che ha il suo senso, se non altro per una mera questione di memoria storica musicale che a posteriori, poi, potrebbe fungere da archivio (ammesso che non si perda nell’oceano sconfinato della rete). Il problema, però, è che ad ogni occasione si rischia di scrivere sempre le solite cose, tipo: quest’anno è stato molto ricco, quest’anno non sono usciti dischi di rilievo, quest’anno sono rimasto deluso, quest’anno ci sono state poche novità e molte conferme, quest’anno ci sono state molte novità e poche conferme eccetera eccetera eccetera, con minime, se non inesistenti, variazioni sul tema. Insomma, un giochino molto fine a se stesso e che alla lunga diventa stancante (personalmente, quando mi accingo a leggere questo tipo di articoli, salto a piè pari la parte introduttiva e vado direttamente a dare un’occhiata ai dischi delle classifiche). D’altronde, le stesse classifiche di fine anno sono sempre state fine a se stesse; si prova a spacciarle come innocuo esercizio, dei divertissement, ma che, nel contesto di una testata (specie se molto seguita), è tutto fuorché tale, perché indirizza ed orienta già in principio cosa è meritevole di ascolto e cosa no, cosa è meglio e cosa è peggio, cosa sta in cima e cosa in fondo. Si tratta di dividere, separare, dare un valore. Insomma, si tratta di un’operazione molto forte, e chi stila queste classifiche dovrebbe maneggiare la materia molto delicatamente, perché ha una responsabilità enorme nei confronti dei lettori/ascoltatori. Ma questa consapevolezza è ormai completamente messa da parte: le classifiche di fine anno sono diventate un cliché, semplice routine nel piano editoriale di chi si occupa di queste cose, qualcosa che si deve fare perché attira lettori.

Ad ogni modo, la ragione che mi sono dato per cui molti di questi articoli introduttivi sono di una noia mortale (quando va bene) o inutili e ridondanti (quando va male) è molto semplice, ed anche molto banale: viviamo in un’epoca satura di musica di ogni tipo, in cui ogni settimana viene prodotta e messa sul mercato un quantitativo tale che di certo non basterebbero dieci vite per ascoltarla ed assimilarla tutta. Una situazione inedita nella storia culturale dell’uomo, il cui impulso si deve sicuramente anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali e musicali messe a disposizione di artisti e pubblico. In questo contesto, anche solo per la legge dei grandi numeri, è assolutamente logico che ci sarà sempre qualcosa di buono e qualcos’altro di meno buono, dischi molto curati e ricercati ed altri meno, conferme, novità, delusioni, capolavori (questa mania della ricerca spasmodica del capolavoro a tutti i costi, poi, che ansia e che tristezza…), banalità, revivals di questo e quello e tanto altro. Quello che molti addetti ai lavori prendono in esame in questi articoli riassuntivi e nelle relative classifiche non è altro che la punta della punta della punta dell’iceberg: in sostanza, il nulla. E il nulla comparano, secondo parametri per lo più imperscrutabili, forse ignoti anche a loro stessi, e se anche fossero noti e ampiamente adottati, sarebbero completamente inutili. E sono anche sicuro (o, per lo meno, voglio pensarlo) che molte di queste persone che si prodigano in tali analisi dove si spendono parole su parole e si spremono neuroni per inventare (per l’ennesima volta) qualcosa di nuovo da dire, sono consapevoli di questo. Se non lo sono, bé, è un bel problema; se lo sono, allora mentono sapendo di mentire.

Ha senso, quindi, concentrarsi su una pozzanghera quando affianco abbiamo l’oceano? Che senso hanno in questo periodo storico le classiche classifiche di fine anno? Non sarebbe più onesto – più sano – ammettere che queste operazioni non sono nient’altro che frutto delle proprie inclinazioni, delle proprie scelte, dei propri gusti? Della propria soggettività, sacra ed inviolabile?
Già li vedo: un coro di SIIII s’alza al cielo, accompagnato da È chiaro È ovvio Ci mancherebbe Grazie al cazzo.
Eh già, grazie al cazzo. Allora io chiedo: se ben sapete che ogni tentativo di razionalizzare lo scibile musicale in classifiche ed elenchi è solo un vano tentativo di ammantare con una pretesa di oggettività ciò che non può essere – di per sé – oggettivo, allora perché continuate a stilare e scrivere queste classifiche e questi articoli? Perché nel XXI secolo proseguite imperterriti in queste sterili operazioni che prendono in giro l’intelligenza di tutti? Liberatevene. Lasciate andare. Il fatto che si sia sempre fatto così non è mai una giustificazione valida. Cercate di essere superiori a questi stupidi giochini delle classifiche: hanno fatto il loro tempo. La musica è una cosa troppo, troppo grande per essere presa in giro in questo modo. Classificare chi è meglio e chi peggio in arte è la più grande mistificazione che l’uomo possa mettere in atto. Un danno enorme, irreparabile, che ci priva di fette importanti di ciò che di più bello ci circonda.
Ma come osate, mi chiedo, salire in cattedra, puntare dita e dire chi va bene e chi no, chi è meglio di chi, affibbiare primi, secondi, terzi, trentaduesimi posti? Ma dico, la musica è per caso una gara ad ostacoli? Certo che no, e chi intende tutta l’arte in questo modo, non merita di goderne neanche per una frazione di un secondo.

Anch’io ho raggruppato gli album che più mi hanno colpito, nel bene e nel male, nel corso del 2021. Li ho suddivisi in playlist, a seconda del MIO grado di apprezzamento, del tutto personale e soggettivo. Non sono classifiche, non rispettano nessun ordine se non quello del puro e semplice piacere dell’ascolto: ad esempio, nella playlist in cui ho messo roba che non mi è piaciuta potreste trovare un artista o un disco che a voi, invece, ha fatto impazzire, e così via per le altre playlist, com’è giusto che sia. La cosa curiosa e divertente è che limitandosi ad elencare senza classificare, tutto ciò che è contenuto in queste playlist non è opinabile e soggetto a qualsiasi possibile critica, cosa che invece puntualmente accade quando una testata musicale pubblica le sue benemerite classifiche, scatenando le più disparate opinioni, valutazioni, pareri e giudizi sui perché e i per come (e perché non c’è tizio al primo posto? e perché avete messo tot posti per la vostra classifica? e perché manca questo e quello? e così via all’infinito, inutilmente). Divertente: proprio ciò che pretende massima oggettività – la classifica – alla fine si rivela essere massimamente soggettiva; al contrario, un semplice elenco in cui sono riportati gusti e preferenze è impermeabile a qualsiasi critica o giudizio. Le due istanze si sono invertite.

Cosa dovrei aggiungere ancora? Dovrei davvero mettermi a scrivere uno di quei cazzo di articoli introduttivi che tirano le somme dell’anno? Cosa dire che non sia già stato detto, sul covid, sul timido ritorno ai concerti subito stroncato dalle impennate dei nuovi casi, sul fatto che produttori ed artisti hanno cercato di puntare più sulle uscite che sui concerti, e quant’altro? L’unica cosa che bisognerebbe sottolineare è che la musica è viva e vegeta nonostante il mondo stia andando sempre più a rotoli, e che non si tributa mai abbastanza gli artisti e i musicisti che ci rendono partecipi dei loro mondi messi in musica; lo stiamo vedendo ora, durante questa emergenza sanitaria, ma il menefreghismo delle istituzioni e di buona parte del pubblico verso il mondo della musica fuori dai circuiti mainstream era già presente ben prima del covid.
Ma la buona musica saprà sempre risplendere, salvare vite e costituire l’anima del tempo, sia esso soggettivo che del mondo. E continuerà a farlo anno dopo anno, passando sopra articoli, classifiche, numeri, streaming, visualizzazioni e al resto del rumore di fondo. Continuamente, per sempre.

Le seguenti playlist sono in continuo aggiornamento. Ascoltare buona parte (qualunque cosa questa espressione significhi) di ciò che esce quotidianamente è un’impresa e gli stessi ascoltatori dovrebbero essere pagati per il loro tempo impiegato in questo sforzo.

MY 2021 – la roba che mi è piaciuta di più uscita nel corso dell’anno

JUST OK/FRIENDZONATI 2021 – Cose belle o solo ok che avrebbero potuto far breccia nel mio cuoricino, ma che per qualche motivo invece no. Ma rimangono comunque molto belle oppure ok

GUILTY PLEASURES 2021 – Cose ascoltate di cui (non) vergognarsi. Ma tutti abbiamo una falsa coscienza e tempo per mentire a noi stessi

NOTE RUBATE ALLA METALLURGIA 2021 – Cose ascoltate durante l’anno che non mi sono piaciute, scusate

Urla, terrore, ansia e raccapriccio, ovvero l’ennesima playlist di Halloween

Ma anche orrore paura follia trauma psicosi paranoia cospirazione massacro assassinio sangue tortura dolore piacere sadismo miseria colpa espiazione manie persecuzione spiriti morte anime dannazione benedizione oscurità luce abisso disordine caos annientamento pazzia resurrezione unione decomposizione perdita odio amore sesso violenza dominio sacrificio corpo danza pulsazione aria terra

Yep, it’s that time of the year again.

Su quarantasei pezzi, solo due hanno come titolo Halloween, e direi che è un buon risultato. Spunta fuori pure della roba rap, giusto per evitare l’equazione Halloween = rock e metal.


Inutile dire che la composizione più spaventosa è quella di Ligeti.
Special guest: Chopin.
Very special guest: Krysztof Penderecki.
Very very special guest: David Lynch, perché si.


E no, mi dispiace ma non c’è il main theme di Halloween né nessun altro pezzo di Carpenter. A dire il vero, il tema del suo film più famoso c’è ma sotto un’altra veste. Premete play e lo scoprirete subito.














(No, non ci sono nemmeno i Ghostbusters)



Raccapricciatevi!

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L’amore è una macchina fredda venuta dall’inferno: mutazioni tra Arca e Titane

La protagonista del nuovo film di Julia Ducournau, regista francese che si è aggiudicata la Palma d’Oro nell’ultima edizione di Cannes con il suo Titane, ha una frase tatuata sul petto: “L’amore è un cane che viene dall’inferno”. Chi conosce Bukowski avrà già riconosciuto la citazione, fra le più note del buon vecchio Charles. Sembra una cosa da nulla, uno dei tanti tatuaggi che ricoprono parte del corpo della protagonista, Alexia, quasi un vezzo estetico per caratterizzare ancora di più il personaggio. Eppure, man mano che il film scorre di fronte a noi con il suo turbinio di violenza, umori, silenzi e sguardi, inizia ad assumere un suo significato peculiare e ad illuminare sotto la sua luce obliqua l’intera vicenda.

Perché, in sostanza, ciò di cui Alexia viene privata è un legame d’amore sincero ed incondizionato. Lo si intuisce sin dalle prime scene: la protagonista dimostra già da bambina un precoce attaccamento all’auto nella quale sta viaggiando anziché nei confronti del padre, lontano e indifferente verso la figlia. La placca di titanio che le verrà impiantata nel cranio in seguito all’incidente sarà il suggello di quest’amore mutante fra lei e la macchina, una compenetrazione fra corpo caldo e umano e corpo freddo e meccanico. Un’amore aberrante, fuori dai confini di ciò che è considerato strettamente naturale, e come tale destinato ad essere “maledetto” e rifiutato. D’altronde, la prima cosa che Alexia farà una volta fuori dall’ospedale non sarà quella di baciare i propri genitori, bensì l’auto dell’incidente.

Titane Alexa bambina


Da questo momento in poi, la giovane protagonista, ormai adulta, non farà altro che mettere in scena non tanto la sua “mancanza di umanità” (qualunque cosa questa espressione voglia significare), bensì la propria rinnovata e totale alterità. Critici e giornali si sono concentrati in maniera sensazionalistica sulla sequenza dell’amplesso con l’auto, ma quella parte non è nemmeno la più importante per capire la psicologia della protagonista; è più che altro un momento di passaggio, finalizzato a sottolineare l’ulteriore estraneità di Alexia dai rapporti convenzionalmente accettati. La violenza e gli assassinii di cui si rende protagonista sono sia un modo per proteggersi, magari dalla richiesta insistente di un bacio che alla fine le viene strappato senza il suo consenso o da una famiglia che non l’ha mai realmente accettata, e sia per provare finalmente sensazioni che per lei possano definirsi autentiche. Solo un essere come lei, alterato al punto da emettere olio motore dal proprio corpo, può comprendere la profonda verità del sangue, proprio perché né è quasi completamente priva e perennemente alla ricerca di esso.
Alexia sembra amare il dolore, sia quello provocato sugli altri che su se stessa. Da questo punto di vista Titane è un film molto “concreto”, ovvero riesce a far percepire in maniera diretta ed epidermica il dolore della carne lacerata, sanguinante, battuta. Alexia è una bestia/macchina tutta corpo e sensazioni, ed è proprio attraverso la modificazione del suo corpo che riuscirà alla fine ad instaurare un rapporto profondo – un vero rapporto d’amore – con Vincent, capo di una squadra di pompieri, un improbabile personaggio anche lui lacerato dal dolore per la perdita del figlio.

Il sangue ricorda alla protagonista la sua controparte umana ma, nello stesso tempo, questo istinto assassino che sembra muoverla in maniera cieca è più simile a quello di una macchina fredda e programmata per uccidere; il nero dell’olio che sporca il suo corpo le ricorda immancabilmente la propria controparte macchinica di cui lei stessa ha paura e che sembra non comprendere appieno. In questa apparente dualità trasformativa si esprime la natura di cyborg di Alexia, secondo la teoria queer del Manifesto cyborg di Donna Haraway, una cornice concettuale all’interno della quale Titane si pone immancabilmente e che richiama continuamente. Apparente perché il film, proprio come la Haraway, tende verso una riconciliazione degli opposti umano/macchina in senso positivo, materializzandola in un terzo soggetto non binario che non appartiene completamente né ad un ambito né all’altro, bensì ad entrambi.

Aperta parentesi
lo stesso film è composto da due parti apparentemente contrapposte, proprio come il termine body-horror, genere nel quale Titane è stato inserito anche un po’ forzatamente. Alla Ducournau, infatti, sembra interessare più la parte “body” presente nella seconda metà dell’opera, dove il film assume toni da dramma familiare, mentre la prima parte, quella che è stata fatta risalire all'”horror”, oltre ad essere visivamente più coinvolgente, è solo un pretesto per mettere in scena la protagonista e giocare col senso di spaesamento fra i due frammenti. La bellezza di Titane risiede anche nella messa in scena letterale dell’elemento non binario, grazie alla quale il film si prende molta libertà con i generi, guarda caso proprio come il personaggio di Alexia. Di conseguenza, parlare strettamente o principalmente di body-horror rischia di non rendere piena giustizia all’opera
Chiusa parentesi

Titane auto


Alexia è un soggetto fluido, post-umano, ma non per questo incapace di amare; anzi, come si è accennato in precedenza, è solo attraverso un processo di transizione che Alexia scoprirà di poter intessere legami significativi e addirittura di poter generare nuova vita. Di poter finalmente abbracciare la macchina in modo da renderla innocua perché ormai parte della sua nuova identità. Anche Vincent va incontro ad un trattamento simile: per lui il processo trasformativo rinvia alla debolezza e alla fragilità che risiede oltre la corazza pompata e drogata di certa mascolinità, rappresentata nel film dal piccolo ambiente della caserma dei pompieri, quasi una setta formata da giovani intenti a mostrare i muscoli.
Per entrambi il rapporto d’amore si traduce davvero in trasformazione, ovvero amore che è innazitutto accettazione dell’alterità e comprensione dell’altro, anche quando sembra risiedere in un mondo a noi ostile. In questo modo, entrambi i personaggi riusciranno ad abbandonarsi alla nuova realtà, ed è proprio in quel momento che troveranno la pace. L’amore non è più una creatura infernale ma più che altro qualcosa che è a metà fra inferno e paradiso: una continua messa in discussione e riconfigurazione dei suoi confini.

Ora, trasponiamo tutto ciò che è Titane – Alexia, la sua alterità, la compenetrazione uomo/macchina, la cornice queer e trans-formativa – in ambito musicale. Quale nome potrebbe venir fuori osservando le immagini sullo schermo? Non si andrebbe molto lontano se si citassero alcuni dei nomi afferenti alla corrente dell’industrial e di certa elettronica più sperimentale. Ma al di là di Throbbing Gristle, Foetus o Nurse with Wound e posando lo sguardo sugli ultimi vent’anni, il nome di Arca potrebbe essere quello più adatto a trasporre in musica l’intero apparato filmico e ideologico su cui è costruito Titane. Fra gli artisti contemporanei, Arca è quello che meglio incarna oggi un certo modo di fare musica elettronica che abbia come presupposto teorico proprio la ricerca dell’alterità, nel senso di rifiuto di qualsiasi categorizzazione standardizzata in maniera binaria. Alejandra Ghersi vive completamente l’idea di queerness, proiettandola sia sul suo corpo che sulla sua musica. L’artista infatti si identifica come donna transessuale, e questo elemento non è un semplice un dettaglio o una mera nota biografica: è cruciale, è tutto. È il corpo stesso che per Arca diventa mappa sonica e il fondamento per dare una non-forma ai suoi suoni. Le sue composizioni sono veri e propri corpi sonori che sussultano, si dimenano, irrigidiscono e contorcono perché vivisezionati dal bisturi dell’elettronica. Nella sua musica la violenza è la via che il corpo intraprende per raggiungere la sua verità, intima e profonda, proprio come accade ad Alexia. È un modo per scoprirsi per poi finalmente affermare “soffro, dunque sono”; il tentativo estremo (e quindi extra umano) per cercare di essere quanto più possibilmente autentici a sé stessi. Dal corpo si parte e al corpo si ritorna, ogni volta diversi.


Tutto è manipolabile. Tutto sembra ancora da scrivere e suonare. Quella di Arca è musica non binaria, un flusso sonoro costante e in continuo movimento sul quale sbocciano brevemente piccoli frammenti di melodia, e dove i classici punti di orientamento ritmici e melodici vengono perennemente riconfigurati, proprio come insegnano la scuole avanguardiste di secondo ‘900. Si seguono traiettorie imprevedibili, come fossero tracciate da un’intelligenza artificiale ad alto grado di complessità anziché da un essere umano. Proprio il “tocco umano” viene messo da parte, probabilmente perché ritenuto umano, troppo umano, non adatto a costruire questi nuovi paesaggi dominati da geometrie instabili. Se nei primi due album, Xen e Mutant, l’alterità è spinta al massimo tanto da creare un ambiente altamente artificiale in cui venire immersi, negli ultimi due dischi, Arca e KiCk i, proprio l’elemento umano per eccellenza in musica – la voce – inizia a reclamare i suoi spazi. È proprio qui che uomo e macchina trovano la loro collocazione simbiotica, una riconciliazione che da vita ad una terza via al di là della stessa dualità su cui è impostata gran parte della musica che ascoltiamo: la via del cyborg. Sembra di poter intravedere la stessa natura non binaria che percorre Titane in quanto opera cinematografica mutante, nonché ovviamente il personaggio di Alexia, compenetrazione di umano e di macchina. Il brano Nonbinary, traccia di apertura di KiCk i che visivamente sembra riecheggiare All is Full of Love di Björk, una delle influenze più importanti per la musicista e produttrice venezuelana, suona allora come un manifesto queer aggiornato al XXI secolo, e che avrebbe accompagnato perfettamente alcune delle scene del film, quasi come un videoclip.


La via del cyborg è perfettamente resa in maniera esplicita proprio a partire dalle pubblicazioni degli ultimi anni, come si evince ad esempio dalle copertine di KiCk i e dell’ep @@@@@, quest’ultimo fra le cose più interessanti prodotte da Arca per l’ampia libertà sonora che si concede e per le sperimentazioni in chiave più estrema e pesante per i suoi canoni.

Copertina di KiCk i
La copertina di @@@@@, a metà fra Crash e Mad Max


Proprio sulla cover di @@@@@ troviamo Arca distesa su un auto in un atteggiamento lascivo e sensuale, lo stesso di Alexia nella prima parte del film quando si scatena sulla cadillac durante una convention di appassionati di motori, un ballo esplicitamente erotico col quale si vorrebbe corteggiare la macchina/bestia e che prelude al successivo accoppiamento. In entrambi i casi, la pelle e il corpo si incontrano/scontrano con la durezza del metallo, indicando come il corpo umano sia così facilmente penetrabile da un agente esterno, così facilmente violabile nella sua presunta unità. Il metallo della tecnologia è violenza, contrapposto alla purezza naturale del corpo. Ma ciò che la musica di Arca e le immagini di Titane vogliono esprimere è che questa purezza è solo momentanea e rappresenta solo uno degli infiniti modi di istaurare il nostro rapporto col corpo: sottoponendolo a processi trasformativi, esso rivela nuove verità e spazi ulteriori che riconfigurano le percezioni e quindi il campo del reale.

Di Twitter, celebrità e testicoli gonfi

È stato uno di quei giorni nell’universo dei social media, pianeta Twitter. Il classico giorno a base di disinformazione, sensazionalismo, meme e polemiche, il tutto su un letto di ipertrofia dell’ego, come è d’obbligo.
A tenere banco la settimana scorsa è stata la rapper Nicki Minaj, non nuova nel dar mostra al mondo intero come raggiungere ulteriori livelli di imbarazzo.
Questa la perla da cui tutto è partito, giudicate voi.

Apriti cielo e apriti social.
Twitter è letteralmente esploso fra tag e contro tag.
Anthony Fauci è dovuto intervenire in mondo visione per debunkare in qualche modo il nesso fra vaccini e palle gonfie/impotenza.
Si è dovuta scomodare pure la Casa Bianca, dicendo di voler mettere in contatto la Minaj con i suoi esperti per rispondere a tutte le sue domande sulla sicurezza dei vaccini, in un disperato tentativo di tamponare in qualche modo questo capolavoro di disinformazione in un momento tanto delicato (ovviamente Nicki Minaj non ci ha capito un cazzo e ha inteso che fosse stata invitata PRESSO la Casa Bianca, e quindi l’entourage di quest’ultima ha dovuto specificare che no rincoglionita, non ti abbiamo detto di venire qui, al massimo ti fai na chiaccherata al telefono con uno dei nostri medici ultra stipendiati e bona lì!).
Ci sono finiti in mezzo anche Boris Johnson e Chris Witty, medico responsabile della risposta anti-covid in Uk, ai quali la Minaj ha inviato un messaggio audio dove li ha perculati facendo il verso al loro accento british.
Il Ministro della Salute di Trinidad e Tobago, visibilmente imbarazzato e sconsolato, ha dovuto ribadire che si, dopo tutte le nostre ricerche e il tempo perso dietro a tale minchiata, sta storia delle palle ingrossate causate dal vaccino è una puttanata grande quanto un grattacielo. Il suo video è meritevole di essere visto per l’aria assolutamente demoralizzata in cui ha dovuto ribadire una cosa così ovvia. Se non vi si stringe un po’ il cuore per quest’uomo, allora siete delle brutte persone.

Insomma, un casino totale.


L’uscita di Nicki Minaj sui testicoli dell’amico di suo cugino diventati come due noci di cocco fa il paio con le dichiarazioni (molto meno originali, a dire il vero) di Eric Clapton, che aveva sposato la causa anti-vax e anti-obbligo vaccinale per i soliti motivi reazionari e paranoici da repubblicano statunitense. Interessante notare come nonostante il gap generazionale fra i due pubblici di riferimento dei due artisti sia enorme – la Minaj con millennials/gen Z, Clapton con i boomer – entrambi si ritrovano a condividere le stesse dinamiche di disinformazione. A differenza di slowhand, però, la rapper statunitense sembra mossa più dalla costante voglia di essere al centro dell’attenzione, sebbene questo possa anche significare ricoprirsi di ridicolo e rendere pubbliche uscite a dir poco infelici e potenzialmente pericolose. Non c’è dubbio che alcune delle sue affermazioni (non solo quelle sui vaccini) si trovino allineate con la destra repubblicana e più radicale, e non è un caso che Tucker Carlson, noto commentatore di Fox News, abbia colto la palla al balzo per strumentalizzare l’assurdo tweet della pop star per dare contro i Democratici e compagnia progressista. L’episodio della Minaj è interessante perché, ad ogni modo, denota come in questo periodo di crisi sanitaria e sociale ogni dichiarazione, dubbio o allusione, anche i più assurdi ed innocenti, si possano trasformare in un caso nazionale, contribuendo ad esacerbare un clima di per sé già molto teso. Personalità in vista e perennemente esposte come Nicki Minaj si pongono al crocevia fra spettacolo e politica, e a partire dallo scoppio della pandemia il confine fra i due ambiti si è sempre più assottigliato, tanto che molte personalità dello spettacolo hanno ormai esplicitato le loro posizioni pro o contro i vaccini e il relativo obbligo. Posizioni che, ora come ora, sono a tutti gli effetti politiche.

Certo è che la Minaj sembra affetta dal tipico narcisismo paranoide di cui soffrono le persone ego maniache, le quali sono incapaci di mettere in discussione le proprie certezze, di porsi due domande e di verificare ciò che affermano e pensano. Poco importa alla fine se l’amico del cugino esiste davvero: ciò che importa, per lei, è di dover dire la sua, sempre e comunque, e di dominare i motori di ricerca e le testate dei giornali e dei tabloid.
E questo ci conduce ad un altro nocciolo della questione, ovvero: perché questa gente ultra famosa non ha ancora capito che deve dosare le parole? Perché non ha ancora capito che ha delle enormi responsabilità non solo verso i propri fan, ma verso la società nel suo complesso? I social permettono di raggiungere miliardi di persone istantaneamente; ormai non basta pensarci su solo una volta, ma dieci, quindici, venti volte, prima di premere il benemerito tasto invio per pubblicare un commento o un tweet. Molti di questi personaggi pubblici sono strettamente dipendenti dalla tecnologia – in particolare dai social – ma la usano ancora come fossero dei bambini, cioè lasciandosi dominare da essa e senza porre alcun filtro. Il caso di Trump ha ormai fatto scuola, ma è stato solo quello più eclatante, visto che si trattava del presidente degli Stati Uniti d’America e, quindi, dell’uomo più potente del mondo; ben prima di lui così come dopo di lui, il rapporto fra personaggi pubblici e tecnologie digitali era e continua tuttora ad essere molto complicato.

Come ascoltatori e fruitori di musica ed intrattenimento, vogliamo ancora sopportare questo modo di fare? Davvero siamo disposti a celebrare il più completo menefreghismo di questa gente? Giusto per fare un esempio: chi glielo dice alla Minaj, il cui profilo Twitter conta sui 22 milioni di followers, che un tweet del genere va anche e soprattutto a discapito delle minoranze che non possono accedere facilmente alle vaccinazioni contro il covid e alle cure ospedaliere necessarie? Fra quelle minoranze rientrano anche gli afroamericani e i sudamericani, quest’ultima categoria alle quali lei appartiene, essendo nata a Trinidad e Tobago e cresciuta a New York. Gente come Nicki Minaj straparla di empowerment e di discriminazione, ma in realtà gode del potere che fama, soldi e successo garantiscono loro; la conseguenza non è altro che il continuo perpetuarsi di tutto un sistema che danneggia non i privilegiati come lei, bensì tutti coloro che non hanno accesso a quel potere, e che quindi lo subiscono.

Questa gente deve capire che responsabilità ha verso la collettività, altrimenti deve essere pronta ad assumersene le conseguenze. Per questo bisognerebbe essere meno fan e più ascoltatori critici; evitare di idolatrare la persona, cosicché da non giustificarla sempre e comunque, ed ascoltare la musica in maniera più ragionata e filtrata dalle nostre idealizzazioni. In questo modo potremo fare davvero nostra l’arte che ascoltiamo.

Ma ora basta con il momento serietà, è arrivato il momento dello shitposting! Fra tweet di risposta a quello della Minaj e un paio di memini belli caldi, ce n’è per tutti i gusti. Buon appetito!

Lui ha vinto l’internet

Ah si, inutile dire che la colonna sonora del pezzo è questa qui:

La musica in Afghanistan è viva e vegeta, sono gli altri che sono morti

Il destino della musica in Afghanistan è oggi incerto. A distanza di quasi un mese da quando i Talebani hanno riconquistato il paese, musicisti, cantanti, strumentisti, arrangiatori, promotori, direttori d’orchestra e semplici ascoltatori vivono nel terrore che i suoni e i ritmi ritornati fra le strade di Kabul circa vent’anni fa possano lasciare ancora una volta spazio al silenzio.
Il neonato governo talebano non ha ancora rilasciato ordini precisi al riguardo, ma niente fa sperare per il meglio. Alla fine di agosto, Fawad Andarabi, noto cantante e musicista folk locale, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco presso Andarab, a nord della capitale. Foto di strumenti danneggiati sono circolate sui social verso l’inizio di settembre, messe in rete dal cantante Aryan Khan. Notizie sulla messa al bando delle attività musicali sono giunte dalle provincie meridionali di Zabul e Kandahar. A questo punto, non è da escludere che il prossimo nonché prevedibile obiettivo possa essere l’Istituto Nazionale di Musica Afgano. I Talebani sono dei sanguinari assassini ma sanno che attaccare immediatamente determinate istituzioni non giocherebbe a loro favore, soprattutto in un momento in cui stanno cercando qualsiasi appiglio politico per essere riconosciuti a livello internazionale. Nel frattempo, potrebbero iniziare dalle piccole realtà, sopprimendo lentamente ma costantemente attraverso minacce e pressioni chi non ha i mezzi per difendersi pubblicamente.

D’altronde come dichiarato dal portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid: “Speriamo di poter persuadere le persone dal non fare queste cose [suonare ed ascoltare musica n.d.a.], invece che doverle forzare”. Tradotto: se non capiranno con le buone, dovremo passare alle maniere forti.
Sanguinari assassini, appunto.

La storia si ripete: l’odio e i metodi dei Talebani non sono qualcosa di completamente inedito. Ogni regime totalitario che si rispetti ha sempre preso di mira l’arte, per lo meno un certo tipo di arte, poiché potenziale veicolo di idee politiche e di visioni del mondo sovvertitrici e rivoluzionarie. L’arte si fruisce, è condivisione (a differenza del potere); le persone si radunano intorno all’arte, si rispecchiano in essa, costituisce un momento in cui si provano emozioni e sensazioni molteplici nello stesso istante. L’arte può far allontanare dal qui e ora per trasportare in un’altra dimensione, facendo vedere uomini ed eventi sotto un’altra prospettiva, cosa che un regime non vuole assolutamente che accada.

È necessario fare comunque una piccola ma importante precisazione per quanto riguarda il divieto talebano sulla musica. Come specificato dall’etnomusicologo britannico John Baily, la proibizione riguarda esclusivamente la musica suonata e composta da e per gli strumenti musicali, ad eccezione del semplice tamburo. Canti di tipo religioso eseguiti senza l’ausilio di altri strumenti sono permessi, tant’è che gli stessi Talebani cantano i loro taranas, delle particolari composizioni vocali derivate dalla tradizione musicale indù.
A conti fatti, ciò che i Talebani stanno imponendo non è altro ciò che fecero i regimi nazista e sovietico: bandire un certo tipo di arte non funzionale agli scopi ideologici del potere. Per i nazisti era tutta quella musica e arte da loro etichettata come “degenerata”, riferita soprattutto ai compositori contemporanei che, non a caso, furono costretti ad emigrare altrove per poter continuare a lavorare; per i sovietici erano tutte quelle opere che non esaltavano e raccontavano le glorie della rivoluzione e del suo futuro avvenire. La differenza risiede nel fatto che il veto talebano è di carattere religioso, perché secondo la loro interpretazione dell’Islam gli strumenti musicali distoglierebbero dalla preghiera e indurrebbero a comportamenti corrotti e peccaminosi contrari alla volontà divina.

Certo che se dovessimo ascoltare solo la musica talebana sarebbe na bella rottura di palle, eh! Per fortuna il mondo musicale di ogni paese è estremamente vario, e quello afgano non fa eccezione. Anzi, la sua cultura musicale è antichissima ed ha sempre costituito una delle testimonianze più importanti sul suono e sullo sviluppo culturale della musica.
Negli ultimi vent’anni – da quando i Talebani erano stati respinti fuori dai confini del paese in seguito all’invasione statunitense e degli alleati – la scena musicale afgana era tornata lentamente a rifiorire. L’insegnamento della musica era di nuovo aperto a tutti, anche alle donne, così come concerti ed eventi potevano essere tenuti senza il rischio di bagni di sangue. Ovviamente ciò era valido soprattutto nei grandi centri come Kabul, mentre nelle realtà non urbane e dell’entroterra continuavano a vigere regole molto severe su chi potesse fare arte e come usufruirne. Le cose non sono cambiate da un momento all’altro, naturalmente, e nonostante il cambio di regime le persone che volessero darsi alla musica – soprattutto le donne – dovevano stare molto attente. D’altronde non esistono solo i Talebani come fanatici religiosi.

Tutto ciò che di buono si era riuscito a costruire rischia molto probabilmente oggi di non esistere più. Di ritornare al punto di partenza. L’Afghanistan e la sua tradizione musicale sono le vittime non solo di un regime di esaltati assetati di potere, ma anche delle illusioni a buon mercato e dell’ipocrisia Occidentali. Un’ipocrisia che ha impiegato solo un mese di tempo per palesarsi in tutta la sua assurdità e tragicità. Un’ipocrisia ancora figlia di una visione coloniale del mondo, per la quale democrazia e uguaglianza non sono processi a cui si giunge e attraverso i quali un popolo decide come autodeterminarsi, ma strumenti, ancora una volta, di potere. Non è più un segreto che i comandi in carica dell’esercito statunitense abbiano costantemente mentito sui progressi inesistenti di una guerra condotta senza il minimo obiettivo e una strategia chiara. Così come la mancanza di conoscenza della cultura locale e della stessa idea di cosa volesse dire essere un popolo, hanno giocato un ruolo chiave nell’alienare la maggior parte della popolazione da ciò che stava avvenendo nei palazzi governativi presieduti da forze straniere viste come illegittime.
Agli afgani è stata privata la possibilità di scelta.

Di fronte alla violenza e all’ipocrisia, la musica dell’Afghanistan brilla ancora di più della sua luce autentica. Tributarne gli artisti potrebbe essere un modo per fare in modo che non tutto cada nell’oblio, come quando la polvere si innalza violentemente dopo l’ennesima esplosione. Che la memoria di suoni, ritmi e testi continui in qualche modo a vivere nelle emozioni di chi ascolta. Questo vorrebbe essere solo un piccolo tributo ad un paese ed alla sua musica, alla sua gente. Ovviamente i nomi qui riportati non sono che una piccola parte di ciò che l’Afghanistan ha da offrire, perché, come accennato, la scena musicale locale – nonché di coloro emigrati all’estero – è estremamente ricca.

Affinché un giorno questa musica possa ritornare ad essere suonata, cantata, ballata ed ascoltata liberamente, da donne e uomini liberi.
A tutta la musica che l’Afghanistan donerà ancora al mondo.

Burka Band
Il primo gruppo tutto al femminile mai uscito fuori dall’Afghanistan. E come tale, una vera e propria sfida al conservatorismo maschilista dei Talebani. Le Burka Band sono nate agli inizi del nuovo millennio, vestono tutte con il burqa sia per provocazione che per necessità, dovendo nascondere le proprie identità per non venire incarcerate o uccise. Il trio è nato a Kabul ma ha suonato in Germania, dove ha trovato un piccolo ma forte seguito, ed ha all’attivo un ep e un singolo, uscito fra l’altro proprio quest’anno. Attitudine 100% punk per una musica minimale che richiama certa new wave, con testi che sono spasso puro.

Qais Essar
Al giovane Qais Essar piace molto sperimentare, espandendo le possibilità della musica folklorica afgana attraverso l’incontro con strumenti come batteria, basso, violino e chitarra. Accompagnato dal suo fedele rubab, strumento classico della tradizione del suo paese, il musicista e produttore ha fatto concerti negli States, Canada ed Europa, componendo anche musiche per film e spettacoli. Nelle sue ultime produzioni si percepisce un tocco quasi post-rock, ma molto delicato ed etereo, esaltato dalle atmosfere tipiche evocate dal suo strumento principe.

Ustad Mohammad Omar
E a proposito di folk afgano e di rubab, Mohammad Omar (da non confondere con quell’altro capo talebano, guercio e stronzo) è una figura centrale nella storia della musica dell’Afghanistan, avendo contribuito ad ampliare ancora di più il repertorio dedicato al rubab e alla musica folklorica in generale. Ha ricoperto anche il ruolo di direttore dell’Orchestra Nazionale della Radio Afghana, dove ha fatto conoscere ai suoi concittadini la varietà di linguaggi dei vari gruppi etnici del loro paese. Nel 1974 è stato il primo afgano ad insegnare in un’università statunitense, presso la University of Washington; nel 1978, inoltre, ha collaborato con gli Embryo, gruppo rock/jazz sperimentale tedesco, con il quale ha suonato per una serie di concerti durante il tour in Medio Oriente della band. Il seguente video è la registrazione del concerto presso l’Università di Washington, concerto nel quale Mohammad Omar ha suonato per la prima volta il suo rubab di fronte ad un pubblico occidentale.

Homayoun Sakhi
Altra figura centrale del folk afgano, Homayoun Sakhi è considerato oggi uno dei maestri dell’arte del rubab, strumento che ha imparato dal padre sin da bambino. Trasferitosi negli Usa sin dall’inizio del nuovo millennio, è diventato nel tempo uno degli ambasciatori sia dello strumento classico che della musica tradizionale afgana, aprendo molteplici scuole di musica, collaborando insieme ad altri musicisti proveniente dalla sua stessa area e fondando i Voices of Afghanistan insieme a Mahwash, cantante fra le più note in Afghanistan. Inoltre, ha collaborato anche con i Kronos Quartet.

Mahwash
Con il raro titolo onorifico di Ustad (che significa “maestro”) concesso ad una donna, Mahwash è oggi una delle voci più amate e note in Afghanistan, una specie di corrispettivo afgano di Mina. Nata in una famiglia molto tradizionalista e conservatrice, Mahwash ha dovuto tenere nascoste le sue doti canore dalla famiglia fino al completamento degli studi universitari. Da quel momento in poi, per lei è stata tutta una strada in salita, costellata di successi e di importanti collaborazioni in patria, registrando principalmente canzoni e composizioni a cavallo tra pop e folk della tradizione afgana.

Ahmad Zahir
Se Mahawash è Mina, Ahmad Zahir è Lucio Battisti. Chiaro no? Basterebbe questo parallelismo per carpire tutta la grandezza, l’amore e il seguito popolare della voce del cantante. La sua figura è ancora oggi venerata da vecchie e nuove generazioni di ascoltatori e musicisti, in quanto Zahir riuscì a sintetizzare nel corso degli anni ’70 i suoni del suo paese con musiche provenienti dall’Occidente, come il rock e la chanson francese. Questa incorporazione di altri elementi musicali nei suoi pezzi fu possibile grazie ai suoi viaggi in Usa e in Europa, possibili visto che era il figlio del primo ministro afgano Abdul Zahir (in carica dal 1971 al 1972). Di certo un privilegiato rispetto alla maggior parte dei suoi connazionali, cosa che però non gli ha impedito di diventare il cantante più amato del paese, tanto da essere soprannominato “l’usignolo dell’Afghanistan”. Morì giovanissimo, a 33 anni, in un incidente stradale; i Talebani distrussero la sua tomba durante la guerra civile del 1996, per poi essere ricostruita dai fan nel 2003.

District Unknown
Immaginate di essere giovani, magari poco più che adolescenti, in un paese come l’Afghanistan. Magari avete visto alcuni video di gruppi rock e metal statunitensi ed europei su YouTube, e vi siete innamorati di quell’esplosione di energia fatta apposta per disintegrare tutte quelle catene che l’ambiente in cui siete cresciuti vi ha costantemente gettato addosso. Non si può escludere che sia andata realmente così per i District Unknown, band prog metal di Kabul nata nel 2008 e con all’attivo solo un album, Anatomy of a 24 Hour Lifetime, e un singolo, 64, scritto per commemorare le 64 persone morte durante un attacco suicida nell’aprile 2016 nella capitale. Le melodie vocali pescano a piene mani dallo stile dei Katatonia e degli Opeth, accompagnate da una sezione strumentale dal suono più contemporaneo, che vira in egual misura nel post-metal e in certe soluzioni alla Meshuggah. Neanche a dirlo, condividono lo stesso destino delle Burka Band, dovendo nascondere le loro identità durante i concerti per paura di possibili ritorsioni; la differenza sta nel fatto che il trio femminile non può fare musica in quanto composto da donne, i DU invece rischiano la vita per il tipo di musica proposta, prettamente occidentale, e l’attitudine più sfrontata e ribellista, almeno per i canoni dell’afgano medio. La band si è sciolta recentemente e, da quanto è possibile sapere, sia il cantante che il chitarrista si sono ricollocati fra Usa e UK suonando in un nuovo progetto, gli Afreet, il cui ultimo singolo, My Land is Breaking, è stato composto per raccogliere fondi per aiutare i musicisti afgani ad evacuare dal paese (è possibile ascoltare e donare qui).

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