Iron Maiden, ovvero l’arte di suonare un’unica, lunga canzone

È passato un mese da quando Senjutsu, l’ultimo disco dei Maiden, ha fatto il suo trionfale ingresso fra le piattaforme di streaming, i negozi e le classifiche dei dischi più venduti (debuttando dritto dritto alla terza posizione di Billboard 200), e tutti, addetti ai lavori e fan, si stanno ancora scannando, criticando a vicenda e scervellando sui suoi ottanta minuti e passa di musica.
Già, ottanta minuti e passa… tanto dura il diciassettesimo album in studio del sestetto più acclamato del metal, e, detto sinceramente, per pubblicare un disco così lungo nell’anno domini 2021 bisogna avere due palle grosse così o essere completamente rincoglioniti. Non escluderei la seconda, non solo e non tanto per motivi meramente anagrafici (ormai Steve Harris & co. navigano allegramente verso la settantina), ma anche perché nei musicisti che operano a livelli del genere inizia a farsi largo una mentalità tutta particolare, che ti fa credere che qualsiasi scelta artistica andrai a fare sarà comunque quella giusta. Una specie di mantra che recita più o meno così: “in tutti questi anni è andata complessivamente bene – anzi, molto bene! – perché mai dovrebbe andare tutto a puttane proprio ora se si sta continuando imperterriti sulla stessa strada?”.

Eh già, perché mai dovrebbe andare tutto a puttane? Anche se i gli Iron Maiden pubblicassero un album di rutti e scorregge in contro tempo, i loro fan non volterebbero loro le spalle, così, di punto in bianco. Ad ogni modo, non è nemmeno una questione di quello che vogliono i fan, almeno non completamente, a differenza di come certi deliri vorrebbero far credere; è più una questione di quello che vogliono fare i Maiden stessi, perché quando arrivi a certi livelli di fatturato e l’etichetta per la quale lavori ti bacia le scarpe ti puoi permettere di fare quello che ti pare, e sti gran cazzi dei fan. Hai insomma il coltello dalla parte del manico, e questo Steve Harris lo sa benissimo. Parliamoci chiaro, chi scrive crede che, dal punto di vista meramente musicale, gli Iron Maiden non abbiano mai fatto un disco che si possa dire brutto, ma talmente brutto che verrebbe di buttare dalla finestra cd e stereo (per chi ancora li usa), pretendendo indietro non solo i soldi spesi ma anche i minuti della tua vita buttati ad ascoltare quella roba. E, sempre detto sinceramente, chi scrive crede anche che il sottoscritto sia tra i pochi – se non fra i pochissimi – a pensare ciò. È da poco più di vent’anni ormai, ovvero dalla pubblicazione di Brave New World, che il pubblico maideniano ha subito una lenta ma continua scissione che, anno dopo anno e album dopo album, si è rivelata sempre più profonda: da una parte i fan più old school, per usare un’etichetta abusata, quelli cioè affezionati ai decenni degli ’80 e dei ’90, i primi da idolatrare e i secondi da prendere con le pinze senza però rinnegare nulla; dall’altra, invece, i fan della new school, quelli che “il nuovo corso dei Maiden”, “gli Iron Maiden sperimentano col prog”, “voglio vedere un altro gruppo di sessantenni suonare così”. Insomma, na guerra fra faide che nemmeno in Game of Thrones.

The LOLeliness of the long distance runner



E per carità, ci sta, è bello e divertente scannarsi per queste cose, ed è anche comprensibile che un gruppo storico come gli Iron Maiden possa innescare determinate reazioni, tanto che fra il pubblico di una qualsiasi band K-pop e quello della band inglese non c’è più nessuna differenza (anzi no, c’è: se li fai incazzare, gli ascoltatori della prima ora dei Maiden ti blastano a tutto volume un pezzo della loro band preferita contro casa tua). D’altronde stiamo parlando di una band con quasi un quarto di secolo sulle spalle (!!!), diciassette album in studio, un repertorio di più di 150 pezzi, faraonici tour mondiali degni del Cirque du Soleil; è chiaro che ognuno veda il gruppo sotto una lente diversa, trasfigurata da emozioni, ricordi e sensazioni personali. Ognuno sente che la musica di quei sei musicisti è parte di sé, della propria storia e della propria biografia. La fa innegabilmente sua. Gruppi come gli Iron Maiden non entrano nella storia della musica solo perché hanno contribuito a creare ed ad ampliare un intero genere musicale, ma anche perché assumono un significato più grande, che investe milioni di persone e per questo va al di là dei singoli musicisti coinvolti in un progetto. Il significato di quella data musica diventa collettivo. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso quando critichiamo aspramente e senza appello i gusti altrui, credendo di essere i detentori della “buona” musica e arte in generale. Nella stragrande maggioranza dei casi non lo siamo.

La frangia old school rimprovera ai Maiden di non essere più quelli di una volta (critica ovviamente ultra prevedibile, chettelodicoaffà), di essersi in qualche modo “rammolliti”, di aver perso quel quid metal che ha reso leggendari album come Seventh Son, Piece of Mind o Powerslave; quella new school esalta invece quello che è ritenuto come il nuovo corso del gruppo, foriero di nuovi capolavori capaci di rivaleggiare con quelli del passato e di nuovi stimoli.
Niente di nuovo sotto al sole, nemmeno le critiche appena riportate (anche se è difficile appellarle come tali, visto che si tratta più di fissazioni condivise e prese di posizioni aprioristiche). Domanda: la verità, come si suol dire, sta nel mezzo? Risposta: no, ma non sta né di lato, né sopra, né sotto. Meglio affermarlo subito una volta per tutte: dire che “la verità sta nel mezzo” è sempre stata una minchiata, perché è un modo paraculo per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, perdendo di vista alla fine la realtà delle cose. E qui la realtà è che gli Iron Maiden hanno sempre suonato la stessa identica canzone, sin dall’omonimo album del 1980. Come ho già specificato altrove, lo stile dei Maiden era già tutto in nuce sin dall’inizio, e tutto ciò che è successo in seguito non è stato altro che lo sviluppo naturale e il rifinimento di quello stile. I Maiden non hanno mai sperimentato con i generi, non hanno portato mai avanti un discorso artistico che prevedesse la messa in discussione delle loro stesse premesse, né tanto meno hanno mai accennato a dei cambiamenti, minimi o radicali che siano. Ciò che hanno sempre fatto, in maniera molto scaltra e anche assai professionale, è sempre stato quello di attenersi rigorosamente ad un canovaccio (sviluppato da loro e per questo riconoscibile, senza dubbio), cercando di volta in volta di giocare con esso, e quindi mettendo in luce ora un certo aspetto del loro stile anziché un altro, sottolineando certi elementi invece che altri e così via. Ma cambi di registro o improvvise deviazioni da questo copione sono sempre state accuratamente evitate. Si potrebbe dire che gli Iron Maiden non sono mai stati avvezzi ai cambiamenti: d’altronde, non si costruisce un impero così duraturo a botte di metamorfosi e trasformazioni che rischiano di minare la fiducia di fan ed etichetta. D’altro canto, stiamo parlando di un gruppo che, da quando ha iniziato ad incidere dischi, ha affrontato cambiamenti di line-up minimi, ed anche quando ha subito il rimpiazzo più pesante, ovvero Blaze Bayley al posto di Bruce Dickinson, ha dovuto fare immediatamente dietro front richiamando in barca il precedente frontman insieme ad Adrian Smith.

L’old scul


Giocare quindi a farsi la guerra, come ormai si è abituati da qualche anno a questa parte ad ogni nuova uscita della band, risulta alquanto inutile. Ripetere che gli Iron Maiden sono “cambiati” – in meglio o in peggio ha molta poca importanza in questa sede – non ha senso perché da un punto di vista strettamente stilistico, in realtà, sono sempre rimasti gli stessi; così come ravvisare una presunta evoluzione nel loro modo di scrivere canzoni è altrettanto fuori luogo perché, ascoltando attentamente i loro dischi, si può tranquillamente notare come il songwriting sia rimasto immutato. Ciò che al massimo è cambiato è solo il tono e l’andamento dei brani, che, partendo gradualmente da Brave New World per poi arrivare a compimento con A Matter of Life and Death, iniziano ad abbandonare i ritmi veloci e più diretti per un approccio più quadrato e pieno di mid tempos, dove anche i riff si aprono per lasciare spazio agli accordi e dove le melodie vocali assumono ancora più importanza che in passato; l’atmosfera si fa sempre più drammatica, pomposa ed epica, quasi da colonna sonora, con canzoni adatte ad essere cantate a squarciagola negli stadi più che per il pogo. Ciò che però è fondamentale notare è che tutto ciò è sempre stato presente nello stile dei Maiden sin dagli albori, e non è qualcosa che è stato introdotto da un certo momento in poi, come se si volesse abdicare al proprio passato per tentare inusuali strade sonore. Semplicemente, il gruppo ha deciso di portare ancora più in evidenza certi elementi mettendone in ombra altri, come se avesse voluto ricalibrare o riequilibrare le sue ben note caratteristiche, portando poi avanti questo tipo di discorso artistico nel corso degli ultimi anni. Anche le tanto sbandierate parti prog non sono nulla di nuovo per il sestetto, visto che i Maiden hanno sempre indugiato in lunghe parti strumentali: l’unica ma grossa differenza è che questi inserti strumentali venivano un tempo integrati nei brani in maniera molto più compiuta ed armoniosa, senza mai perdere di vista la canzone e la sua unità, mentre oggi suonano per lo più come un modo per allungare il minutaggio, col risultato di appesantire le canzoni e di smorzare il coinvolgimento. Basta fare un confronto con i tanti dischi prog rock degli anni ’70, ai quali lo stesso Steve Harris dice di ispirarsi: il confronto è purtroppo impietoso.
Senjutsu si inserisce in questo discorso di ricalibrazione generale che il gruppo inglese porta avanti da due decenni a questa parte; anzi, lo conduce ancora di più alle sue estreme conseguenze, tanto che l’approccio bombastico (da arena rock, più che da disco heavy metal vero e proprio) degli ultimi Maiden viene questa volta ancor più messo in risalto.

Non mi aspetto che gli uni e gli altri schieramenti credano ad una sola virgola fin qui riportata. E va benissimo così.
Inviterei solo a fare un giochino, ovvero a mettere su il primo disco degli Iron Maiden e di ascoltarlo attentamente dall’inizio alla fine, anche se lo si è fatto migliaia di volte. Se lo amate non avrete difficoltà ad ascoltarlo ancora una volta. Solo che questa volta bisogna sforzarsi di ascoltarlo con orecchie diverse, in maniera più distaccata, più analitica, magari prendendo nota delle diverse parti nelle canzoni. Finito con quel disco, si mette su l’ultimo Senjutsu. Si, so già cosa staranno borbottando i fan old school, ma qui il punto non è farsi piacere il disco a tutti i costi ma ascoltarlo con maggior distacco e con mente più razionale. E soprattutto con un minimo di onestà intellettuale.
Al termine di questo giochino si potrà forse notare come i punti in comune fra i due album, divisi da ben 41 anni di differenza, non saranno forse tantissimi ma nemmeno così pochi come si possa credere. Se poi il giochino diventa intrigante, allora si potrà condurre la stessa operazione con altri dischi dei Maiden scelti fra quelli dei primi vent’anni di carriera e del nuovo secolo.

Perché gli Iron Maiden sono come la mamma: ce n’è una sola e quella non cambia mai.

Ma che v’ha fatto The X Factor?

Il disco degli Iron Maiden del 1995, intendo, non il programma che ultimamente ha portato alla ribalta un gruppo di ragazzi ignari (???) di essere usati come ennesimo vuoto contenitore di un’industria musicale che anno dopo anno capitalizza e va avanti grazie all’immaginario del passato.

Si, quindi, The X Factor degli inglesi Iron Maiden, dicevamo. La merda spalata su questo album è stata talmente tanta nel corso degli anni che quella cagata dal triceratopo di Jurassic Park in confronto è bignè al cioccolato. Ma questo è il problema di essere fan, c’è sempre il rischio di rimanere obnubilati di fronte a tutto ciò che fanno i propri beniamini, e ogni cambiamento è visto con grande sospetto, se non proprio con ostilità. Non so esattamente da dove derivi la parola inglese fan, ma a me ha sempre fatto venire in mente il termine fan-atico. Ecco, chi ha sputato e continua a sputare su The X Factor mi sembra che si comporti da fanatico dei primi Maiden, quelli dei capolavori degli anni ’80, quelli che a partire dagli anni ’90 hanno iniziato a fare schifo. Non è vero, e i motivi sono essenzialmente due:
1) c’è No Prayer For The Dying che è lì a testimoniare il contrario;
2) The X Factor è qualcosa che i Maiden non avevano mai provato prima, una scommessa non tanto verso i loro fan, ma soprattutto verso se stessi. E che, alla fine, bisogna ammettere che hanno vinto.

Capiamoci, non stiamo parlando di un album rivoluzionario, né per la storia del rock/heavy metal, né per la stessa carriera del gruppo inglese. Premetto una cosa, però, qualcosa che potrebbe far cambiare immediatamente pagina a chi sta leggendo: a mio avviso, gli Iron Maiden non hanno mai realmente rivoluzionato il loro stile. Ovviamente hanno fatto la storia di un genere musicale perché sono stati fra i primi gruppi a canonizzare quel genere e a dargli un’identità ben precisa. Ma la loro carriera non ha mai realmente subito cambi di rotta – repentini o progressivi che siano – tali da costituire un prima o un dopo. Quello che i Maiden hanno fatto, invece, è stato giocare di volta in volta con questo o quell’aspetto del linguaggio heavy metal; sottolineare e finanche estremizzare determinate loro caratteristiche stilistiche; adottare diverse vesti in sede di produzione. Non hanno mai abbandonato la loro strada principale; con loro non si può neanche parlare di vere e proprie deviazioni, ma al massimo di variazioni nel ritmo di marcia. Non stiamo parlando, chessò, dei King Crimson che negli anni ’80 si sono messi a suonare new wave, o dei Sepultura che, manco a farlo apposta, a metà anni ’90 hanno incominciato a mettere bonghi e marimbe in mezzo alla doppia cassa e ai chitarroni. Poco importa se per i Maiden del nuovo millennio c’è un ritornello più aperto e “arioso”, una canzone più lunga, una produzione più cristallina o piena di bassi e i mid tempos: tutte queste caratteristiche sono sempre state in nuce sin dal primo album della band e, di volta in volta, sviluppate e rimaneggiate alla bisogna. Reputo che il successo che gli Iron Maiden riscuotono ancora oggi presso un pubblico più giovane – cosa letteralmente incredibile per un gruppo di sessantenni, in un periodo in cui millennials e gen z non si inculano manco per striscio la musica con le chitarre – sia dovuto proprio al fatto che Steve Harris & co. abbiano sempre giocato sul sicuro, da attenti professionisti quali sono.

Tutto sto pippotto per dire che:

DOVETE LASCIARE STARE THE X FACTOR PERCHÈ È UN DISCO BUONO BUONO COME IL PANE E NUTELLA, E SE NON VI PIACE LA NUTELLA (ESISTE QUALCUNO A CUI NON PIACE???) ALLORA SIETE TRISTI E SI SPIEGA PERCHÈ NON VI PIACE THE X FACTOR!

Ero tentato di chiudere il pezzo così, però poi mi sono detto che no, dai, bisogna ribadire il concetto che se non vi piace questo disco siete proprio delle persone orrende. Cos’è che non vi acchiappa, la produzione? La produzione è la vera novità qui in casa Maiden, e per questo è comprensibile, da una parte, come mai i fan dell’epoca siano rimasti di merda. Però dai ragazzi, son passati ventisei anni e c’è una pandemia mortale in corso, ora è tempo di crescere e di guardare le cose sotto un’altra prospettiva. La produzione di questo lavoro si discosta da quella dei dischi del passato: meno epica e pomposa ma più “liscia” e oscura, ha una sua coloritura molto peculiare, dai toni depressivi, perfetta per accompagnare i testi incentrati sulle conseguenze psicologiche della guerra e su un mondo schizofrenico, violento e sull’orlo del baratro. Gli strumenti sono immersi in una penombra perenne, emettendo i loro timbri come se parlassero in sottovoce. D’altronde, all’epoca la band stava attraversando un periodo molto difficile, e di conseguenza questo si riflette sull’intero lavoro. Per tutti questi motivi, e considerando anche il periodo in cui è stato pubblicato, ai miei occhi The X Factor è un po’ l’album “grunge” degli Iron Maiden.

E cos’altro non vi acchiappa? Blaze Bayley? Qui si ritorna al discorso in apertura: non fare i fan fanatici. Bayley e Dickinson non c’entrano nulla l’uno con l’altro, questo è ovvio. Perché i Maiden abbiano optato per il cantante dei Wolfsbane? Non ne ho idea, ma c’è da dire che la scelta è stata azzeccata. Perché? Qui vi rimando invece al quesito precedente sulla produzione. Ve lo immaginate Dickinson, con i suoi acuti e i suoi SCREEEEEAAAM FOR MEEEEEEE, cantare gli ombrosi testi di The X Factor? Io no. La voce di Bayley, invece, è ottima per il taglio che la band ha voluto dare al lavoro; lui non è un cantante tecnico, non è nemmeno dotato dello stesso carisma di Bruce Dickinson, ma qui (come anche in Virtual XI, si proprio lui, l’altro disco che vi fa schifo) fa un ottimo lavoro e centra l’obiettivo. Mi sbilancerei troppo nel dire che Bayley suona più come un bluesman, o al massimo come un cantante rock, anziché uno heavy metal? Boh, ma mi va di sbilanciarmi ugualmente. Vedetela come vi pare, rimane il fatto che senza Bayley questo disco perderebbe tantissimo del suo fascino.

Per il resto sono i soliti, vecchi, cari Iron Maiden. E qui ritorniamo all’altro discorso precedente, ovvero sul fatto che il gruppo non ha mai realmente cambiato pelle. Il songwriting è rimasto pressoché identico, con cavalcate, aperture, assoli velocissimi e melodici e tutto il classico ambaradan. L’apertura e la chiusura del disco, rispettivamente affidate a Sign Of The Cross e The Unbeliever, mi fanno impazzire: la prima perché è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un chiaro avviso affisso dal gruppo per tutti gli ascoltatori che da qui in poi le cose suoneranno in maniera leggermente differente rispetto al solito, con il basso che sembra scandire i rintocchi come una campana; la seconda con quelle gustosissime aperture delle chitarre acustiche nel pre-chorus, che conducono ad un ritornello coinvolgentissimo. Non riuscite ad ascoltare il disco dall’inizio alla fine perché vi rompete le palle? Provate ad ascoltarlo a pezzi, ad esempio uno o due pezzi alla volta. Fate delle lunghe pause fra una canzone e l’altra, magari ascoltatene un paio un giorno e un paio il giorno dopo, fate voi. In questo modo, secondo me, viene meno l’effetto destabilizzante del disco nel suo insieme mentre, ascoltando solo singole canzoni, si riuscirebbe ad entrare gradualmente nel mood dell’album, lasciandosi coinvolgere dai singoli pezzi.


Se lo stile è rimasto immutato, l’unico elemento che è cambiato è la durata generale del disco, che supera l’ora, indicatore del fatto che i Maiden si sono dilettati con pezzi un po’ più lunghi del solito. Per questo motivo, The X Factor può essere visto come il precursore degli attuali dischi dei Maiden, quelli da Brave New World in poi, tutti dischi che durano più di un’ora e che vedono al loro interno pezzi che superano la durata media di un singolo radiofonico. Attenzione: negli anni ’80 ci sono stati alcuni pezzi lunghi e dal taglio “progressive” (altro discorso da affrontare, quello dei Maiden prog, magari quando uscirà Senjutsu a settembre, sempre se sto blog ci arriverà a settembre), basti ricordare Hallowed Be Thy Name, Rime of the Ancient Mariner, Alexander The Great, Seventh Son of a Seventh Son; d’altra parte, l’amore di Steve Harris per il prog anni ’70 non è mai stato un mistero. La differenza sta semplicemente nel fatto che in The X Factor questa inclinazione diventa parte integrante del processo creativo della band. Gli Iron Maiden non sono quindi diventati di punto in bianco come i Genesis: avevano già in nuce, come specificato prima, i germi di questa tendenza. Ancora una volta i Maiden non cambiano, anzi, rimangono sempre gli stessi.

Furboni i Maiden, dei gran furboni. Come disse un mio amico una volta: “loro hanno trovato la formula del successo”. Come la Coca Cola, le Nike, Google, Amazon. Comprare un loro album o andare ad un loro concerto è come pagare un biglietto per entrare a Disneyland: un luogo dove divertirsi ed essere catapultati in un’altra dimensione.
Chissà, forse The X Factor è ancora così tanto bistrattato perché i Maiden avevano fatto vedere che anche la loro Disneyland può essere fragile e ad un passo dal precipizio.

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