La musica sputa sulle classifiche di fine anno

Di solito le testate e i blog che trattano di musica pongono prima delle loro classifiche di fine anno degli articoli introduttivi che, nelle intenzioni, dovrebbero tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Un modo per tracciare delle mappe orientative su come e dove la musica si sta muovendo, sulle tendenze, i nomi, i trend, i generi e le attitudini che hanno animato i dodici mesi precedenti.
È un’operazione che ha il suo senso, se non altro per una mera questione di memoria storica musicale che a posteriori, poi, potrebbe fungere da archivio (ammesso che non si perda nell’oceano sconfinato della rete). Il problema, però, è che ad ogni occasione si rischia di scrivere sempre le solite cose, tipo: quest’anno è stato molto ricco, quest’anno non sono usciti dischi di rilievo, quest’anno sono rimasto deluso, quest’anno ci sono state poche novità e molte conferme, quest’anno ci sono state molte novità e poche conferme eccetera eccetera eccetera, con minime, se non inesistenti, variazioni sul tema. Insomma, un giochino molto fine a se stesso e che alla lunga diventa stancante (personalmente, quando mi accingo a leggere questo tipo di articoli, salto a piè pari la parte introduttiva e vado direttamente a dare un’occhiata ai dischi delle classifiche). D’altronde, le stesse classifiche di fine anno sono sempre state fine a se stesse; si prova a spacciarle come innocuo esercizio, dei divertissement, ma che, nel contesto di una testata (specie se molto seguita), è tutto fuorché tale, perché indirizza ed orienta già in principio cosa è meritevole di ascolto e cosa no, cosa è meglio e cosa è peggio, cosa sta in cima e cosa in fondo. Si tratta di dividere, separare, dare un valore. Insomma, si tratta di un’operazione molto forte, e chi stila queste classifiche dovrebbe maneggiare la materia molto delicatamente, perché ha una responsabilità enorme nei confronti dei lettori/ascoltatori. Ma questa consapevolezza è ormai completamente messa da parte: le classifiche di fine anno sono diventate un cliché, semplice routine nel piano editoriale di chi si occupa di queste cose, qualcosa che si deve fare perché attira lettori.

Ad ogni modo, la ragione che mi sono dato per cui molti di questi articoli introduttivi sono di una noia mortale (quando va bene) o inutili e ridondanti (quando va male) è molto semplice, ed anche molto banale: viviamo in un’epoca satura di musica di ogni tipo, in cui ogni settimana viene prodotta e messa sul mercato un quantitativo tale che di certo non basterebbero dieci vite per ascoltarla ed assimilarla tutta. Una situazione inedita nella storia culturale dell’uomo, il cui impulso si deve sicuramente anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali e musicali messe a disposizione di artisti e pubblico. In questo contesto, anche solo per la legge dei grandi numeri, è assolutamente logico che ci sarà sempre qualcosa di buono e qualcos’altro di meno buono, dischi molto curati e ricercati ed altri meno, conferme, novità, delusioni, capolavori (questa mania della ricerca spasmodica del capolavoro a tutti i costi, poi, che ansia e che tristezza…), banalità, revivals di questo e quello e tanto altro. Quello che molti addetti ai lavori prendono in esame in questi articoli riassuntivi e nelle relative classifiche non è altro che la punta della punta della punta dell’iceberg: in sostanza, il nulla. E il nulla comparano, secondo parametri per lo più imperscrutabili, forse ignoti anche a loro stessi, e se anche fossero noti e ampiamente adottati, sarebbero completamente inutili. E sono anche sicuro (o, per lo meno, voglio pensarlo) che molte di queste persone che si prodigano in tali analisi dove si spendono parole su parole e si spremono neuroni per inventare (per l’ennesima volta) qualcosa di nuovo da dire, sono consapevoli di questo. Se non lo sono, bé, è un bel problema; se lo sono, allora mentono sapendo di mentire.

Ha senso, quindi, concentrarsi su una pozzanghera quando affianco abbiamo l’oceano? Che senso hanno in questo periodo storico le classiche classifiche di fine anno? Non sarebbe più onesto – più sano – ammettere che queste operazioni non sono nient’altro che frutto delle proprie inclinazioni, delle proprie scelte, dei propri gusti? Della propria soggettività, sacra ed inviolabile?
Già li vedo: un coro di SIIII s’alza al cielo, accompagnato da È chiaro È ovvio Ci mancherebbe Grazie al cazzo.
Eh già, grazie al cazzo. Allora io chiedo: se ben sapete che ogni tentativo di razionalizzare lo scibile musicale in classifiche ed elenchi è solo un vano tentativo di ammantare con una pretesa di oggettività ciò che non può essere – di per sé – oggettivo, allora perché continuate a stilare e scrivere queste classifiche e questi articoli? Perché nel XXI secolo proseguite imperterriti in queste sterili operazioni che prendono in giro l’intelligenza di tutti? Liberatevene. Lasciate andare. Il fatto che si sia sempre fatto così non è mai una giustificazione valida. Cercate di essere superiori a questi stupidi giochini delle classifiche: hanno fatto il loro tempo. La musica è una cosa troppo, troppo grande per essere presa in giro in questo modo. Classificare chi è meglio e chi peggio in arte è la più grande mistificazione che l’uomo possa mettere in atto. Un danno enorme, irreparabile, che ci priva di fette importanti di ciò che di più bello ci circonda.
Ma come osate, mi chiedo, salire in cattedra, puntare dita e dire chi va bene e chi no, chi è meglio di chi, affibbiare primi, secondi, terzi, trentaduesimi posti? Ma dico, la musica è per caso una gara ad ostacoli? Certo che no, e chi intende tutta l’arte in questo modo, non merita di goderne neanche per una frazione di un secondo.

Anch’io ho raggruppato gli album che più mi hanno colpito, nel bene e nel male, nel corso del 2021. Li ho suddivisi in playlist, a seconda del MIO grado di apprezzamento, del tutto personale e soggettivo. Non sono classifiche, non rispettano nessun ordine se non quello del puro e semplice piacere dell’ascolto: ad esempio, nella playlist in cui ho messo roba che non mi è piaciuta potreste trovare un artista o un disco che a voi, invece, ha fatto impazzire, e così via per le altre playlist, com’è giusto che sia. La cosa curiosa e divertente è che limitandosi ad elencare senza classificare, tutto ciò che è contenuto in queste playlist non è opinabile e soggetto a qualsiasi possibile critica, cosa che invece puntualmente accade quando una testata musicale pubblica le sue benemerite classifiche, scatenando le più disparate opinioni, valutazioni, pareri e giudizi sui perché e i per come (e perché non c’è tizio al primo posto? e perché avete messo tot posti per la vostra classifica? e perché manca questo e quello? e così via all’infinito, inutilmente). Divertente: proprio ciò che pretende massima oggettività – la classifica – alla fine si rivela essere massimamente soggettiva; al contrario, un semplice elenco in cui sono riportati gusti e preferenze è impermeabile a qualsiasi critica o giudizio. Le due istanze si sono invertite.

Cosa dovrei aggiungere ancora? Dovrei davvero mettermi a scrivere uno di quei cazzo di articoli introduttivi che tirano le somme dell’anno? Cosa dire che non sia già stato detto, sul covid, sul timido ritorno ai concerti subito stroncato dalle impennate dei nuovi casi, sul fatto che produttori ed artisti hanno cercato di puntare più sulle uscite che sui concerti, e quant’altro? L’unica cosa che bisognerebbe sottolineare è che la musica è viva e vegeta nonostante il mondo stia andando sempre più a rotoli, e che non si tributa mai abbastanza gli artisti e i musicisti che ci rendono partecipi dei loro mondi messi in musica; lo stiamo vedendo ora, durante questa emergenza sanitaria, ma il menefreghismo delle istituzioni e di buona parte del pubblico verso il mondo della musica fuori dai circuiti mainstream era già presente ben prima del covid.
Ma la buona musica saprà sempre risplendere, salvare vite e costituire l’anima del tempo, sia esso soggettivo che del mondo. E continuerà a farlo anno dopo anno, passando sopra articoli, classifiche, numeri, streaming, visualizzazioni e al resto del rumore di fondo. Continuamente, per sempre.

Le seguenti playlist sono in continuo aggiornamento. Ascoltare buona parte (qualunque cosa questa espressione significhi) di ciò che esce quotidianamente è un’impresa e gli stessi ascoltatori dovrebbero essere pagati per il loro tempo impiegato in questo sforzo.

MY 2021 – la roba che mi è piaciuta di più uscita nel corso dell’anno

JUST OK/FRIENDZONATI 2021 – Cose belle o solo ok che avrebbero potuto far breccia nel mio cuoricino, ma che per qualche motivo invece no. Ma rimangono comunque molto belle oppure ok

GUILTY PLEASURES 2021 – Cose ascoltate di cui (non) vergognarsi. Ma tutti abbiamo una falsa coscienza e tempo per mentire a noi stessi

NOTE RUBATE ALLA METALLURGIA 2021 – Cose ascoltate durante l’anno che non mi sono piaciute, scusate

Iron Maiden, ovvero l’arte di suonare un’unica, lunga canzone

È passato un mese da quando Senjutsu, l’ultimo disco dei Maiden, ha fatto il suo trionfale ingresso fra le piattaforme di streaming, i negozi e le classifiche dei dischi più venduti (debuttando dritto dritto alla terza posizione di Billboard 200), e tutti, addetti ai lavori e fan, si stanno ancora scannando, criticando a vicenda e scervellando sui suoi ottanta minuti e passa di musica.
Già, ottanta minuti e passa… tanto dura il diciassettesimo album in studio del sestetto più acclamato del metal, e, detto sinceramente, per pubblicare un disco così lungo nell’anno domini 2021 bisogna avere due palle grosse così o essere completamente rincoglioniti. Non escluderei la seconda, non solo e non tanto per motivi meramente anagrafici (ormai Steve Harris & co. navigano allegramente verso la settantina), ma anche perché nei musicisti che operano a livelli del genere inizia a farsi largo una mentalità tutta particolare, che ti fa credere che qualsiasi scelta artistica andrai a fare sarà comunque quella giusta. Una specie di mantra che recita più o meno così: “in tutti questi anni è andata complessivamente bene – anzi, molto bene! – perché mai dovrebbe andare tutto a puttane proprio ora se si sta continuando imperterriti sulla stessa strada?”.

Eh già, perché mai dovrebbe andare tutto a puttane? Anche se i gli Iron Maiden pubblicassero un album di rutti e scorregge in contro tempo, i loro fan non volterebbero loro le spalle, così, di punto in bianco. Ad ogni modo, non è nemmeno una questione di quello che vogliono i fan, almeno non completamente, a differenza di come certi deliri vorrebbero far credere; è più una questione di quello che vogliono fare i Maiden stessi, perché quando arrivi a certi livelli di fatturato e l’etichetta per la quale lavori ti bacia le scarpe ti puoi permettere di fare quello che ti pare, e sti gran cazzi dei fan. Hai insomma il coltello dalla parte del manico, e questo Steve Harris lo sa benissimo. Parliamoci chiaro, chi scrive crede che, dal punto di vista meramente musicale, gli Iron Maiden non abbiano mai fatto un disco che si possa dire brutto, ma talmente brutto che verrebbe di buttare dalla finestra cd e stereo (per chi ancora li usa), pretendendo indietro non solo i soldi spesi ma anche i minuti della tua vita buttati ad ascoltare quella roba. E, sempre detto sinceramente, chi scrive crede anche che il sottoscritto sia tra i pochi – se non fra i pochissimi – a pensare ciò. È da poco più di vent’anni ormai, ovvero dalla pubblicazione di Brave New World, che il pubblico maideniano ha subito una lenta ma continua scissione che, anno dopo anno e album dopo album, si è rivelata sempre più profonda: da una parte i fan più old school, per usare un’etichetta abusata, quelli cioè affezionati ai decenni degli ’80 e dei ’90, i primi da idolatrare e i secondi da prendere con le pinze senza però rinnegare nulla; dall’altra, invece, i fan della new school, quelli che “il nuovo corso dei Maiden”, “gli Iron Maiden sperimentano col prog”, “voglio vedere un altro gruppo di sessantenni suonare così”. Insomma, na guerra fra faide che nemmeno in Game of Thrones.

The LOLeliness of the long distance runner



E per carità, ci sta, è bello e divertente scannarsi per queste cose, ed è anche comprensibile che un gruppo storico come gli Iron Maiden possa innescare determinate reazioni, tanto che fra il pubblico di una qualsiasi band K-pop e quello della band inglese non c’è più nessuna differenza (anzi no, c’è: se li fai incazzare, gli ascoltatori della prima ora dei Maiden ti blastano a tutto volume un pezzo della loro band preferita contro casa tua). D’altronde stiamo parlando di una band con quasi un quarto di secolo sulle spalle (!!!), diciassette album in studio, un repertorio di più di 150 pezzi, faraonici tour mondiali degni del Cirque du Soleil; è chiaro che ognuno veda il gruppo sotto una lente diversa, trasfigurata da emozioni, ricordi e sensazioni personali. Ognuno sente che la musica di quei sei musicisti è parte di sé, della propria storia e della propria biografia. La fa innegabilmente sua. Gruppi come gli Iron Maiden non entrano nella storia della musica solo perché hanno contribuito a creare ed ad ampliare un intero genere musicale, ma anche perché assumono un significato più grande, che investe milioni di persone e per questo va al di là dei singoli musicisti coinvolti in un progetto. Il significato di quella data musica diventa collettivo. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso quando critichiamo aspramente e senza appello i gusti altrui, credendo di essere i detentori della “buona” musica e arte in generale. Nella stragrande maggioranza dei casi non lo siamo.

La frangia old school rimprovera ai Maiden di non essere più quelli di una volta (critica ovviamente ultra prevedibile, chettelodicoaffà), di essersi in qualche modo “rammolliti”, di aver perso quel quid metal che ha reso leggendari album come Seventh Son, Piece of Mind o Powerslave; quella new school esalta invece quello che è ritenuto come il nuovo corso del gruppo, foriero di nuovi capolavori capaci di rivaleggiare con quelli del passato e di nuovi stimoli.
Niente di nuovo sotto al sole, nemmeno le critiche appena riportate (anche se è difficile appellarle come tali, visto che si tratta più di fissazioni condivise e prese di posizioni aprioristiche). Domanda: la verità, come si suol dire, sta nel mezzo? Risposta: no, ma non sta né di lato, né sopra, né sotto. Meglio affermarlo subito una volta per tutte: dire che “la verità sta nel mezzo” è sempre stata una minchiata, perché è un modo paraculo per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, perdendo di vista alla fine la realtà delle cose. E qui la realtà è che gli Iron Maiden hanno sempre suonato la stessa identica canzone, sin dall’omonimo album del 1980. Come ho già specificato altrove, lo stile dei Maiden era già tutto in nuce sin dall’inizio, e tutto ciò che è successo in seguito non è stato altro che lo sviluppo naturale e il rifinimento di quello stile. I Maiden non hanno mai sperimentato con i generi, non hanno portato mai avanti un discorso artistico che prevedesse la messa in discussione delle loro stesse premesse, né tanto meno hanno mai accennato a dei cambiamenti, minimi o radicali che siano. Ciò che hanno sempre fatto, in maniera molto scaltra e anche assai professionale, è sempre stato quello di attenersi rigorosamente ad un canovaccio (sviluppato da loro e per questo riconoscibile, senza dubbio), cercando di volta in volta di giocare con esso, e quindi mettendo in luce ora un certo aspetto del loro stile anziché un altro, sottolineando certi elementi invece che altri e così via. Ma cambi di registro o improvvise deviazioni da questo copione sono sempre state accuratamente evitate. Si potrebbe dire che gli Iron Maiden non sono mai stati avvezzi ai cambiamenti: d’altronde, non si costruisce un impero così duraturo a botte di metamorfosi e trasformazioni che rischiano di minare la fiducia di fan ed etichetta. D’altro canto, stiamo parlando di un gruppo che, da quando ha iniziato ad incidere dischi, ha affrontato cambiamenti di line-up minimi, ed anche quando ha subito il rimpiazzo più pesante, ovvero Blaze Bayley al posto di Bruce Dickinson, ha dovuto fare immediatamente dietro front richiamando in barca il precedente frontman insieme ad Adrian Smith.

L’old scul


Giocare quindi a farsi la guerra, come ormai si è abituati da qualche anno a questa parte ad ogni nuova uscita della band, risulta alquanto inutile. Ripetere che gli Iron Maiden sono “cambiati” – in meglio o in peggio ha molta poca importanza in questa sede – non ha senso perché da un punto di vista strettamente stilistico, in realtà, sono sempre rimasti gli stessi; così come ravvisare una presunta evoluzione nel loro modo di scrivere canzoni è altrettanto fuori luogo perché, ascoltando attentamente i loro dischi, si può tranquillamente notare come il songwriting sia rimasto immutato. Ciò che al massimo è cambiato è solo il tono e l’andamento dei brani, che, partendo gradualmente da Brave New World per poi arrivare a compimento con A Matter of Life and Death, iniziano ad abbandonare i ritmi veloci e più diretti per un approccio più quadrato e pieno di mid tempos, dove anche i riff si aprono per lasciare spazio agli accordi e dove le melodie vocali assumono ancora più importanza che in passato; l’atmosfera si fa sempre più drammatica, pomposa ed epica, quasi da colonna sonora, con canzoni adatte ad essere cantate a squarciagola negli stadi più che per il pogo. Ciò che però è fondamentale notare è che tutto ciò è sempre stato presente nello stile dei Maiden sin dagli albori, e non è qualcosa che è stato introdotto da un certo momento in poi, come se si volesse abdicare al proprio passato per tentare inusuali strade sonore. Semplicemente, il gruppo ha deciso di portare ancora più in evidenza certi elementi mettendone in ombra altri, come se avesse voluto ricalibrare o riequilibrare le sue ben note caratteristiche, portando poi avanti questo tipo di discorso artistico nel corso degli ultimi anni. Anche le tanto sbandierate parti prog non sono nulla di nuovo per il sestetto, visto che i Maiden hanno sempre indugiato in lunghe parti strumentali: l’unica ma grossa differenza è che questi inserti strumentali venivano un tempo integrati nei brani in maniera molto più compiuta ed armoniosa, senza mai perdere di vista la canzone e la sua unità, mentre oggi suonano per lo più come un modo per allungare il minutaggio, col risultato di appesantire le canzoni e di smorzare il coinvolgimento. Basta fare un confronto con i tanti dischi prog rock degli anni ’70, ai quali lo stesso Steve Harris dice di ispirarsi: il confronto è purtroppo impietoso.
Senjutsu si inserisce in questo discorso di ricalibrazione generale che il gruppo inglese porta avanti da due decenni a questa parte; anzi, lo conduce ancora di più alle sue estreme conseguenze, tanto che l’approccio bombastico (da arena rock, più che da disco heavy metal vero e proprio) degli ultimi Maiden viene questa volta ancor più messo in risalto.

Non mi aspetto che gli uni e gli altri schieramenti credano ad una sola virgola fin qui riportata. E va benissimo così.
Inviterei solo a fare un giochino, ovvero a mettere su il primo disco degli Iron Maiden e di ascoltarlo attentamente dall’inizio alla fine, anche se lo si è fatto migliaia di volte. Se lo amate non avrete difficoltà ad ascoltarlo ancora una volta. Solo che questa volta bisogna sforzarsi di ascoltarlo con orecchie diverse, in maniera più distaccata, più analitica, magari prendendo nota delle diverse parti nelle canzoni. Finito con quel disco, si mette su l’ultimo Senjutsu. Si, so già cosa staranno borbottando i fan old school, ma qui il punto non è farsi piacere il disco a tutti i costi ma ascoltarlo con maggior distacco e con mente più razionale. E soprattutto con un minimo di onestà intellettuale.
Al termine di questo giochino si potrà forse notare come i punti in comune fra i due album, divisi da ben 41 anni di differenza, non saranno forse tantissimi ma nemmeno così pochi come si possa credere. Se poi il giochino diventa intrigante, allora si potrà condurre la stessa operazione con altri dischi dei Maiden scelti fra quelli dei primi vent’anni di carriera e del nuovo secolo.

Perché gli Iron Maiden sono come la mamma: ce n’è una sola e quella non cambia mai.

Poppy e la maschera, Poppy è la maschera

Ancora non ho scritto qui su Lividi e Musica quanto mi sia piaciuto e mi abbia colpito I Disagree, l’album di Poppy uscito nel gennaio del 2020, poco prima che il mondo decidesse di fermarsi. All’epoca non avevo mai sentito parlare di lei e del suo progetto, e l’album mi colpì come un fulmine in mezzo alla fronte stempiata. Lo trovai travolgente per la musica in esso contenuto, ma anche perché sembrava l’album giusto al momento giusto, il prologo al chaos che di lì a poco tutti quanti avremmo assaggiato. In particolare, mi colpì la riuscita mistura fra suoni pesanti e dissonanti chiaramente presi in prestito dal metal (qui il termine è da intendere in maniera alquanto elastica, qualcosa che può andare dai The Dillinger Escape Plan ai breakdown pesantissimi del deathcore, da Rob Zombie sino agli assoli melodici e tecnici) e le melodie zuccherose delle linee vocali cantante da Poppy, prese in prestito, queste, dalle sigle dei vostri anime preferiti e da un qualsiasi generalissimo album pop anni ’90. Il tutto immerso in una melma nera, densa e vischiosa come cemento, nonché tossica e rumorosa come certo industrial (qualcuno ha tirato in ballo anche i primi Marilyn Manson e NIN). Senza manco farsi mancare certe intuizioni progressive negli arrangiamenti e nei giochi fra gli strumenti. Sto esagerando? No, mi dispiace. Era come gustare un gelato con panna e chiodi arrugginiti.

Insomma, ho perso il conto di quante volte ho ascoltato questo brano, che riconosco forse non essere esattamente il più rappresentativo di I Disagree (per quello c’è il terzetto d’apertura di Concrete, la title-track e Bloodmoney), ma che trasmette follia ed esaurimento nervoso a profusione, come un pazzo travestito da clown che ti spacca i denti con la sua mazza da baseball mentre fa numeri buffi e goffi fra le risate del pubblico. E mentre la tua faccia è ricoperta del tuo stesso sangue e conti i denti caduti a terra, lì di fronte a te, la tua disperazione sale e ti rendi conto che sei tu lo spettacolo, non il clown.


APRO UNA PARENTESI

(e per favore, evitiamo di tirare in ballo quel circo delle Babymetal. Non c’entrano nulla con Poppy, sia musicalmente che per quanto riguarda l’immaginario di riferimento. Le Babymetal sono un normalissimo gruppo power/heavy metal cantato da tre giovani giapponesi, il che fa molta presa ed incuriosisce i giovani metallari occidentali; Poppy, semplicemente, non c’entra una sega con tutto ciò, si muove in direzione opposta. Molta gente, purtroppo, si lascia confondere per il semplice fatto che i due progetti condividono la stessa tipologia vocale e un certo immaginario kawaii, immaginario che Poppy lambisce solo di sfuggita e che per lei costituisce solo uno fra tanti. Sul serio si vorrebbero tirare in ballo le Babymetal dopo aver ascoltato un pezzo del genere, con un video del genere?

Dai, per piacere).

CHIUDO LA PARENTESI

E poi c’era lei, ovviamente, la stessa Poppy – per lo meno l’immagine che Mariah Rose Pereira aveva deciso di costruire su di sé e di offrire al mondo: una specie di ibrido fra Lolita e Harley Quinn, ora dominatrice, ora dominata; innocente e fragile, ad una prima occhiata, ma con un coltello più grosso della sua mano dietro alla schiena pronto a piantartelo in gola. La sua figura riflette la dualità della sua musica, muovendosi continuamente sulla linea che divide ed unisce purezza e contaminazione, tanto che lei stessa ha più volte definito il suo progetto post-gender. Un’etichetta che potrebbe suonare altisonante ma che riflette bene la natura elusiva e borderline di Poppy; personalmente la vedo come un aggiornamento di un’altra etichetta, quella di crossover, che andava in voga dalla fine degli anni ’80 e per tutti i ’90. D’altronde, Poppy non gioca solo con la sua musica ma anche con la sua identità: definirsi un artista post-gender, la cui estetica vuole mettere in discussione le categorie socialmente accettate e radicate di genere, significa quindi cercare di intercettare, dare un volto e una forma a sensibilità oggi sempre più presenti nel dibattito pubblico, soprattutto fra le nuove generazioni, e che investono la comunità lgbtq+. Non ho letto dichiarazioni esplicite di Poppy in tal senso, ma credo che tutta la sua arte faccia più di un occhiolino verso determinate tematiche e attinga a piene mani dal mondo queer.

Per dare un’idea a chi ancora non la conoscesse (credo che abbia molto più seguito negli Usa che in Europa e, soprattutto, in Italia), Poppy è passata dai suoi primi lavori synth-pop inutili come un frigo al Polo sud dove si presentava così:

al periodo I Disagree a cavallo fra 2019 e 2020, coinciso con la rottura con il suo produttore/ideatore/regista/compagno/manipolatore Titanic Sinclair, dove invece si è presentata così:

Terminator Poppy

Meglio no? A mio avviso è moooolto meglio.
Eppure questa trasformazione da innocente fanciulla dai colori pastello ad androide borchiata non è avvenuta in maniera repentina, di certo non in punto in bianco come la stessa Poppy vorrebbe far pensare. Basterebbe ascoltare gli ultimi tre pezzi di Am I A Girl?, l’album precedente ad I Disagree e all’allontanamento di Sinclair, per rendersene conto: anche lì sono presenti chitarre metal pesanti e dissonanti che accompagnano la tenue voce della bionda cantante, per non parlare del contrasto fra parti pesanti ed aggressive e quelle più aperte e ariose, una vera e propria tecnica di songwriting che farà la fortuna di I Disagree e che proprio qui viene introdotta per la prima volta. Il testo di Time Is Up, poi, è un inno alla futura distruzione della specie umana su base electro dance, dove la creatura Poppy si sostituisce al suo creatore per dare avvio alla sua opera di morte. In sostanza, quello fra il 2018 e il 2019 è una specie di interregno di un progetto che cercava una via di fuga dalla Poppy meme di internet per diventare qualcos’altro, probabilmente qualcosa dal maggiore impatto e che attirasse un pubblico quanto più possibilmente eterogeneo. Insomma, non si può certo dire che Poppy e Titanic Sinclair prima e poi la sola Poppy non abbiano saputo fiutare le possibilità che un simile progetto può presentare se opportunamente sfruttato.

Un aspetto da sottolineare, a mio parere, è che l’arte di Poppy trasmette nettamente la sensazione di continuo travalicamento di quella sottile linea che divide il personaggio mediatico dalla persona dietro alla maschera pubblica. Questa linea viene continuamente attraversata e spostata dalla stessa artista, che la sublima nella sua musica e nel suo immaginario. Si potrebbe quasi dire che la terribile esperienza di abuso che Poppy ha subìto per buona parte della sua carriera per mano del suo ex compagno Titanic Sinclair si sia travasata nella sua musica, innervando e costituendo l’intera visione estetica di Poppy. Il suo mondo, infatti, mette in scena spesso e volentieri dinamiche di potere fra dominatore e dominato, fra chi ne è detentore e chi lo subisce, fra un’autorità onnipotente e un burattino nelle mani altrui. Ma poi, guardando attentamente, si può trovare anche la reazione a tutto questo negativo: come in uno specchio che ribalta la prospettiva, alcuni pezzi della musicista parlano infatti di una ritrovata ed agognata identità, del recupero di nuovi spazi di libertà, di come l’arte possa spezzare vecchie catene. Il fatto che Poppy continui a cantare di questi temi anche dopo la fine della tossica relazione con Sinclair è indicativo del fatto che la musica possa davvero guarire ferite e dare un nuovo senso a vecchie esperienze, anche le più traumatiche.
Dov’è la maschera, quindi? Dove collocare quel confine fra artista e persona? Ed esiste veramente questo confine per Poppy? Ammesso che non esista, dove può condurre? A volte, un artista è costretto ad indossare una maschera per sopravvivenza; cosa succede se questa maschera lascia scoperto una parte del volto, facendo intravedere ciò che si voleva proteggere?

Anche per questi motivi, a mio avviso, la Poppy attuale, quella da I Disagree in poi, è qualcosa di unico all’interno del panorama pop più “alternativo” (qualunque cosa questo termine possa significare per voi), una figura interessante e stimolante dal punto di vista estetico vista la sua attitudine nel sapere coniugare gli estremi, conciliando immagini all’apparenza inconciliabili e capace di creare attraverso contrasti. L’ottima macchina di promozione alle spalle e il team di musicisti di supporto fanno il resto.

Gli ultimi due singoli recentemente pubblicati fanno intendere che Flux, il prossimo album di Poppy previsto per settembre, continuerà sulla scia di I Disagree, forse con meno “metal” nel sound generale e più rock anni ’90 come ingrediente principale, opportunamente modificato geneticamente. La title-track e Her suonano infatti come un mix fra Garbage, Hole, L7 e qualunque altro tipo di riot grrrl band che possa venire in mente. Come dite? I pezzi vi ricordano un po’ anche le Jack Off Jill? Esatto, e guarda caso la nostra carissima sosia di Piper Perry ha fatto una cover della loro Fear Of Dying. Come dite? Le Jack Off Jill sono state prodotte all’inizio della loro carriera nientepopo di meno che da Marilyn Manson? Ma guarda un po’, uno dei nomi che spuntano sempre fuori quando si parla di Poppy! Il cerchio si chiude, e ora possiamo tutti andare a nanna.



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Oh, allora, non vi siete stancati? Come? Cosa dite? La musica e l’immaginario degli ultimi trent’anni sono ritornati ormai di moda nel music business? Eccerto, perché altrimenti scomodarsi nel fare una cover di un pezzo come All the things she said, che pure le t.A.T.u. si sono ormai dimenticate di aver mai cantato?

Dai, ora a nanna, su.
Tutto andrà per il meglio.

Ma che v’ha fatto The X Factor?

Il disco degli Iron Maiden del 1995, intendo, non il programma che ultimamente ha portato alla ribalta un gruppo di ragazzi ignari (???) di essere usati come ennesimo vuoto contenitore di un’industria musicale che anno dopo anno capitalizza e va avanti grazie all’immaginario del passato.

Si, quindi, The X Factor degli inglesi Iron Maiden, dicevamo. La merda spalata su questo album è stata talmente tanta nel corso degli anni che quella cagata dal triceratopo di Jurassic Park in confronto è bignè al cioccolato. Ma questo è il problema di essere fan, c’è sempre il rischio di rimanere obnubilati di fronte a tutto ciò che fanno i propri beniamini, e ogni cambiamento è visto con grande sospetto, se non proprio con ostilità. Non so esattamente da dove derivi la parola inglese fan, ma a me ha sempre fatto venire in mente il termine fan-atico. Ecco, chi ha sputato e continua a sputare su The X Factor mi sembra che si comporti da fanatico dei primi Maiden, quelli dei capolavori degli anni ’80, quelli che a partire dagli anni ’90 hanno iniziato a fare schifo. Non è vero, e i motivi sono essenzialmente due:
1) c’è No Prayer For The Dying che è lì a testimoniare il contrario;
2) The X Factor è qualcosa che i Maiden non avevano mai provato prima, una scommessa non tanto verso i loro fan, ma soprattutto verso se stessi. E che, alla fine, bisogna ammettere che hanno vinto.

Capiamoci, non stiamo parlando di un album rivoluzionario, né per la storia del rock/heavy metal, né per la stessa carriera del gruppo inglese. Premetto una cosa, però, qualcosa che potrebbe far cambiare immediatamente pagina a chi sta leggendo: a mio avviso, gli Iron Maiden non hanno mai realmente rivoluzionato il loro stile. Ovviamente hanno fatto la storia di un genere musicale perché sono stati fra i primi gruppi a canonizzare quel genere e a dargli un’identità ben precisa. Ma la loro carriera non ha mai realmente subito cambi di rotta – repentini o progressivi che siano – tali da costituire un prima o un dopo. Quello che i Maiden hanno fatto, invece, è stato giocare di volta in volta con questo o quell’aspetto del linguaggio heavy metal; sottolineare e finanche estremizzare determinate loro caratteristiche stilistiche; adottare diverse vesti in sede di produzione. Non hanno mai abbandonato la loro strada principale; con loro non si può neanche parlare di vere e proprie deviazioni, ma al massimo di variazioni nel ritmo di marcia. Non stiamo parlando, chessò, dei King Crimson che negli anni ’80 si sono messi a suonare new wave, o dei Sepultura che, manco a farlo apposta, a metà anni ’90 hanno incominciato a mettere bonghi e marimbe in mezzo alla doppia cassa e ai chitarroni. Poco importa se per i Maiden del nuovo millennio c’è un ritornello più aperto e “arioso”, una canzone più lunga, una produzione più cristallina o piena di bassi e i mid tempos: tutte queste caratteristiche sono sempre state in nuce sin dal primo album della band e, di volta in volta, sviluppate e rimaneggiate alla bisogna. Reputo che il successo che gli Iron Maiden riscuotono ancora oggi presso un pubblico più giovane – cosa letteralmente incredibile per un gruppo di sessantenni, in un periodo in cui millennials e gen z non si inculano manco per striscio la musica con le chitarre – sia dovuto proprio al fatto che Steve Harris & co. abbiano sempre giocato sul sicuro, da attenti professionisti quali sono.

Tutto sto pippotto per dire che:

DOVETE LASCIARE STARE THE X FACTOR PERCHÈ È UN DISCO BUONO BUONO COME IL PANE E NUTELLA, E SE NON VI PIACE LA NUTELLA (ESISTE QUALCUNO A CUI NON PIACE???) ALLORA SIETE TRISTI E SI SPIEGA PERCHÈ NON VI PIACE THE X FACTOR!

Ero tentato di chiudere il pezzo così, però poi mi sono detto che no, dai, bisogna ribadire il concetto che se non vi piace questo disco siete proprio delle persone orrende. Cos’è che non vi acchiappa, la produzione? La produzione è la vera novità qui in casa Maiden, e per questo è comprensibile, da una parte, come mai i fan dell’epoca siano rimasti di merda. Però dai ragazzi, son passati ventisei anni e c’è una pandemia mortale in corso, ora è tempo di crescere e di guardare le cose sotto un’altra prospettiva. La produzione di questo lavoro si discosta da quella dei dischi del passato: meno epica e pomposa ma più “liscia” e oscura, ha una sua coloritura molto peculiare, dai toni depressivi, perfetta per accompagnare i testi incentrati sulle conseguenze psicologiche della guerra e su un mondo schizofrenico, violento e sull’orlo del baratro. Gli strumenti sono immersi in una penombra perenne, emettendo i loro timbri come se parlassero in sottovoce. D’altronde, all’epoca la band stava attraversando un periodo molto difficile, e di conseguenza questo si riflette sull’intero lavoro. Per tutti questi motivi, e considerando anche il periodo in cui è stato pubblicato, ai miei occhi The X Factor è un po’ l’album “grunge” degli Iron Maiden.

E cos’altro non vi acchiappa? Blaze Bayley? Qui si ritorna al discorso in apertura: non fare i fan fanatici. Bayley e Dickinson non c’entrano nulla l’uno con l’altro, questo è ovvio. Perché i Maiden abbiano optato per il cantante dei Wolfsbane? Non ne ho idea, ma c’è da dire che la scelta è stata azzeccata. Perché? Qui vi rimando invece al quesito precedente sulla produzione. Ve lo immaginate Dickinson, con i suoi acuti e i suoi SCREEEEEAAAM FOR MEEEEEEE, cantare gli ombrosi testi di The X Factor? Io no. La voce di Bayley, invece, è ottima per il taglio che la band ha voluto dare al lavoro; lui non è un cantante tecnico, non è nemmeno dotato dello stesso carisma di Bruce Dickinson, ma qui (come anche in Virtual XI, si proprio lui, l’altro disco che vi fa schifo) fa un ottimo lavoro e centra l’obiettivo. Mi sbilancerei troppo nel dire che Bayley suona più come un bluesman, o al massimo come un cantante rock, anziché uno heavy metal? Boh, ma mi va di sbilanciarmi ugualmente. Vedetela come vi pare, rimane il fatto che senza Bayley questo disco perderebbe tantissimo del suo fascino.

Per il resto sono i soliti, vecchi, cari Iron Maiden. E qui ritorniamo all’altro discorso precedente, ovvero sul fatto che il gruppo non ha mai realmente cambiato pelle. Il songwriting è rimasto pressoché identico, con cavalcate, aperture, assoli velocissimi e melodici e tutto il classico ambaradan. L’apertura e la chiusura del disco, rispettivamente affidate a Sign Of The Cross e The Unbeliever, mi fanno impazzire: la prima perché è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un chiaro avviso affisso dal gruppo per tutti gli ascoltatori che da qui in poi le cose suoneranno in maniera leggermente differente rispetto al solito, con il basso che sembra scandire i rintocchi come una campana; la seconda con quelle gustosissime aperture delle chitarre acustiche nel pre-chorus, che conducono ad un ritornello coinvolgentissimo. Non riuscite ad ascoltare il disco dall’inizio alla fine perché vi rompete le palle? Provate ad ascoltarlo a pezzi, ad esempio uno o due pezzi alla volta. Fate delle lunghe pause fra una canzone e l’altra, magari ascoltatene un paio un giorno e un paio il giorno dopo, fate voi. In questo modo, secondo me, viene meno l’effetto destabilizzante del disco nel suo insieme mentre, ascoltando solo singole canzoni, si riuscirebbe ad entrare gradualmente nel mood dell’album, lasciandosi coinvolgere dai singoli pezzi.


Se lo stile è rimasto immutato, l’unico elemento che è cambiato è la durata generale del disco, che supera l’ora, indicatore del fatto che i Maiden si sono dilettati con pezzi un po’ più lunghi del solito. Per questo motivo, The X Factor può essere visto come il precursore degli attuali dischi dei Maiden, quelli da Brave New World in poi, tutti dischi che durano più di un’ora e che vedono al loro interno pezzi che superano la durata media di un singolo radiofonico. Attenzione: negli anni ’80 ci sono stati alcuni pezzi lunghi e dal taglio “progressive” (altro discorso da affrontare, quello dei Maiden prog, magari quando uscirà Senjutsu a settembre, sempre se sto blog ci arriverà a settembre), basti ricordare Hallowed Be Thy Name, Rime of the Ancient Mariner, Alexander The Great, Seventh Son of a Seventh Son; d’altra parte, l’amore di Steve Harris per il prog anni ’70 non è mai stato un mistero. La differenza sta semplicemente nel fatto che in The X Factor questa inclinazione diventa parte integrante del processo creativo della band. Gli Iron Maiden non sono quindi diventati di punto in bianco come i Genesis: avevano già in nuce, come specificato prima, i germi di questa tendenza. Ancora una volta i Maiden non cambiano, anzi, rimangono sempre gli stessi.

Furboni i Maiden, dei gran furboni. Come disse un mio amico una volta: “loro hanno trovato la formula del successo”. Come la Coca Cola, le Nike, Google, Amazon. Comprare un loro album o andare ad un loro concerto è come pagare un biglietto per entrare a Disneyland: un luogo dove divertirsi ed essere catapultati in un’altra dimensione.
Chissà, forse The X Factor è ancora così tanto bistrattato perché i Maiden avevano fatto vedere che anche la loro Disneyland può essere fragile e ad un passo dal precipizio.

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