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Radio a Sonagli – Marzo 2022

Partiamo dal principio, dal titolo: non mi convince molto, anzi direi che “Radio a Sonagli” mi convince solo a metà. Mi dovete scusare ma oggi, mentre stavo guidando imbottigliato nel traffico nel tentativo disperato di tornare a casa dopo il lavoro, la mia mente stanca e altrettanto imbottigliata non è riuscita a partorire niente di meglio. Ma quindi cos’è “Radio a Sonagli”? Ah non lo so, non chiedetelo a me! Chiamarla rubrica mi suona troppo pretenzioso. Il suo scopo, però, quello si mi è chiaro: condividere gli ascolti mensili pubblicando una lista alla fine di ogni mese (il 30, il 31 o comunque giù di lì, si potrà sforare di un paio di giorni, ci vuole tolleranza in queste cose, lo sapete, soprattutto per un tipo come me allergico alle scadenze). Uno spazio, quindi, per tirare un po’ le somme e tenere delle tracce, una specie di aperta e chiusa parentesi nel fluire degli ascolti, che spesso diventan fiume incontrollato che rischia di sommergere ogni cosa, pure il piacere dell’ascolto.
Ad aiutarmi ci sarà Topster, ottimo per tirare giù questo tipo di elenchi (con tanto di copertine degli album, non è una cosa super carinissima e molto nerd?), se non lo conoscete vi suggerisco caldamente di farci un giro.

Ci stiamo ancora chiedendo perché questa cosa? Boh, merito del troppo tempo passato incolonnato nel traffico, probabilmente. Il fatto che mi sembri un’operazione divertente e un modo per condividere i miei ascolti con altri appassionati credo che possano bastare e avanzare come valide motivazioni. E poi sto blog va riempito con qualcosa, no? A parte tutto, la condivisione è ciò che sta alla base di RaS, nella speranza di avviare uno scambio di idee ed opinioni fra amanti della musica, ricevendo magari suggerimenti per ulteriori ascolti. E poi c’è un altro aspetto da considerare, un valore aggiunto non indifferente: come accennato, spero di riuscire a tenere traccia della roba che ascolto. Prima non ci facevo caso ma negli ultimi tempi mi sono posto a più riprese la questione di quali percorsi i miei ascolti hanno intrapreso. So da dove essi “vengono”, posso tracciare la loro origine (ricordo ancora il primo CD acquistato, What’s the Story (Morning Glory) degli Oasis, un disco che mi ha introdotto in maniera molto soft nel reame del rock, l’allora via privilegiata per il me adolescente che si apprestava a scorazzare per le vaste e luminose praterie della musica come un cowboy), gli sviluppi avvenuti negli anni, le strade senza vie d’uscita e le differenti ramificazioni. E poi, ovviamente, durante diversi periodi della vita sono corrisposti diversi tipi di ascolti, come accade tuttora e come succede a tantissimi.
In questo momento della mia vita (quale momento? che significa questo termine? dove e inizia e dove finisce, se mai finisce questo fantomatico momento? Quanta arbitrarietà che racchiude questa parola) sono arrivato ad un punto in cui riesco a percepire che la mia predisposizione all’ascolto è quanto più aperta possibile. Possono esserci dei periodi più o meno lunghi in cui magari mi concentro ad ascoltare poche cose perché in quel preciso istante ne ho bisogno, oppure perché voglio vedere come suona qualcosa che conosco a distanza di tempo (ed è successo proprio così per quanto riguarda alcuni dischi in questo elenco di Marzo). Ma ciò che sto ascoltando, per quanto un album o un artista mi abbiano potuto colpire, non diventerà mai esclusivo, bensì un trampolino per poi scoprire dell’altro, ciò che sta oltre quel tipo di musica. Per arrivare anche all’opposto di certe sonorità. Non mi ha mai attirato l’idea del gruppo preferito/artista preferito, non è mai stato realmente il mio modo di vivere la musica, da fan. Sarebbe stato come legarsi ad una sola persona per tutta la vita. La musica, invece, dà la possibilità di vivere in maniera libera ed aperta il nostro rapporto con essa; anzi, credo che per sua natura essa ci sproni quanto più possibile in questa direzione. Rispetto alle altre arti, parla direttamente alla parte più profonda di noi, quella che sfugge al nostro controllo, addentrandosi in luoghi imperscrutabili. Evoca realtà invisibili, eppure più reali del reale stesso. La musica è una cosa grande e spaventosa anche per questo. Personalmente, riuscire a mantenere questa apertura all’ascolto significa godere quanto più possibile di ciò che la musica ha da offrire; privarsene eleggendo un artista, un genere o una corrente al rango di “assoluto musicale” significherebbe rinunciare alla libertà di scegliere.

Ciò che salta subito agli occhi nell’elenco di Marzo è l’assenza di nuove uscite: il disco più recente è 777 – Cosmosophy dei Blut Aus Nord, uscito nel 2012. Non c’è una ragione precisa se non quella che durante i primi mesi dell’anno di solito ascolto ancora roba uscita durante l’anno precedente (ho una lista lunghissima che non riesco mai a smaltire), mentre aspetto che la roba nuova esca man mano per poi iniziare ad ascoltarla per bene più in là. E poi vale sempre la regola aurea number one: ascoltare il cazzo che ci pare, ed ascoltarlo bene. In questo senso, la presenza di tutti quei dischi progressive – Emerson, Lake & Palmer, Balletto di Bronzo, Genesis & co. – è stata dettata dal fatto che ho sentito la necessità di riascoltare un po’ di quei suoni vintage, forse per rievocare un periodo storico lontanissimo dalla mia generazione. Insomma, un tuffo nel passato, fatto tramite un genere, il prog, che riesce letteralmente a far viaggiare la mente grazie alla sua intrinseca capacità narrativa. La grande scoperta sono stati i Greenslade, il cui debutto del ’73 è una perla del genere grazie ad un mix atomico di prog intriso di funk e r’n’b, una formula che li differenzia da altre formazioni del genere di quel periodo. Valore aggiunto assolutamente non indifferente: in quel disco si possono ascoltare quelle che a mio parere sono le migliori linee di basso per un album prog, suonate da Tony Reeves, jazzista inglese prestato all’ambito rock, le cui dita non stanno MAI ferme. Semplicemente una meraviglia. Inoltre, sono arrivato alla conclusione che A Trick of the Tail è uno dei miei album preferiti dei Genesis, nonché il mio album post-Peter Gabriel preferito, stacce! Si percepisce che Wind & Wuthering inizia a virare verso altri lidi, quelli pop anni ’80, che a volte bisticciano con le costruzioni tipicamente progressive e sinfoniche. Eppure, il fascino di quel disco potrebbe risiedere proprio in questa dualità, nei suoni più rotondi e in un approccio complessivamente più accessibile per l’ascoltatore. Con l’addio di Gabriel, il gruppo inglese perde la sua maschera istrionica, e da folle giullare si trasforma in un musicista in giacca e cravatta, attento ad ogni minimo dettaglio e maniaco del controllo. Ognuno deciderà a seconda dei propri gusti se sia stato un bene o un male, ad ogni modo reputo Wind & Wuhtering un disco molto influente per il prog degli anni ’80.
Marzo è stato anche il mese della scomparsa di Mark Lanegan, e non ho potuto far altro che riascoltare almeno i suoi primi due album insieme agli Screaming Trees, che mi hanno letteralmente accompagnato per tutte queste settimane. Nonostante stiamo parlando di musica uscita circa trent’anni fa, The Winding Sheet e Whiskey for the Holy Ghost – il mio preferito del Lanegan solista – sono invecchiati molto bene come un buon whiskey. Il primo, a mio avviso, è il miglior esempio di un riuscitissimo mix fra sensibilità grunge ed essenzialità folk, che, anche se non completamente formato, mostra tutto il talento prematuro di Lanegan, talento che sboccerà compiutamente con il successivo Whiskey for the Holy Ghost e che permetterà al musicista di piazzarsi direttamente affianco al miglior Nick Cave e Tom Waits. Un’opera, quella del 1994 che, nonostante racconta il proprio inferno personale, riesce a descrivere quello di tutti.
Per amor di completismo, due dischi che sono sempre mancati all’appello sono stati Presence dei Led Zeppelin e Down on the Upside dei Soundgarden, due gruppi legati fra loro dalla stessa elettrica e tellurica energia, rispettivamente padri e figli (quest’ultimi più che legittimi) dagli esiti, in questo caso, assai differenti, visto che i figli sono riusciti a superare abbondantemente i padri. Presence, a parte un paio di episodi come Achilles Last Stand e Nobody’s Fault but Mine, mi ha dato l’idea di un gruppo ormai stanco e a fiato corto, la versione pallida e annoiata dei Led Zeppelin dei primi ’70, forse consapevoli della loro fine imminente. Il cambio di approccio, meno muscolare e deprivato dell’aspetto prettamente “hard” della loro musica, sarebbe potuto essere molto interessante e dagli esiti imprevedibili; il tutto però si risolve in un disco tutto sommato stanco, semplicemente ascoltabile ma con la pretesa – e qui risiede, secondo me, il problema alla base del disco – di riproporre pari pari gli stessi, soliti Zeppellin, cambiandone semplicemente la patina esteriore. Presence suona come un’occasione mancata, mettendo malamente fine a quella seconda fase della carriera del gruppo inglese che aveva portato alla nascita di due capolavori come Houses of the Holy e Physical Graffiti. (Nota a margine: mi sono sempre chiesto il perché di quella copertina, inusuale per una band come i Led Zeppelin. Mettendo insieme il titolo del disco, la disposizione circolare dei soggetti e il misterioso oggetto al centro del tavolo, sono arrivato alla conclusione che potrebbe riferirsi ad una sorta di seduta spiritica, evocazione o qualcosa del genere. Chi conosce l’interesse per la mitologia e l’esoterismo di Page e compagni, credo che non avrebbe problemi ad accogliere questa ipotesi).
Tutto il contrario invece per l’ultimo disco (prima della reunion) dei Soundgarden, un’opera capace a mio avviso di essere all’altezza di Superunknown e che affina ulteriormente, se possibile, le capacità di songwriting di Cornell e compagni. Down on the Upside ha solo la doppia sfiga di essere uscito dopo il disco di maggior successo commerciale della band di Seattle e di essere stato l’ultimo lascito prima dello scioglimento, andrebbe invece riscoperto e tenuto maggiormente in considerazione.

Il resto dell’elenco è tutta roba che ho voluto riascoltare per (ri)vedere l’effetto che fa a distanza di anni, e mi riferisco soprattutto ai Pink Floyd – The Division Bell è il loro album verso il quale provo maggiori sentimenti contrastanti, a tratti mi sembra un disco di Gilmour solista, mentre risulta molto buono Obscured by Clouds, vario e capace di anticipare un po’ di cose che si materializzeranno su The Dark Side of the Moon.
Il black metal dei Sargeist, Blut Aus Nord e Wolves in the Throne Room perché si, un po’ di violenza ci sta sempre, così come il jazz, ce lo devi infilare perché se no stai vivendo una vita di merda, e allora guardi la copertina di Miles Smiles e vedi Miles Davis che sorride compiaciuto, e quello ti trasmette tranquillità e un profondo senso di pace, e così pensi: “Ma quale altro disco jazz mi fa sentire così? Neanche la droga, guarda”. E continui a ridere e a sorridere.
Starsailor, Moondog e Y fanno parte di questa lista che ho deciso di seguire per scoprire cose che non conosco oppure per riascoltare con orecchie diverse roba che non ascolto da un sacco. Sono 500 dischi, se dopo un mese ne sono riuscito a riascoltare solo tre con i miei tempi finirò quando sarò in punto di morte…

Per chi invece ha più tempo e vuole ascoltarsi una traccia presa da ogni disco nella lista, ho fatto una apposita compilation su Spotify. Vedrò di farne una allegata ad ogni articolo di Radio a Sonagli, poi non dite che non vi penso!

1972-2022: Cinquant’anni di progressive rock, musica inattuale

Nel 1972 un giovane ventenne poteva svegliarsi la mattina, aprire la sua bella copia di Melody Maker o NME, scorrere il ditino sulle varie classifiche di vendita e trovarci, fra le altre cose, roba come Thick as a Brick dei Jethro Tull, Close to the Edge degli Yes e Caravanserai dei Santana. Niente male, eh? Ma tranquilli, non mi metterò a fare paragoni con la scena musicale attuale, sarebbe un giochino inutile e scontato – troppo diversi gli scenari, lontani anni luce gli uni dagli altri per orientamenti stilistici e gusti generali.
Di certo però si può affermare che il 1972 è stato uno degli anni in cui un nuovo sotto genere del rock, il progressive rock, ha raggiunto uno dei suoi maggiori picchi creativi più rappresentativi, riuscendo non solo a sgomitare facendosi largo nel nuovo panorama rock dell’epoca, ma anche ad imporsi come LA novità presso i giovani capelloni affamati di suoni inediti, pezzi dalla durata improponibile per le radio, canzoni che più che essere tali erano dei veri e propri viaggi sonici e contorsioni strumentali olimpioniche.
Non c’era più il sogno flower power degli hippies del decennio precedente, ma nonostante ciò la creatività era rimasta al potere; era come se negli anni ’70, musicalmente parlando, si fosse cercata comunque una via altra ma senza mai perdere il contatto con la realtà, anche quando questa risultava cinica e violenta. Anche quando si trasformò in un decennio di piombo.
A mio modesto avviso, anni ’60 e ’70 sono le due facce della stessa medaglia, complementari ma non opposte. Per molti, il risveglio dal sogno psichedelico nel quale erano stati cullati dalla summer of love fu per lo più traumatico: era il tempo di ritornare con i piedi per terra, senza più ingenuità e facili vie di fuga. Quel sogno collettivo era stato luminoso e puro, una danza condotta sotto qualsiasi cielo, per tutti. Ma come tutte le cose più intense, fu destinato a durare poco. Il decennio dei ’70 quindi sono stati la campana a morto del funerale degli anni ’60, la stessa campana dell’omonimo primo disco dei Black Sabbath, un gruppo il cui malefico fiore poteva nascere non a caso solo e soltanto in quel nuovo decennio.

Personalmente la vedo così: i ’60 sono stati un good trip, i’70, invece, un bad trip. La realtà si stava affacciando sulle soglie delle coscienze, e bussava, bussava forte, e non aveva certo intenzione di andarsene, anche a costo di buttare giù la casa come il lupo con i tre porcellini. Quei ragazzi non più adolescenti o ventenni iniziarono a capire che il mondo e le persone sono cose molto più complesse, contraddittorie e pericolose di quanto vorrebbe farci credere un qualsiasi guru improvvisato: delle lunghe suite prog rock, articolate e labirintiche, pervase da momenti di stasi ed altri frenetici, dove poter cantare i propri inni a squarciagola alzando le braccia al cielo e un attimo dopo immergersi nella cacofonia più totale e nell’alienazione di strumenti che parlano una nuova lingua.
Non era il tempo della contemplazione, ma dell’azione.
Era il tempo, insomma, di abbracciare il lato oscuro della luna.

Non che il progressive rock dei ’70 abbia cancellato con un colpo di spugna la musica di matrice psichedelica del decennio precedente. Anzi, per alcuni versi ne costituisce la prosecuzione attraverso una personale rielaborazione, mentre per altri arriva a negarla. Il tratto comune, però, sarà sempre e solo la sperimentazione: col jazz, con la classica, con suoni acustici ed elettronici e con tradizioni musicali locali. Sono alquanto convinto che il progressive si sia potuto definire tale – che abbia cioè potuto maturare una certa coscienza di sé – nel momento in cui il rock , ovvero, in maniera semplificata, quell’intero universo che era stato partorito dalla sfera musicale inglese dal dopoguerra in poi imponendosi come nuova musica popolare per le nuove generazioni, si è aperto a linguaggi musicali completamente estranei. Nei ’60 ci sono stati ovviamente esperimenti in questo senso – basti pensare ai Beatles che flirtano con i suoni indiani, nonché la stessa cultura psichedelica che guardava ad Oriente. Lo scarto operato dai gruppi prog, però, è ancora più ampio e, per certi versi, più sfrontato: uno strabordare dagli stessi perimetri del rock inglobando tutto e di più. Una sorta di metagenere di quegli anni, anche se può suonare esagerato; ma cos’è il prog rock, alla fine, se non appunto esagerazione? Un frullato, forse, ma non indigesto né tanto meno insapore, ma con una sua ben precisa identità, grazie a quella qualità “narrativa” propria del genere data attraverso l’adozione del concept come format per gli album e, soprattutto, all’alternanza di differenti atmosfere anche all’interno di uno stesso brano.

Apertura ad altri linguaggi, assimilazione totale e capacità narrativa: tre caratteristiche che personalmente reputo fondamentali per orientarsi attraverso la genesi e lo sviluppo del prog. Una fetta di appassionati e di critici reputano dischi come l’omonimo dei Procol Harum (1967), quello dei Caravan (1968) e Days of Future Passed (1967) dei The Moody Blues dei precursori del prog rock, dischi che hanno dato un forte impulso alla nascita del genere e che incarnerebbero di fatto le sue principali caratteristiche. Se da una parte è indubbio che il progressive degli anni ’70 sia stato influenzato dal rock del decennio precedente (e non potrebbe essere altrimenti) ereditando soprattutto quella volontà a voler andare sempre oltre e a sperimentare, tirare in ballo quei dischi significa a mio avviso restringere di molto l’indagine sulla reale origine del genere. Quei dischi, infatti, sono perfettamente inseriti nel filone del rock in voga negli anni ’60, strutturati sulla classica alternanza strofa/ritornello e mancando qualsiasi volontà di voler per lo meno giocare con questi canoni. L’album dei The Moody Blues è quello che si avvicina di più in questa direzione tramite l’introduzione dell’orchestra, ma il suo utilizzo non è per niente integrato nella musica del gruppo, risultando alla fine come un’aggiunta (in molti punti si ha come l’impressione che l’orchestra faccia da semplice intermezzo fra un brano e l’altro) e senza che i due linguaggi, rock e classica, riescano realmente a fondersi per dar vita ad un terzo altro. Nonostante la sua apertura e l’evidente capacità narrativa, Days Of Future Passed non riesce ad arrivare ad una vera e propria sintesi. Insomma, se proprio bisogna tirare in ballo gli anni ’60, credo che The Piper At The Gates of Dawn dei Pink Floyd o il primo dei Soft Machine possano rendere maggiore giustizia, proprio per il loro essere dischi sovversivi pur mantenendo i contatti con le sonorità del loro tempo.

Ma ad ogni modo, il vero terreno dal quale spunterà l’albero del progressive non può che essere a mio modesto avviso quello del jazz – in particolare bebop e free jazz – proprio perché esso offre gli strumenti migliori per poter ampliare moltissimo le potenzialità espressive dei nuovi musicisti. Non a caso il testamento del cosiddetto jazz rock, Bitches Brew di Miles Davis, una delle opere più importanti del ‘900, arriverà proprio nel 1970, allo scoccare del decennio e quando il progressive rock si stava preparando ad invadere le collezioni di dischi. Soltanto un anno prima un altro disco fondamentale aveva aperto crepe irreparabili facendo scorgere ciò che si celava al di là del consueto musicale: In the Court of the Crimson King dei King Crimson, summa delle tre caratteristiche del prog di apertura verso nuovi linguaggi, assimilazione e potenza narrativa. Un mosaico raffinatissimo che non solo riesce ad incarnare un intero genere ma che, come ogni vero capolavoro, lo supera per trasfigurarlo in qualcos’altro. Bitches Brew e In the Court of the Crimson King sono due terremoti che spostano i continenti della musica popolare del secondo novecento: il primo indica la nuova strada al jazz, il secondo al rock. Entrambi però si riflettono l’uno nell’altro, riuscendo ad andare oltre le rispettive tradizioni musicali per ritrovarsi miracolosamente in un luogo ancora oggi sconosciuto e al di là di generi ed etichette: quello del dominio dell’arte.

A mio avviso, ascoltare un album prog si avvicina molto all’esperienza della lettura di un romanzo o alla visione di un film. Progressive, progressione: passaggio fluido, graduale e costante da uno stadio ad un altro, proprio come le micro sequenze di cui si compone un’opera cinematografica o le pagine di una storia. Il fascino di questo genere è proprio questo: mettere su un disco è come sedersi intorno ad un fuoco, indossare le cuffie come prepararsi ad ascoltare ad occhi spalancati pronti per essere inondati di meraviglia, stupore e terrore. Il prog preferisce raccontare le sue storie tramite suoni e ritmi, perché a volte le parole dei testi sono superflue ed inadeguate, ed è meglio quindi affidarsi a brani completamente strumentali o che prevedano lunghe parti strumentali. La stessa capacità tecnica dei musicisti sugli strumenti deve essere sopraffina ed eclettica proprio perché deve assecondare al meglio questa qualità narrativa del prog: non scrivi un brano come questo se sai fare solo il giro di DO suonando accordi aperti.


Ho spesso sentito appellare il progressive rock come un genere “fine a se stesso”, “pomposo”, “freddo”, “sterile”, dedito ad inutili circonvoluzioni mentali. Può darsi… ma anche sti cazzi! È come criticare il metal perché è chiassoso o il funky perché troppo movimentato: semplicemente senza senso. L’errore di prospettiva risiede nel percepire come sterile manierismo ed esagerato protagonismo quella che invece è stata voglia di forzare i codici della forma canzone della musica popolare fra gli anni ’50 e ’60, processo che è passato anche attraverso l’estremizzazione delle jam di stampo psych rock in una chiave più tecnica e ricercata. Bisognerebbe provare a calarsi un attimo nei panni di un musicista rock di fine anni ’60/primi ’70 per intravedere i limiti e le sovrastrutture che la sua musica si stava ormai portando dietro da almeno vent’anni: a noi, ascoltatori del XXI secolo, tutto ciò sembra scontato ma all’epoca non lo era per niente. Detto con un esempio: se i Dream Theater possono permettersi di costruire un’intera carriera su un’idea di musica muscolare e basata sull’ostentazione tecnica prendendo a modello gli Emerson, Lake & Palmer, questo non significa automaticamente che gli ELP suonino come i Dream Theater. I presupposti delle due band sono diversi.

Per non parlare poi dell’accusa di essere un genere “freddo”, incapace cioè di aprirsi ad un qualsiasi gusto della melodia o ad una sequenza melodica che possa facilmente essere memorizzata. Niente di più falso: i dischi prog degli anni ’70, e in particolar modo i classici pubblicati nel 1972, traboccano di melodie, molte delle quali facilmente orecchiabili e che possono essere fischiettate sotto la doccia. Anche qui: l’errore risiede a mio avviso nel concentrarsi troppo sulla struttura dei brani che, come già detto, cercano di andare oltre gli stilemi canonici dell’epoca, ignorando il resto. Anzi, proprio i gruppi più sinfonici come Yes, ELP e Genesis sono probabilmente quelli più facilmente orecchiabili; basti ad esempio pensare al comparto vocale, pesantemente debitore della sensibilità melodica degli anni ’60.


Un genere come il progressive molto probabilmente oggi non potrebbe nascere, e per tutta una serie di ragioni, inclusa anche quella della riduzione del tempo d’ascolto. Ovviamente gruppi prog continuano ad esistere e a suonare, ma il punto è che il genere in sé ha perso rilevanza generale rispetto a quanto invece succedeva cinquant’anni fa. Ciò che rimane oggi, oltre ad una caterva di dischi meravigliosi ai quali ha contribuito in maniera fondamentale anche l’Italia, è quella capacità del prog di fare da ponte verso una miriade di sottogeneri, filoni e movimenti musicali d’avanguardia, che per chi si affaccia per la prima volta su questo mondo costituisce una piccola mappa insostituibile ed inestimabile. Chi intraprende quel rischioso e meraviglioso percorso che lo condurrà per la selva oscura della musica meno commerciale o anti commerciale, non può prescindere dal prog. Il progressive come metagenere, per l’appunto. Prima o poi ci si imbatte in esso, e da quel momento in poi diventerà il proprio Virgilio.

Rimani ancora un po’, Mark…

…potremo aspettare il regno della pioggia e vedere finalmente tutti i peccati degli uomini lavati via.
Vedremo l’acqua diventare dello stesso colore della terra, scivolare in rivoli sempre più profondi, gonfiandosi.
Li vedremo diventare un mare, un unico abbraccio confuso.

Rimani ancora un po’ qui, Mark.
Fra chi cerca senza trovare mai.
Presto diventerà buio fuori.
C’è ancora tempo per una sigaretta prima di salutare le nostre ombre.

E se non sarà abbastanza, se tutto questo dolore non sarà abbastanza, lo faremo annegare nei colori della notte.
Ci sono uccelli che cantano solo quando il sole è ormai tramontato.
Ce ne sono altri che cantano solo quando sanno che poi non risorgerà più.

È solo paura.
E abbiamo solo bisogno di più tempo.
Tempo, solo tempo.
La vedi questa ombra che avanza, Mark?

Rimani ancora un po’, Mark.
Poi, sarà tempo di andare.

Una fiamma lontana che arde ancora fra la neve: il Natale dei Low

Qual è la musica di Natale? Molti, moltissimi risponderebbero senza esitazione i classici senza tempo tipo Jingle Bells, We Wish You A Merry Christmas o Silent Night. E di certo non sarebbe sbagliato: sono tutti brani entrati nella tradizione e parte di una coscienza natalizia collettiva che associa un determinato tipo di suoni, melodie e ritmi a quel periodo dell’anno che va sotto il nome di “festività natalizia”. C’è un aspetto pavloviano in tutto ciò, bisogna ammetterlo, perché per la maggior parte delle persone risulterebbe alquanto strano e fuori luogo mettersi a cantare o ascoltare qualcuno di questi pezzi al di fuori di Natale. Da una parte è giusto che sia così: quei brani sono stati concepiti per un ben preciso momento dell’anno, e acquistano un loro valore e un determinato significato in quel contesto. Mettersi a cantare alla finestra Jingle Bells il 12 di luglio significherebbe decontestualizzare quella musica, staccarla da un posto e appiccicarla in un altro. Il risultato che verrebbe a crearsi nella nostra mente sarebbe dissonante: non funziona, non va, manca qualcosa.

Nello stesso momento, però, proprio questa dissonanza – frutto della tradizione e della cultura che hanno sedimentato attitudini, gusti e valori – non fa altro che sottolineare il grosso limite che da sempre accompagna la musica di Natale. Quel tipo di musica non riesce ad esistere al di fuori di quella cornice natalizia. Paradossalmente, il suo limite è proprio quello di essere ciò che è , ovvero musica natalizia, e non semplicemente musica. Perché Jingle Bells funziona solo il 25 Dicembre e non il 12 luglio, mentre un qualsiasi altro pezzo – chessò, With or Without You degli U2 – non stonerebbe pressocché in qualsiasi altro periodo dell’anno, che sia mattina, pomeriggio o sera? Perché Natale viene una volta sola, mentre le sensazioni e le emozioni descritte in With or Without You sono talmente generali che possono ripresentarsi molto spesso, potenzialmente sempre, nella vita di ciascuno. In parole povere: è più semplice proiettare su un pezzo pop numerosi significati personali – il proprio mondo interiore – così da renderlo irrimediabilmente proprio, anziché su una canzone di Natale, la quale ha un significato ben specifico, collettivo, comune. Che va al di là del singolo. Bono avrà cantato quel pezzo centinaia di volte e milioni di persone l’avranno ascoltato più e più volte nel corso della loro vita; nonostante ciò, quando ci approcciamo ad esso, ciò che cerchiamo è un legame intimo, diretto solo e soltanto a noi che lo ascoltiamo. Vogliamo che il pezzo parli a noi e di noi, che custodisca i nostri segreti, che ce ne sveli di nuovi, che ci faccia sentire liberi di piangere, esaltarci, disperarci, impazzire.

Con Jingle Bells e altri classici natalizi non sembra funzionare allo stesso modo. Tutto si fa collettivo. Il legame è più ampio, va al di là di noi stessi. Non si riesce a proiettare su quel brano il nostro significato, perché un significato ce l’ha già, ed è uguale per tutti coloro che condividono quel significato.
Proprio questo aspetto può essere interessante per un musicista, perché può costituire una sfida per tastare i limiti della musica “di Natale”, nonché della propria visione artistica e musicale. Come poter estrapolare una musica da un particolare contesto – in questo caso il Natale – e cercare di dargli un nuovo o ulteriore significato? Bisogna fare attenzione, perché non si tratterebbe di prendere un classico natalizio e rifarlo in un certo genere, jazz, rock, blues, rap che sia. Il mercato è saturo di queste operazioni commerciali – alcune riuscite, altre simpatiche, molte al limite del kitsch – che dal 26 dicembre suonano già superate e scontate.

Si tratta di fare come hanno fatto i Low con il loro ep dal semplice titolo Christmas. Il nome non è tanto indicativo del contenuto – si, ci sono tre pezzi natalizi, tra cui due classici – ma più che altro di un’atmosfera, di un tono, di un ben preciso approccio alla materia natalizia. Operazioni come questa dei Low sono davvero molto rare in quest’ambito, perché il gruppo statunitense è riuscito ad andare oltre alla semplice rivisitazione in chiave natalizia, evitando di cadere in espedienti facili e banali. Qui non solo la materia, ma anche la forma è completamente farina del sacco dei Low; si potrebbe dire che il Natale è usato come pretesto per comporre e reinterpretare pezzi che non avrebbero problemi a figurare nel resto della discografia del gruppo di Alan Sparhawk e Mimi Parker.
La magia di questo ep è quella di sapersi porre a metà strada fra quei due ambiti precedentemente menzionati, quello soggettivo del pop e quello generale del Natale. Con estrema intelligenza musicale, i Low estraggono la materia natalizia da quel peculiare contesto e la rimodellano al proprio stile: il risultato viaggia su due binari paralleli, intimo e collettivo, interiore ed esteriore, ampio e particolare, aperto e chiuso.
Canzoni per piccole chiese sommerse dalla neve (Little Drummer Boy); per occhi che scrutano (invano?) cieli bui (Long Way Around The Sea); piccoli quadretti sbiaditi di vecchie feste non ancora dimenticate (Just Like Christmas). Dolci e rassegnate ninna nanne per un’umanità che ha ormai scordato il perdono e la speranza – If you were born today/We’d kill you by age eight recita If You Were Born Today (Song for Little Baby Jesus), ed è anche da queste cose che si intuisce l’estrema necessità di un lavoro come questo.
Un pezzo come Silent Night diviene all’improvviso una vera e propria canzone dei Low, e non semplicemente l’ennesima rilettura di un classico; allo stesso tempo, però, non viene negato l’aspetto spirituale che un pezzo come questo si porta dietro, e proprio in virtù dell’arrangiamento scarno e viscerale – i fragili intrecci delle due voci di Sparhawk e della Parker accompagnati solo da una chitarra – esso viene messo ancora più in risalto. Voci che cadono lentamente e silenziosamente dal cielo come fiocchi di neve, che palpitano come braci sotto la cenere nel camino, mentre il silenzio della notte parla ad ogni singolo uomo, credente o meno.

Perché è il mistero che si rinnova, e di questo tutti ne abbiamo bisogno.

Dio è morto nel suo fragile paradiso

Could Never Be Heaven dei Brand New è una di quelle canzoni che, grazie alla bellezza delle immagini evocate e alla limpidezza delle parole scelte, risuona ogni volta diversa. Diversa sia a seconda di chi l’ascolta, diversa anche per chi la conosce e la riascolta per l’ennesima volta.

Una ballata sulla perdita della fede
Una dedica appassionata alla persona amata
Un lamento sulla propria solitudine
Il dolore provocato dalle malattie mentali
La consapevolezza di essere intrappolati nello sfiancante gioco fra individualità e condizionamenti esterni

Comunque sia, questa canzone può essere tutto ciò e tanto altro insieme. Suona come una confessione, una pagina di diario estremamente difficile da buttare giù per chi la scrive. L’esperienza è talmente tanto profonda e personale che non ci si può affidare al quotidiano; questo risulterebbe limitato, troppo inquadrato e inadatto, meglio affidarsi ad immagini – un lago, una vecchia città abbandonata e sommersa, le persone amate che cantano nelle profondità, una balena che fluttua nella chiesa, un pesce nietzschiano.

Do you know the words that make the hidden door open?
Can you speak my secret name and fix me?
I have no heart, I have no brain
Lord I have no courage
Can you get me home again?


Cristo, che apertura… come si fa a dire così tanto in così pochi versi? E con quella melodia che parla a te e a te soltanto…

The deeper I sank, the less I died

Dove va di preciso questa canzone non lo sappiamo. Sappiamo solo che va giù, sempre più in profondità.
Cerca qualcosa, rovista, si immerge, riemerge, prende fiato e si immerge ancora. Segue un filo nascosto, ha paura, la sua luce è tenue.
L’oscurità la inghiotte. Ma non muore.





Get out of my head
Get out of my head
Get out of my head

Ascoltando i suoni dei mondi invisibili con Karwan dei Duna

Durante la pandemia e in particolare nei mesi di lockdown in cui la maggior parte delle quotidiane attività si sono fermate, sono usciti numerosi album e brani ispirati o direttamente influenzati dal nuovo stato di cose che il coronavirus ha necessariamente imposto sul mondo. Anche se ancora scarseggiano opere che tentino di osservare questa nuova realtà da una lente più critica e politica (antivaccinisti e coloro che sono contro le misure d’emergenza hanno già trovato modo per dare forma musicale alle loro posizioni), la tendenza fra gli artisti nell’ultimo anno e mezzo è stata sia quella di rifugiarsi in una sorta di escapismo per sfuggire al caos quotidiano in favore di una realtà altra, che di adottare una narrativa prettamente centrata su se stessi e sulla propria vita in lockdown.

Proprio al primo scenario appartiene Karwan, quarto lavoro in studio dei milanesi Duna, pubblicato a settembre, in un momento in cui la vita sta lentamente cercando di riassestarsi sui soliti binari uscendo dal letargo dei lockdown, mentre prevale ancora molta incertezza e paura del mondo “fuori”. Non è un caso, quindi, che gli undici brani del disco siano liberamente ispirati ad un’opera letteraria singolare ed anch’essa dal vago sapore evasivo, ma non certo dal mondo, ma semmai dalla realtà costituita ed accettata: l’Atlante dei Paesi che non Esistono, del geografo e studioso britannico Nick Middleton, il quale ha tratteggiato i profili di 50 paesi dai confini fluidi e a volte indefiniti – ma non per questo meno reali di tutti gli altri, in quanto abitati da persone in carne ed ossa, con una propria storia, moneta e bandiera – ma che non trovano riconoscimento diplomatico o un seggio fra le Nazioni Unite. Un mondo dentro al mondo, una mappa invisibile percepibile soltanto se si è disposti ad andare al di là di ciò che è istituzionalmente accettato e che, di fatto, costituisce la limitata realtà nella quale noi tutti ci muoviamo.
Con Karwan, i Duna ci invitano al viaggio per le vie di questo microcosmo, trasportandoci con la forza della loro musica oltre quel limite definito, in una dimensione che è al di là del tempo e dello spazio e che, per questo, trascende l’umano razionale.

Se già Green Math aveva dimostrato ciò di cui il quartetto era capace – una rielaborazione in chiave sincretica della musica Tamashek sotto una lente psych-rock – Karwan riesce ad andare oltre. E questo significa che i Duna sono riusciti a trascendere le loro stesse esplicite influenze per approdare ad una forma stilistica quanto più possibilmente personale. Certo, permangono ancora i bagliori di quell’immaginario “desertico” e la sabbia rovente delle carovane si insinua ancora fra le pieghe delle tuniche; non potrebbe essere altrimenti, visto che il punto di partenza dei Duna è sempre stato quel tipo di suono, rituale e ritmico, leggero e caldo come il vento del deserto. Ma questa volta la materia viene ancora più lavorata e levigata rispetto al passato, piegata con gusto e attenzione ai particolari verso ciò che il gruppo vuole trasmettere nell’ascoltatore. L’obiettivo è talmente tanto ben raggiunto che l’evocazione di scenari ed atmosfere è immediata, completamente senza filtri e vivida. Un esempio su tutti: la tumultuosa cavalcata di Khan El-Khalili, un brano di soli tre minuti il cui incredibile livello di coinvolgimento è dato proprio dalla sua semplicità. Gli strumenti sembrano inseguirci implacabili fra le strade di una città come El Cairo, Tunisi o Casablanca, dove uomini a volto coperto ci stanno dando la caccia; gli incastri fra le plettrate di chitarra e le percussioni creano un moto continuo, caricando il pezzo di tensione e travolgendo anche quei brevi momenti di apertura posti in mezzo alla composizione. È sempre bene ricordarsi che la sezione ritmica dei Duna è composta esclusivamente da percussioni, e forse la loro importanza e unicità nel sound complessivo del gruppo non è mai emersa in maniera così evidente come in questo brano, tanto che è difficile immaginare di poter raggiungere lo stesso risultato con una batteria al loro posto. Il taglio cinematico dei nuovi pezzi è sicuramente uno dei punti di forza delle canzoni, il fondamento stilistico che proprio su Karwan raggiunge una maggiore compiutezza d’intenti e di mezzi; da questa prospettiva le percussioni giocano quindi un ruolo fondamentale, e senza di esse la musica assumerebbe tutto un altro profilo.


Se la sezione ritmica è da sempre il cuore pulsante della musica dei Duna, la chitarra e il basso sono il sangue che scorre nel corpo della musica del quartetto: in Karwan, infatti, entrambi gli strumenti sembrano aver fatto un ulteriore salto di qualità in termini di tecnica e di arrangiamenti. La chitarra sviluppa fraseggi più complessi, con armonie e arpeggi che a volte richiamano certo math-rock; il basso è impegnato invece a ritagliarsi più spazio nell’economia dei brani, arricchendo melodie e arrivando lì dove la chitarra sembra solo voler puntare. Di conseguenza, il sound del disco ne risulta più ricco e variegato, quasi con accenti prog, ampliando ancora di più le future possibilità della musica dei Duna. Anche la produzione acquista un altro valore proprio in virtù dello stile qui adottato: nonostante in più punti rischi di affossare gli strumenti, soprattutto nei momenti più concitati, riesce ugualmente a donare un colore peculiare ai pezzi, come una patina di terra rimossa da un antico ritrovamento sonoro proveniente da un luogo lontano e dimenticato.

Il resto di Karwan non è assolutamente da meno, con una tracklist molto compatta, senza particolari cali di tono e che riserva sorprese ad ogni brano: dall’incedere battagliero di Dinetah (la cui parte centrale può per un attimo ricordare alcune cose dei Tool più meditativi) al sali e scendi di atmosfera di Pridnestrovie (nome che indica la Transinistria), tesa e sospesa su di un filo leggero che, una volta spezzato, lascia fuoriuscire il fragore di un basso roboante, passando per l’ondeggiare ipnotico e sensuale di L.S.U., nient’altro che un delirante miraggio indotto dal veleno di un cobra, e così via, fino alla fine di un’opera dove ogni brano è un viaggio possibile, un itinerario della mente che sorvola terre e popoli al limite fra reale e immaginario. Inutile a questo punto tirare in ballo classificazioni limitanti come quella di “world music”, etichetta che poteva in qualche modo essere appiccicata a Green Math: Karwan opera un piccolo ma decisivo scarto per imboccare una traiettoria che, pur continuando a giocare con i classici stilemi del genere, va poi altrove, in territori immaginari, e proprio per questo più autentici di tanta world music posticcia ed artefatta. Queste sono piccole colonne sonore scritte per i propri film interiori senza nessuna pretesa di “verità” o “realismo” al di fuori della propria verità.

Karwan, di certo l’album più compiuto e personale finora registrato dai Duna, è un inno alla fuga e al senso di mistero che avvolge ancora il mondo, un luogo che crediamo di conoscere ma che invece rimane ancora al di là della nostra comprensione. E proprio per questo, quindi, un disco necessario, ora più che mai.

Ascolta Karwan su Bandcamp e Spotify

La musica in Afghanistan è viva e vegeta, sono gli altri che sono morti

Il destino della musica in Afghanistan è oggi incerto. A distanza di quasi un mese da quando i Talebani hanno riconquistato il paese, musicisti, cantanti, strumentisti, arrangiatori, promotori, direttori d’orchestra e semplici ascoltatori vivono nel terrore che i suoni e i ritmi ritornati fra le strade di Kabul circa vent’anni fa possano lasciare ancora una volta spazio al silenzio.
Il neonato governo talebano non ha ancora rilasciato ordini precisi al riguardo, ma niente fa sperare per il meglio. Alla fine di agosto, Fawad Andarabi, noto cantante e musicista folk locale, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco presso Andarab, a nord della capitale. Foto di strumenti danneggiati sono circolate sui social verso l’inizio di settembre, messe in rete dal cantante Aryan Khan. Notizie sulla messa al bando delle attività musicali sono giunte dalle provincie meridionali di Zabul e Kandahar. A questo punto, non è da escludere che il prossimo nonché prevedibile obiettivo possa essere l’Istituto Nazionale di Musica Afgano. I Talebani sono dei sanguinari assassini ma sanno che attaccare immediatamente determinate istituzioni non giocherebbe a loro favore, soprattutto in un momento in cui stanno cercando qualsiasi appiglio politico per essere riconosciuti a livello internazionale. Nel frattempo, potrebbero iniziare dalle piccole realtà, sopprimendo lentamente ma costantemente attraverso minacce e pressioni chi non ha i mezzi per difendersi pubblicamente.

D’altronde come dichiarato dal portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid: “Speriamo di poter persuadere le persone dal non fare queste cose [suonare ed ascoltare musica n.d.a.], invece che doverle forzare”. Tradotto: se non capiranno con le buone, dovremo passare alle maniere forti.
Sanguinari assassini, appunto.

La storia si ripete: l’odio e i metodi dei Talebani non sono qualcosa di completamente inedito. Ogni regime totalitario che si rispetti ha sempre preso di mira l’arte, per lo meno un certo tipo di arte, poiché potenziale veicolo di idee politiche e di visioni del mondo sovvertitrici e rivoluzionarie. L’arte si fruisce, è condivisione (a differenza del potere); le persone si radunano intorno all’arte, si rispecchiano in essa, costituisce un momento in cui si provano emozioni e sensazioni molteplici nello stesso istante. L’arte può far allontanare dal qui e ora per trasportare in un’altra dimensione, facendo vedere uomini ed eventi sotto un’altra prospettiva, cosa che un regime non vuole assolutamente che accada.

È necessario fare comunque una piccola ma importante precisazione per quanto riguarda il divieto talebano sulla musica. Come specificato dall’etnomusicologo britannico John Baily, la proibizione riguarda esclusivamente la musica suonata e composta da e per gli strumenti musicali, ad eccezione del semplice tamburo. Canti di tipo religioso eseguiti senza l’ausilio di altri strumenti sono permessi, tant’è che gli stessi Talebani cantano i loro taranas, delle particolari composizioni vocali derivate dalla tradizione musicale indù.
A conti fatti, ciò che i Talebani stanno imponendo non è altro ciò che fecero i regimi nazista e sovietico: bandire un certo tipo di arte non funzionale agli scopi ideologici del potere. Per i nazisti era tutta quella musica e arte da loro etichettata come “degenerata”, riferita soprattutto ai compositori contemporanei che, non a caso, furono costretti ad emigrare altrove per poter continuare a lavorare; per i sovietici erano tutte quelle opere che non esaltavano e raccontavano le glorie della rivoluzione e del suo futuro avvenire. La differenza risiede nel fatto che il veto talebano è di carattere religioso, perché secondo la loro interpretazione dell’Islam gli strumenti musicali distoglierebbero dalla preghiera e indurrebbero a comportamenti corrotti e peccaminosi contrari alla volontà divina.

Certo che se dovessimo ascoltare solo la musica talebana sarebbe na bella rottura di palle, eh! Per fortuna il mondo musicale di ogni paese è estremamente vario, e quello afgano non fa eccezione. Anzi, la sua cultura musicale è antichissima ed ha sempre costituito una delle testimonianze più importanti sul suono e sullo sviluppo culturale della musica.
Negli ultimi vent’anni – da quando i Talebani erano stati respinti fuori dai confini del paese in seguito all’invasione statunitense e degli alleati – la scena musicale afgana era tornata lentamente a rifiorire. L’insegnamento della musica era di nuovo aperto a tutti, anche alle donne, così come concerti ed eventi potevano essere tenuti senza il rischio di bagni di sangue. Ovviamente ciò era valido soprattutto nei grandi centri come Kabul, mentre nelle realtà non urbane e dell’entroterra continuavano a vigere regole molto severe su chi potesse fare arte e come usufruirne. Le cose non sono cambiate da un momento all’altro, naturalmente, e nonostante il cambio di regime le persone che volessero darsi alla musica – soprattutto le donne – dovevano stare molto attente. D’altronde non esistono solo i Talebani come fanatici religiosi.

Tutto ciò che di buono si era riuscito a costruire rischia molto probabilmente oggi di non esistere più. Di ritornare al punto di partenza. L’Afghanistan e la sua tradizione musicale sono le vittime non solo di un regime di esaltati assetati di potere, ma anche delle illusioni a buon mercato e dell’ipocrisia Occidentali. Un’ipocrisia che ha impiegato solo un mese di tempo per palesarsi in tutta la sua assurdità e tragicità. Un’ipocrisia ancora figlia di una visione coloniale del mondo, per la quale democrazia e uguaglianza non sono processi a cui si giunge e attraverso i quali un popolo decide come autodeterminarsi, ma strumenti, ancora una volta, di potere. Non è più un segreto che i comandi in carica dell’esercito statunitense abbiano costantemente mentito sui progressi inesistenti di una guerra condotta senza il minimo obiettivo e una strategia chiara. Così come la mancanza di conoscenza della cultura locale e della stessa idea di cosa volesse dire essere un popolo, hanno giocato un ruolo chiave nell’alienare la maggior parte della popolazione da ciò che stava avvenendo nei palazzi governativi presieduti da forze straniere viste come illegittime.
Agli afgani è stata privata la possibilità di scelta.

Di fronte alla violenza e all’ipocrisia, la musica dell’Afghanistan brilla ancora di più della sua luce autentica. Tributarne gli artisti potrebbe essere un modo per fare in modo che non tutto cada nell’oblio, come quando la polvere si innalza violentemente dopo l’ennesima esplosione. Che la memoria di suoni, ritmi e testi continui in qualche modo a vivere nelle emozioni di chi ascolta. Questo vorrebbe essere solo un piccolo tributo ad un paese ed alla sua musica, alla sua gente. Ovviamente i nomi qui riportati non sono che una piccola parte di ciò che l’Afghanistan ha da offrire, perché, come accennato, la scena musicale locale – nonché di coloro emigrati all’estero – è estremamente ricca.

Affinché un giorno questa musica possa ritornare ad essere suonata, cantata, ballata ed ascoltata liberamente, da donne e uomini liberi.
A tutta la musica che l’Afghanistan donerà ancora al mondo.

Burka Band
Il primo gruppo tutto al femminile mai uscito fuori dall’Afghanistan. E come tale, una vera e propria sfida al conservatorismo maschilista dei Talebani. Le Burka Band sono nate agli inizi del nuovo millennio, vestono tutte con il burqa sia per provocazione che per necessità, dovendo nascondere le proprie identità per non venire incarcerate o uccise. Il trio è nato a Kabul ma ha suonato in Germania, dove ha trovato un piccolo ma forte seguito, ed ha all’attivo un ep e un singolo, uscito fra l’altro proprio quest’anno. Attitudine 100% punk per una musica minimale che richiama certa new wave, con testi che sono spasso puro.

Qais Essar
Al giovane Qais Essar piace molto sperimentare, espandendo le possibilità della musica folklorica afgana attraverso l’incontro con strumenti come batteria, basso, violino e chitarra. Accompagnato dal suo fedele rubab, strumento classico della tradizione del suo paese, il musicista e produttore ha fatto concerti negli States, Canada ed Europa, componendo anche musiche per film e spettacoli. Nelle sue ultime produzioni si percepisce un tocco quasi post-rock, ma molto delicato ed etereo, esaltato dalle atmosfere tipiche evocate dal suo strumento principe.

Ustad Mohammad Omar
E a proposito di folk afgano e di rubab, Mohammad Omar (da non confondere con quell’altro capo talebano, guercio e stronzo) è una figura centrale nella storia della musica dell’Afghanistan, avendo contribuito ad ampliare ancora di più il repertorio dedicato al rubab e alla musica folklorica in generale. Ha ricoperto anche il ruolo di direttore dell’Orchestra Nazionale della Radio Afghana, dove ha fatto conoscere ai suoi concittadini la varietà di linguaggi dei vari gruppi etnici del loro paese. Nel 1974 è stato il primo afgano ad insegnare in un’università statunitense, presso la University of Washington; nel 1978, inoltre, ha collaborato con gli Embryo, gruppo rock/jazz sperimentale tedesco, con il quale ha suonato per una serie di concerti durante il tour in Medio Oriente della band. Il seguente video è la registrazione del concerto presso l’Università di Washington, concerto nel quale Mohammad Omar ha suonato per la prima volta il suo rubab di fronte ad un pubblico occidentale.

Homayoun Sakhi
Altra figura centrale del folk afgano, Homayoun Sakhi è considerato oggi uno dei maestri dell’arte del rubab, strumento che ha imparato dal padre sin da bambino. Trasferitosi negli Usa sin dall’inizio del nuovo millennio, è diventato nel tempo uno degli ambasciatori sia dello strumento classico che della musica tradizionale afgana, aprendo molteplici scuole di musica, collaborando insieme ad altri musicisti proveniente dalla sua stessa area e fondando i Voices of Afghanistan insieme a Mahwash, cantante fra le più note in Afghanistan. Inoltre, ha collaborato anche con i Kronos Quartet.

Mahwash
Con il raro titolo onorifico di Ustad (che significa “maestro”) concesso ad una donna, Mahwash è oggi una delle voci più amate e note in Afghanistan, una specie di corrispettivo afgano di Mina. Nata in una famiglia molto tradizionalista e conservatrice, Mahwash ha dovuto tenere nascoste le sue doti canore dalla famiglia fino al completamento degli studi universitari. Da quel momento in poi, per lei è stata tutta una strada in salita, costellata di successi e di importanti collaborazioni in patria, registrando principalmente canzoni e composizioni a cavallo tra pop e folk della tradizione afgana.

Ahmad Zahir
Se Mahawash è Mina, Ahmad Zahir è Lucio Battisti. Chiaro no? Basterebbe questo parallelismo per carpire tutta la grandezza, l’amore e il seguito popolare della voce del cantante. La sua figura è ancora oggi venerata da vecchie e nuove generazioni di ascoltatori e musicisti, in quanto Zahir riuscì a sintetizzare nel corso degli anni ’70 i suoni del suo paese con musiche provenienti dall’Occidente, come il rock e la chanson francese. Questa incorporazione di altri elementi musicali nei suoi pezzi fu possibile grazie ai suoi viaggi in Usa e in Europa, possibili visto che era il figlio del primo ministro afgano Abdul Zahir (in carica dal 1971 al 1972). Di certo un privilegiato rispetto alla maggior parte dei suoi connazionali, cosa che però non gli ha impedito di diventare il cantante più amato del paese, tanto da essere soprannominato “l’usignolo dell’Afghanistan”. Morì giovanissimo, a 33 anni, in un incidente stradale; i Talebani distrussero la sua tomba durante la guerra civile del 1996, per poi essere ricostruita dai fan nel 2003.

District Unknown
Immaginate di essere giovani, magari poco più che adolescenti, in un paese come l’Afghanistan. Magari avete visto alcuni video di gruppi rock e metal statunitensi ed europei su YouTube, e vi siete innamorati di quell’esplosione di energia fatta apposta per disintegrare tutte quelle catene che l’ambiente in cui siete cresciuti vi ha costantemente gettato addosso. Non si può escludere che sia andata realmente così per i District Unknown, band prog metal di Kabul nata nel 2008 e con all’attivo solo un album, Anatomy of a 24 Hour Lifetime, e un singolo, 64, scritto per commemorare le 64 persone morte durante un attacco suicida nell’aprile 2016 nella capitale. Le melodie vocali pescano a piene mani dallo stile dei Katatonia e degli Opeth, accompagnate da una sezione strumentale dal suono più contemporaneo, che vira in egual misura nel post-metal e in certe soluzioni alla Meshuggah. Neanche a dirlo, condividono lo stesso destino delle Burka Band, dovendo nascondere le loro identità durante i concerti per paura di possibili ritorsioni; la differenza sta nel fatto che il trio femminile non può fare musica in quanto composto da donne, i DU invece rischiano la vita per il tipo di musica proposta, prettamente occidentale, e l’attitudine più sfrontata e ribellista, almeno per i canoni dell’afgano medio. La band si è sciolta recentemente e, da quanto è possibile sapere, sia il cantante che il chitarrista si sono ricollocati fra Usa e UK suonando in un nuovo progetto, gli Afreet, il cui ultimo singolo, My Land is Breaking, è stato composto per raccogliere fondi per aiutare i musicisti afgani ad evacuare dal paese (è possibile ascoltare e donare qui).