Interferenze da un futuro passato

Questa notte ho fatto un sogno di natura musicale. Non è stato il primo di questo tipo – ho sognato altre volte di suonare o di gente di mia conoscenza nell’atto di suonare – ma è stato il primo per la particolare tipologia di sogno musicale messo in scena: quello che riguarda musicisti famosi.
In sostanza, il mio inconscio ha pensato di farmi sognare Damiano David, cantante dei Maneskin, mentre stava suonando con i Nirvana. Al posto di Kurt Cobain. Era proprio lui, petto nudo, tatuaggi e tutto il resto, mentre dava sfogo in modo melodrammatico alla sua performance, gli occhi chiusi e le mani semi aperte intorno al microfono appoggiato sull’asta.
Non pervenuti gli altri componenti dei Nirvana , il sogno gli ha esclusi dalla mia visuale; una volta sveglio, però, ho immediatamente percepito e sentito che fossero esattamente loro. O meglio, ciò che era rimasto dei Nirvana dopo la morte di Kurt Cobain, ovvero Dave Grohl e Krist Novoselic. Insomma, i Nirvana di questo sogno così esplicito ed immediato erano rimasti sempre un trio, ma con un altro frontman.

La cosa che mi più mi ha sconvolto una volta che la mia mente è riuscita a riesumare il sogno (nella tarda mattinata stavo camminando per strada quando sono incappato nella vetrina di un piccolo negozio di magliette e vinili che esponeva quello di Nevermind, e da lì allora l’emersione improvvisa) è che, di per sé, non era poi così assurdo come potesse sembrare. E non perché si è trattato di un sogno che ha avuto come protagonisti esclusivamente dei musicisti – e non, che so, elementi diversissimi e lontani fra loro che messi insieme ti fanno dubitare della tua sanità mentale – ma proprio perché l’eventualità che uno dei cantanti e frontman attualmente più in vista della scena musicale internazionale potesse cantare con uno dei gruppi rock più famosi della storia, non è così improbabile. Non lo sto augurando, non me ne importa nulla dei Maneskin, di Damiano David e della loro musica (che mi lascia completamente indifferente). Non è questo il punto.
Il punto è che nell’epoca di totale saturazione musicale in cui viviamo, i revival degli anni passati sono diventati l’unica ancora di salvezza di un’industria musicale che cerca di fare cassa puntando sulla fascinazione del passato. I Maneskin sono l’ultimo stadio di questo processo che va avanti da almeno una decina d’anni, un processo che non riesce a partorire niente di originale e di nuovo ma solo copie su copie con minime, se non inesistenti, variazione sul tema. Questa ossessione passatista si è manifestata specialmente in ambito rock: basti pensare ai biopic nati negli ultimi anni o ai prossimi ancora in fase di produzione, da quello dei Queen ad quello su Elton John, le cui vicende sono entrate nell’immaginario comune e che assumono i contorni eroici degni del Marvel Cinematic Universe.
Anche i Nirvana non sfuggono a questa dinamica, essendo ormai stati elevati dall’industria musicale a vero e proprio brand che identifica un decennio, i ’90. Fra un batterista che che ama dipingersi come il paladino della musica suonata e che sa perfettamente come vendere la sua immagine, gossip al limite del ridicolo, anniversari, un bassista che cerca in tutti i modi di non scomparire dall’anonimato e tributi che non ti aspetti, il mito costruito intorno ai Nirvana continua ad imporsi ed ad essere cavalcato, sfruttato, monetizzato. Continua insomma ad occupare una parte importante del nostro immaginario, non solo musicale, ma culturale tout court.

Suona così improbabile, quindi, che un giovanissimo cantante ritrovatosi alla ribalta mondiale letteralmente da un giorno all’altro, possa ricoprire il ruolo che fu di Kurt Cobain? Nell’era dei revival, dei remake e dei reboot, questo tipo di operazioni non sono assolutamente impossibili; anzi, sono auspicabili. Teniamo a mente che i Maneskin occupano oggi una fetta di pubblico estremamente ampia, che va dall’ascoltatore saltuario che si accontenta di ciò che passano gli algoritmi di Spotify e i maggiori canali radio al rockettaro piagnone (che magari suona nella cover band dei Nirvana) che si lamenta che non c’è più la musica di una volta ommioddio signora mia dove andremo a finire!!! Attirano sia millennials e Gen Z che boomers dai sessantanni in poi cresciuti coi Pink Floyd e Led Zeppelin. Hanno aperto negli Stati Uniti per i Rolling Stones e collaborato con Iggy Pop, due operazioni astutissime per le quali i manager dei Manskin meriterebbero, chessò, la presidenza di Confindustria a vita, visto che di tali operazioni hanno beneficiato non solo il giovane gruppo romano ma anche i suddetti vegliardi. È il passato che ritorna, ciclicamente ed eternamente, ma questa volta non sotto altre forme che danno almeno l’illusione del nuovo e del passaggio del tempo, bensì di un eterno ritorno dell’uguale, di un collasso temporale che diventa eterno presente. Di un contenitore vuoto già predisposto per essere riempito alla bisogna.
Davvero pensare l’impensabile – Damiano David che canta con i reduci dei Nirvana anche solo per un paio di pezzi per un’esibizione televisiva – risulterebbe allora così impossibile?

Il mio sogno è frutto dell’interferenza che il nostro mondo saturo di immagini e di icone invia costantemente al nostro inconscio. Sono forme intrusive, subdole e silenziose di ricostruzione e interpretazione del presente da parte della coscienza, che ad occhi aperti, invece, non riesce a stare dietro a tutti questi stimoli. Siamo arrivati ad una saturazione dei sogni? I fantasmi del passato si impossessano dei televisori, dei social, delle radio, delle copertine delle riviste e delle discussioni per materializzarsi anche nei nostri sogni?
Forse ciò che ho sognato non si avvererà mai, e quel sogno rimarrà lì, sospeso per un po’ fino a quando non si scioglierà da sé.
Ma sono certo che se domani dovesse circolare la notizia di una possibile collaborazione fra Damiano David e il resto dei Nirvana, non ne sarei assolutamente stupito.

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