Playlist your (awful) life

Le playlist dominano le nostre vite di ascoltatori. Sono ovunque e ce ne sono di qualsiasi tipo: viaggi (in montagna, al mare, in pianura, in campagna, in collina, nello spazio); sport (palestra, arrampicata, trekking, corsa, salto coi sacchi); eventi (matrimoni, compleanni, anniversari, lauree, funerali, quella rimpatriata del liceo che volevate a tutti i costi evitare); mezzi di locomozione (auto, aereo, barca, bicicletta, a piedi, skate, monopattino, triciclo, aliante, tappeto volante); attività quotidiane (respirare, cucinare, scopare, fare il bucato, meditare, lavarsi, studiare, scrivere, leggere, pregare, dormire, rubare, uccidere, portare fuori il cane a pisciare, pestare un merdone puzzolente). Su Spotify ce n’è una dedicata al Ramadan. Per non parlare di quelle dedicate agli umori e alle sensazioni del momento, potenzialmente infinite.

Quelle delle playlist è una moda che ha preso piedi ormai da una decina d’anni, e portata alla ribalta proprio con la diffusione e l’uso sempre più massiccio dei servizi di streaming musicali. A mio avviso, la differenza principale rispetto alle più classiche compilation è che oggi le playlist tendono ad essere sempre più circoscritte: c’è una playlist per qualsiasi cosa. E non si parte tanto dalla musica – la classica compilation di brani preferiti da sparare in macchina, ad esempio – bensì dall’ascoltatore, cioè dall’individuo e dalle sue emozioni, sensazioni, esigenze ed attività particolari. Per quanto ne sia riuscito a capire, al centro della playlist, quindi, c’è l’Io che determina che flusso dare alla musica e la adatta di volta in volta.
Ad una prima occhiata, non sembrerebbe niente di nuovo rispetto alle compilation che si buttavano giù un tempo per rendere più piacevole una qualsiasi attività, tipo appunto un tragitto in auto. Cosa succede però quando la pratica della playlist diviene il modo predominante (soprattutto fra i giovanissimi) per usufruire ed interagire con il linguaggio musicale? Cosa succede quando le piattaforme di streaming ormai alla portata di tutti, appassionati o meno, sfruttano il mezzo della playlist per i loro modelli di business, producendone sempre di nuove e promuovendone il consumo?

Succede che l’esperienza d’ascolto diventa frammentata, oltre che estremamente soggettiva. Credo che la tendenza, per ora non predominante, a puntare più sui singoli o su uscite considerate “minori” (tipo gli Ep di tre o quattro tracce) mettendo in secondo piano l’organicità degli album, sia coincisa nell’ultimo decennio circa con il prepotente emergere delle playlist. È visto come normalizzato l’atto di estrapolare una qualsiasi canzone da un album di 40 minuti e piazzarla in una playlist con altre centinaia di brani che con quel pezzo non hanno nulla a che fare; una cosa del genere, anche solo 20 o 25 anni fa, non sarebbe stata concepibile nell’ambiente mainstream. Questo è stato possibile proprio perché abbiamo accumulato così tanta musica di ogni tipo, di ogni genere, stile, provenienza e tematica che la nostra esperienza è simile a quella della torre di Babele o ad una specie di borgesiano labirinto musicale, una collezione continuamente in espansione che sfugge al nostro controllo e che cresce per inerzia secondo logiche sconosciute. O conosciute solo agli imponderabili algoritmi, i guardiani ai cancelli del regno virtuale che ci mostrano solo la punta dell’iceberg, nascondendoci per lo più quell’intero universo di musica che continua inesorabilmente a svilupparsi.

Succede anche che la musica ascoltata diventa mero oggetto di sottofondo, utile ad accompagnare ogni nostra attività quotidiana. Non si ascolta un brano per la voglia di ascoltare musica in sé: lo si fa perché esso in quel momento svolge un ruolo, ha una funzione determinata dal nostro mood o da ciò che stiamo facendo. Una volta che una playlist finisce, rimane ben poco, se non nulla; l’ascolto non ha conseguenze, non se ne esce diversi, e questo per il semplice fatto che una volta espletata la nostra attività, la musica cessa con essa. Effettivamente, se le cose stanno in questo modo, sarebbe improprio parlare anche di ascolto vero e proprio; è più un sentire, percepire suoni e ritmi deprivati del loro senso e ricomposti secondo il senso che essi assumono per noi. Tengo a sottolineare che non c’è niente di male in questo: si ascolta musica anche solo perché essa fa “compagnia” (mia nonna accendeva la tv non per guardare qualcosa ma perché il vociare ininterrotto dei programmi e della pubblicità le tenevano compagnia), per riempire il silenzio che magari rischierebbe di essere opprimente ed angosciate, per sentirsi meno soli. Perché una parte di noi sa che se mettiamo su un brano, allora tutto ciò che stiamo percependo o facendo in quel momento viene amplificato alla massima potenza, per dargli una forma ben specifica. Una che sia pienamente, irrimediabilmente nostra.

Nulla, assolutamente nulla di sbagliato in ciò. Lo facciamo tutti. Non posso però smettere di farmi la stessa domanda: cosa succede quando questo processo diviene predominante e diffuso su scala globale?

I colossi dello streaming vogliono convincerci che ogni momento è buono per mettere su una playlist: per perdere il contatto con il presente, per rivivere vite passate o per non pensare. In sostanza, per rinchiuderci nella nostra piccola bolla fatta a nostra immagine e somiglianza. Dove niente può farci male, niente può entrare o uscire se non siamo noi a deciderlo. Dove la musica è, alla fine, il vero intruso. E quale miglior momento se non durante una pandemia globale dove i rapporti non virtuali sono estremamente limitati? Spotify, Apple Music e compagnia streaming vogliono convincerci che abbellire in questo modo le nostre vite può renderle più sopportabili, ma chi te lo fa fare a sbatterti per scoprire musica nuova, musica un filo più complessa di quello che passa per la maggiore, guarda qua piuttosto, manda giù questa playlist nuova di zecca, tieni, chiudi gli occhi e passa tutto… Oltre al binge watching abbiamo anche il binge listening.

La vita si sta facendo giorno dopo giorno sempre più assurda, difficile, contorta, improbabile, impossibile. O forse lo è sempre stata ed è semplicemente una questione di prospettive, di tempistiche, di accortezze. Di saper annusare l’aria intorno come fanno i cani. Ci saranno abbastanza playlist per accompagnare questi momenti? E siamo sicuri di voler dare loro un suono? Di renderli reali? Chi vincerà fra l’algoritmo e l’imprevedibile?

Questa è la prima di una serie di playlist completamente inutili. Proprio come le nostre vite.
Playlist your life… and the rest will follow.

Per ascoltare tutti i brani nella loro interezza si suggerisce di aprire la playlist su Spotify, da pc o da cellulare.

La musica sputa sulle classifiche di fine anno

Di solito le testate e i blog che trattano di musica pongono prima delle loro classifiche di fine anno degli articoli introduttivi che, nelle intenzioni, dovrebbero tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Un modo per tracciare delle mappe orientative su come e dove la musica si sta muovendo, sulle tendenze, i nomi, i trend, i generi e le attitudini che hanno animato i dodici mesi precedenti.
È un’operazione che ha il suo senso, se non altro per una mera questione di memoria storica musicale che a posteriori, poi, potrebbe fungere da archivio (ammesso che non si perda nell’oceano sconfinato della rete). Il problema, però, è che ad ogni occasione si rischia di scrivere sempre le solite cose, tipo: quest’anno è stato molto ricco, quest’anno non sono usciti dischi di rilievo, quest’anno sono rimasto deluso, quest’anno ci sono state poche novità e molte conferme, quest’anno ci sono state molte novità e poche conferme eccetera eccetera eccetera, con minime, se non inesistenti, variazioni sul tema. Insomma, un giochino molto fine a se stesso e che alla lunga diventa stancante (personalmente, quando mi accingo a leggere questo tipo di articoli, salto a piè pari la parte introduttiva e vado direttamente a dare un’occhiata ai dischi delle classifiche). D’altronde, le stesse classifiche di fine anno sono sempre state fine a se stesse; si prova a spacciarle come innocuo esercizio, dei divertissement, ma che, nel contesto di una testata (specie se molto seguita), è tutto fuorché tale, perché indirizza ed orienta già in principio cosa è meritevole di ascolto e cosa no, cosa è meglio e cosa è peggio, cosa sta in cima e cosa in fondo. Si tratta di dividere, separare, dare un valore. Insomma, si tratta di un’operazione molto forte, e chi stila queste classifiche dovrebbe maneggiare la materia molto delicatamente, perché ha una responsabilità enorme nei confronti dei lettori/ascoltatori. Ma questa consapevolezza è ormai completamente messa da parte: le classifiche di fine anno sono diventate un cliché, semplice routine nel piano editoriale di chi si occupa di queste cose, qualcosa che si deve fare perché attira lettori.

Ad ogni modo, la ragione che mi sono dato per cui molti di questi articoli introduttivi sono di una noia mortale (quando va bene) o inutili e ridondanti (quando va male) è molto semplice, ed anche molto banale: viviamo in un’epoca satura di musica di ogni tipo, in cui ogni settimana viene prodotta e messa sul mercato un quantitativo tale che di certo non basterebbero dieci vite per ascoltarla ed assimilarla tutta. Una situazione inedita nella storia culturale dell’uomo, il cui impulso si deve sicuramente anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali e musicali messe a disposizione di artisti e pubblico. In questo contesto, anche solo per la legge dei grandi numeri, è assolutamente logico che ci sarà sempre qualcosa di buono e qualcos’altro di meno buono, dischi molto curati e ricercati ed altri meno, conferme, novità, delusioni, capolavori (questa mania della ricerca spasmodica del capolavoro a tutti i costi, poi, che ansia e che tristezza…), banalità, revivals di questo e quello e tanto altro. Quello che molti addetti ai lavori prendono in esame in questi articoli riassuntivi e nelle relative classifiche non è altro che la punta della punta della punta dell’iceberg: in sostanza, il nulla. E il nulla comparano, secondo parametri per lo più imperscrutabili, forse ignoti anche a loro stessi, e se anche fossero noti e ampiamente adottati, sarebbero completamente inutili. E sono anche sicuro (o, per lo meno, voglio pensarlo) che molte di queste persone che si prodigano in tali analisi dove si spendono parole su parole e si spremono neuroni per inventare (per l’ennesima volta) qualcosa di nuovo da dire, sono consapevoli di questo. Se non lo sono, bé, è un bel problema; se lo sono, allora mentono sapendo di mentire.

Ha senso, quindi, concentrarsi su una pozzanghera quando affianco abbiamo l’oceano? Che senso hanno in questo periodo storico le classiche classifiche di fine anno? Non sarebbe più onesto – più sano – ammettere che queste operazioni non sono nient’altro che frutto delle proprie inclinazioni, delle proprie scelte, dei propri gusti? Della propria soggettività, sacra ed inviolabile?
Già li vedo: un coro di SIIII s’alza al cielo, accompagnato da È chiaro È ovvio Ci mancherebbe Grazie al cazzo.
Eh già, grazie al cazzo. Allora io chiedo: se ben sapete che ogni tentativo di razionalizzare lo scibile musicale in classifiche ed elenchi è solo un vano tentativo di ammantare con una pretesa di oggettività ciò che non può essere – di per sé – oggettivo, allora perché continuate a stilare e scrivere queste classifiche e questi articoli? Perché nel XXI secolo proseguite imperterriti in queste sterili operazioni che prendono in giro l’intelligenza di tutti? Liberatevene. Lasciate andare. Il fatto che si sia sempre fatto così non è mai una giustificazione valida. Cercate di essere superiori a questi stupidi giochini delle classifiche: hanno fatto il loro tempo. La musica è una cosa troppo, troppo grande per essere presa in giro in questo modo. Classificare chi è meglio e chi peggio in arte è la più grande mistificazione che l’uomo possa mettere in atto. Un danno enorme, irreparabile, che ci priva di fette importanti di ciò che di più bello ci circonda.
Ma come osate, mi chiedo, salire in cattedra, puntare dita e dire chi va bene e chi no, chi è meglio di chi, affibbiare primi, secondi, terzi, trentaduesimi posti? Ma dico, la musica è per caso una gara ad ostacoli? Certo che no, e chi intende tutta l’arte in questo modo, non merita di goderne neanche per una frazione di un secondo.

Anch’io ho raggruppato gli album che più mi hanno colpito, nel bene e nel male, nel corso del 2021. Li ho suddivisi in playlist, a seconda del MIO grado di apprezzamento, del tutto personale e soggettivo. Non sono classifiche, non rispettano nessun ordine se non quello del puro e semplice piacere dell’ascolto: ad esempio, nella playlist in cui ho messo roba che non mi è piaciuta potreste trovare un artista o un disco che a voi, invece, ha fatto impazzire, e così via per le altre playlist, com’è giusto che sia. La cosa curiosa e divertente è che limitandosi ad elencare senza classificare, tutto ciò che è contenuto in queste playlist non è opinabile e soggetto a qualsiasi possibile critica, cosa che invece puntualmente accade quando una testata musicale pubblica le sue benemerite classifiche, scatenando le più disparate opinioni, valutazioni, pareri e giudizi sui perché e i per come (e perché non c’è tizio al primo posto? e perché avete messo tot posti per la vostra classifica? e perché manca questo e quello? e così via all’infinito, inutilmente). Divertente: proprio ciò che pretende massima oggettività – la classifica – alla fine si rivela essere massimamente soggettiva; al contrario, un semplice elenco in cui sono riportati gusti e preferenze è impermeabile a qualsiasi critica o giudizio. Le due istanze si sono invertite.

Cosa dovrei aggiungere ancora? Dovrei davvero mettermi a scrivere uno di quei cazzo di articoli introduttivi che tirano le somme dell’anno? Cosa dire che non sia già stato detto, sul covid, sul timido ritorno ai concerti subito stroncato dalle impennate dei nuovi casi, sul fatto che produttori ed artisti hanno cercato di puntare più sulle uscite che sui concerti, e quant’altro? L’unica cosa che bisognerebbe sottolineare è che la musica è viva e vegeta nonostante il mondo stia andando sempre più a rotoli, e che non si tributa mai abbastanza gli artisti e i musicisti che ci rendono partecipi dei loro mondi messi in musica; lo stiamo vedendo ora, durante questa emergenza sanitaria, ma il menefreghismo delle istituzioni e di buona parte del pubblico verso il mondo della musica fuori dai circuiti mainstream era già presente ben prima del covid.
Ma la buona musica saprà sempre risplendere, salvare vite e costituire l’anima del tempo, sia esso soggettivo che del mondo. E continuerà a farlo anno dopo anno, passando sopra articoli, classifiche, numeri, streaming, visualizzazioni e al resto del rumore di fondo. Continuamente, per sempre.

Le seguenti playlist sono in continuo aggiornamento. Ascoltare buona parte (qualunque cosa questa espressione significhi) di ciò che esce quotidianamente è un’impresa e gli stessi ascoltatori dovrebbero essere pagati per il loro tempo impiegato in questo sforzo.

MY 2021 – la roba che mi è piaciuta di più uscita nel corso dell’anno

JUST OK/FRIENDZONATI 2021 – Cose belle o solo ok che avrebbero potuto far breccia nel mio cuoricino, ma che per qualche motivo invece no. Ma rimangono comunque molto belle oppure ok

GUILTY PLEASURES 2021 – Cose ascoltate di cui (non) vergognarsi. Ma tutti abbiamo una falsa coscienza e tempo per mentire a noi stessi

NOTE RUBATE ALLA METALLURGIA 2021 – Cose ascoltate durante l’anno che non mi sono piaciute, scusate

Ascoltando i suoni dei mondi invisibili con Karwan dei Duna

Durante la pandemia e in particolare nei mesi di lockdown in cui la maggior parte delle quotidiane attività si sono fermate, sono usciti numerosi album e brani ispirati o direttamente influenzati dal nuovo stato di cose che il coronavirus ha necessariamente imposto sul mondo. Anche se ancora scarseggiano opere che tentino di osservare questa nuova realtà da una lente più critica e politica (antivaccinisti e coloro che sono contro le misure d’emergenza hanno già trovato modo per dare forma musicale alle loro posizioni), la tendenza fra gli artisti nell’ultimo anno e mezzo è stata sia quella di rifugiarsi in una sorta di escapismo per sfuggire al caos quotidiano in favore di una realtà altra, che di adottare una narrativa prettamente centrata su se stessi e sulla propria vita in lockdown.

Proprio al primo scenario appartiene Karwan, quarto lavoro in studio dei milanesi Duna, pubblicato a settembre, in un momento in cui la vita sta lentamente cercando di riassestarsi sui soliti binari uscendo dal letargo dei lockdown, mentre prevale ancora molta incertezza e paura del mondo “fuori”. Non è un caso, quindi, che gli undici brani del disco siano liberamente ispirati ad un’opera letteraria singolare ed anch’essa dal vago sapore evasivo, ma non certo dal mondo, ma semmai dalla realtà costituita ed accettata: l’Atlante dei Paesi che non Esistono, del geografo e studioso britannico Nick Middleton, il quale ha tratteggiato i profili di 50 paesi dai confini fluidi e a volte indefiniti – ma non per questo meno reali di tutti gli altri, in quanto abitati da persone in carne ed ossa, con una propria storia, moneta e bandiera – ma che non trovano riconoscimento diplomatico o un seggio fra le Nazioni Unite. Un mondo dentro al mondo, una mappa invisibile percepibile soltanto se si è disposti ad andare al di là di ciò che è istituzionalmente accettato e che, di fatto, costituisce la limitata realtà nella quale noi tutti ci muoviamo.
Con Karwan, i Duna ci invitano al viaggio per le vie di questo microcosmo, trasportandoci con la forza della loro musica oltre quel limite definito, in una dimensione che è al di là del tempo e dello spazio e che, per questo, trascende l’umano razionale.

Se già Green Math aveva dimostrato ciò di cui il quartetto era capace – una rielaborazione in chiave sincretica della musica Tamashek sotto una lente psych-rock – Karwan riesce ad andare oltre. E questo significa che i Duna sono riusciti a trascendere le loro stesse esplicite influenze per approdare ad una forma stilistica quanto più possibilmente personale. Certo, permangono ancora i bagliori di quell’immaginario “desertico” e la sabbia rovente delle carovane si insinua ancora fra le pieghe delle tuniche; non potrebbe essere altrimenti, visto che il punto di partenza dei Duna è sempre stato quel tipo di suono, rituale e ritmico, leggero e caldo come il vento del deserto. Ma questa volta la materia viene ancora più lavorata e levigata rispetto al passato, piegata con gusto e attenzione ai particolari verso ciò che il gruppo vuole trasmettere nell’ascoltatore. L’obiettivo è talmente tanto ben raggiunto che l’evocazione di scenari ed atmosfere è immediata, completamente senza filtri e vivida. Un esempio su tutti: la tumultuosa cavalcata di Khan El-Khalili, un brano di soli tre minuti il cui incredibile livello di coinvolgimento è dato proprio dalla sua semplicità. Gli strumenti sembrano inseguirci implacabili fra le strade di una città come El Cairo, Tunisi o Casablanca, dove uomini a volto coperto ci stanno dando la caccia; gli incastri fra le plettrate di chitarra e le percussioni creano un moto continuo, caricando il pezzo di tensione e travolgendo anche quei brevi momenti di apertura posti in mezzo alla composizione. È sempre bene ricordarsi che la sezione ritmica dei Duna è composta esclusivamente da percussioni, e forse la loro importanza e unicità nel sound complessivo del gruppo non è mai emersa in maniera così evidente come in questo brano, tanto che è difficile immaginare di poter raggiungere lo stesso risultato con una batteria al loro posto. Il taglio cinematico dei nuovi pezzi è sicuramente uno dei punti di forza delle canzoni, il fondamento stilistico che proprio su Karwan raggiunge una maggiore compiutezza d’intenti e di mezzi; da questa prospettiva le percussioni giocano quindi un ruolo fondamentale, e senza di esse la musica assumerebbe tutto un altro profilo.


Se la sezione ritmica è da sempre il cuore pulsante della musica dei Duna, la chitarra e il basso sono il sangue che scorre nel corpo della musica del quartetto: in Karwan, infatti, entrambi gli strumenti sembrano aver fatto un ulteriore salto di qualità in termini di tecnica e di arrangiamenti. La chitarra sviluppa fraseggi più complessi, con armonie e arpeggi che a volte richiamano certo math-rock; il basso è impegnato invece a ritagliarsi più spazio nell’economia dei brani, arricchendo melodie e arrivando lì dove la chitarra sembra solo voler puntare. Di conseguenza, il sound del disco ne risulta più ricco e variegato, quasi con accenti prog, ampliando ancora di più le future possibilità della musica dei Duna. Anche la produzione acquista un altro valore proprio in virtù dello stile qui adottato: nonostante in più punti rischi di affossare gli strumenti, soprattutto nei momenti più concitati, riesce ugualmente a donare un colore peculiare ai pezzi, come una patina di terra rimossa da un antico ritrovamento sonoro proveniente da un luogo lontano e dimenticato.

Il resto di Karwan non è assolutamente da meno, con una tracklist molto compatta, senza particolari cali di tono e che riserva sorprese ad ogni brano: dall’incedere battagliero di Dinetah (la cui parte centrale può per un attimo ricordare alcune cose dei Tool più meditativi) al sali e scendi di atmosfera di Pridnestrovie (nome che indica la Transinistria), tesa e sospesa su di un filo leggero che, una volta spezzato, lascia fuoriuscire il fragore di un basso roboante, passando per l’ondeggiare ipnotico e sensuale di L.S.U., nient’altro che un delirante miraggio indotto dal veleno di un cobra, e così via, fino alla fine di un’opera dove ogni brano è un viaggio possibile, un itinerario della mente che sorvola terre e popoli al limite fra reale e immaginario. Inutile a questo punto tirare in ballo classificazioni limitanti come quella di “world music”, etichetta che poteva in qualche modo essere appiccicata a Green Math: Karwan opera un piccolo ma decisivo scarto per imboccare una traiettoria che, pur continuando a giocare con i classici stilemi del genere, va poi altrove, in territori immaginari, e proprio per questo più autentici di tanta world music posticcia ed artefatta. Queste sono piccole colonne sonore scritte per i propri film interiori senza nessuna pretesa di “verità” o “realismo” al di fuori della propria verità.

Karwan, di certo l’album più compiuto e personale finora registrato dai Duna, è un inno alla fuga e al senso di mistero che avvolge ancora il mondo, un luogo che crediamo di conoscere ma che invece rimane ancora al di là della nostra comprensione. E proprio per questo, quindi, un disco necessario, ora più che mai.

Ascolta Karwan su Bandcamp e Spotify

Di Twitter, celebrità e testicoli gonfi

È stato uno di quei giorni nell’universo dei social media, pianeta Twitter. Il classico giorno a base di disinformazione, sensazionalismo, meme e polemiche, il tutto su un letto di ipertrofia dell’ego, come è d’obbligo.
A tenere banco la settimana scorsa è stata la rapper Nicki Minaj, non nuova nel dar mostra al mondo intero come raggiungere ulteriori livelli di imbarazzo.
Questa la perla da cui tutto è partito, giudicate voi.

Apriti cielo e apriti social.
Twitter è letteralmente esploso fra tag e contro tag.
Anthony Fauci è dovuto intervenire in mondo visione per debunkare in qualche modo il nesso fra vaccini e palle gonfie/impotenza.
Si è dovuta scomodare pure la Casa Bianca, dicendo di voler mettere in contatto la Minaj con i suoi esperti per rispondere a tutte le sue domande sulla sicurezza dei vaccini, in un disperato tentativo di tamponare in qualche modo questo capolavoro di disinformazione in un momento tanto delicato (ovviamente Nicki Minaj non ci ha capito un cazzo e ha inteso che fosse stata invitata PRESSO la Casa Bianca, e quindi l’entourage di quest’ultima ha dovuto specificare che no rincoglionita, non ti abbiamo detto di venire qui, al massimo ti fai na chiaccherata al telefono con uno dei nostri medici ultra stipendiati e bona lì!).
Ci sono finiti in mezzo anche Boris Johnson e Chris Witty, medico responsabile della risposta anti-covid in Uk, ai quali la Minaj ha inviato un messaggio audio dove li ha perculati facendo il verso al loro accento british.
Il Ministro della Salute di Trinidad e Tobago, visibilmente imbarazzato e sconsolato, ha dovuto ribadire che si, dopo tutte le nostre ricerche e il tempo perso dietro a tale minchiata, sta storia delle palle ingrossate causate dal vaccino è una puttanata grande quanto un grattacielo. Il suo video è meritevole di essere visto per l’aria assolutamente demoralizzata in cui ha dovuto ribadire una cosa così ovvia. Se non vi si stringe un po’ il cuore per quest’uomo, allora siete delle brutte persone.

Insomma, un casino totale.


L’uscita di Nicki Minaj sui testicoli dell’amico di suo cugino diventati come due noci di cocco fa il paio con le dichiarazioni (molto meno originali, a dire il vero) di Eric Clapton, che aveva sposato la causa anti-vax e anti-obbligo vaccinale per i soliti motivi reazionari e paranoici da repubblicano statunitense. Interessante notare come nonostante il gap generazionale fra i due pubblici di riferimento dei due artisti sia enorme – la Minaj con millennials/gen Z, Clapton con i boomer – entrambi si ritrovano a condividere le stesse dinamiche di disinformazione. A differenza di slowhand, però, la rapper statunitense sembra mossa più dalla costante voglia di essere al centro dell’attenzione, sebbene questo possa anche significare ricoprirsi di ridicolo e rendere pubbliche uscite a dir poco infelici e potenzialmente pericolose. Non c’è dubbio che alcune delle sue affermazioni (non solo quelle sui vaccini) si trovino allineate con la destra repubblicana e più radicale, e non è un caso che Tucker Carlson, noto commentatore di Fox News, abbia colto la palla al balzo per strumentalizzare l’assurdo tweet della pop star per dare contro i Democratici e compagnia progressista. L’episodio della Minaj è interessante perché, ad ogni modo, denota come in questo periodo di crisi sanitaria e sociale ogni dichiarazione, dubbio o allusione, anche i più assurdi ed innocenti, si possano trasformare in un caso nazionale, contribuendo ad esacerbare un clima di per sé già molto teso. Personalità in vista e perennemente esposte come Nicki Minaj si pongono al crocevia fra spettacolo e politica, e a partire dallo scoppio della pandemia il confine fra i due ambiti si è sempre più assottigliato, tanto che molte personalità dello spettacolo hanno ormai esplicitato le loro posizioni pro o contro i vaccini e il relativo obbligo. Posizioni che, ora come ora, sono a tutti gli effetti politiche.

Certo è che la Minaj sembra affetta dal tipico narcisismo paranoide di cui soffrono le persone ego maniache, le quali sono incapaci di mettere in discussione le proprie certezze, di porsi due domande e di verificare ciò che affermano e pensano. Poco importa alla fine se l’amico del cugino esiste davvero: ciò che importa, per lei, è di dover dire la sua, sempre e comunque, e di dominare i motori di ricerca e le testate dei giornali e dei tabloid.
E questo ci conduce ad un altro nocciolo della questione, ovvero: perché questa gente ultra famosa non ha ancora capito che deve dosare le parole? Perché non ha ancora capito che ha delle enormi responsabilità non solo verso i propri fan, ma verso la società nel suo complesso? I social permettono di raggiungere miliardi di persone istantaneamente; ormai non basta pensarci su solo una volta, ma dieci, quindici, venti volte, prima di premere il benemerito tasto invio per pubblicare un commento o un tweet. Molti di questi personaggi pubblici sono strettamente dipendenti dalla tecnologia – in particolare dai social – ma la usano ancora come fossero dei bambini, cioè lasciandosi dominare da essa e senza porre alcun filtro. Il caso di Trump ha ormai fatto scuola, ma è stato solo quello più eclatante, visto che si trattava del presidente degli Stati Uniti d’America e, quindi, dell’uomo più potente del mondo; ben prima di lui così come dopo di lui, il rapporto fra personaggi pubblici e tecnologie digitali era e continua tuttora ad essere molto complicato.

Come ascoltatori e fruitori di musica ed intrattenimento, vogliamo ancora sopportare questo modo di fare? Davvero siamo disposti a celebrare il più completo menefreghismo di questa gente? Giusto per fare un esempio: chi glielo dice alla Minaj, il cui profilo Twitter conta sui 22 milioni di followers, che un tweet del genere va anche e soprattutto a discapito delle minoranze che non possono accedere facilmente alle vaccinazioni contro il covid e alle cure ospedaliere necessarie? Fra quelle minoranze rientrano anche gli afroamericani e i sudamericani, quest’ultima categoria alle quali lei appartiene, essendo nata a Trinidad e Tobago e cresciuta a New York. Gente come Nicki Minaj straparla di empowerment e di discriminazione, ma in realtà gode del potere che fama, soldi e successo garantiscono loro; la conseguenza non è altro che il continuo perpetuarsi di tutto un sistema che danneggia non i privilegiati come lei, bensì tutti coloro che non hanno accesso a quel potere, e che quindi lo subiscono.

Questa gente deve capire che responsabilità ha verso la collettività, altrimenti deve essere pronta ad assumersene le conseguenze. Per questo bisognerebbe essere meno fan e più ascoltatori critici; evitare di idolatrare la persona, cosicché da non giustificarla sempre e comunque, ed ascoltare la musica in maniera più ragionata e filtrata dalle nostre idealizzazioni. In questo modo potremo fare davvero nostra l’arte che ascoltiamo.

Ma ora basta con il momento serietà, è arrivato il momento dello shitposting! Fra tweet di risposta a quello della Minaj e un paio di memini belli caldi, ce n’è per tutti i gusti. Buon appetito!

Lui ha vinto l’internet

Ah si, inutile dire che la colonna sonora del pezzo è questa qui:

Old men yell at clouds: Eric Clapton e Van Morrison giocano a fare gli anti-vaccinisti

Boh, cioè in pratica qualche giorno fa apro l’internet, spulcio le notizie e leggo che Eric Clapton si rifiuterà a suonare in tutti quei posti dove l’accesso sarà consentito solo ai possessori di green pass, cioè a chi è vaccinato contro il covid.
Rileggo di nuovo: le parole sono esattamente quelle, il mio cervello non può sbagliarsi. Eric Clapton. Eric “Slowhand” Clapton, si, proprio lui, insomma lo conosciamo tutti. Se la prende con il governo inglese perché ritiene la misura discriminante, e quindi, se gli gira, potrebbe cancellare i suoi futuri concerti.

Mi gratto la testa. Non capisco, mi sfugge probabilmente qualcosa. Ma Eric, così, de botto, senza senso? Ti alzi la mattina e spari na bomba del genere? Boh, mi piacerebbe capire come mai il buon Mano lenta si è svegliato di cattivo umore, e così cerco qualche altra informazione sempre sull’internet. La mia refrattarietà al gossip e l’epidermico odio verso il continuo turbinio delle news avevano colpito ancora. Con grande ritardo, apprendo che Clapton ha passato parte del 2020 e del 2021 a dire peste e corna contro i vaccini e i lockdown, prestando orecchio a politici e ad altre figure pubbliche che si dilettano con la carta stagnola mentre denunciano dai loro pc fantomatici governi ombra. Ha detto di aver ricevuto pure la sua dose di Astrazeneca e che è stata un’esperienza tremenda, ha avuto paura di non poter più suonare. Ha partecipato in due brani con Van Morrison (pure lui contro le misure anti-covid, così, de botto) e come due Bonnie & Clyde (o Cip e Ciop, se volete) si sono fatti i pompini a vicenda prendendosela contro questo e quello, e che non siamo liberi, e che dobbiamo combattere perché se no sarà un lockdown perenne, e che qua una volta era tutta una rivoluzione, e non ci sono più i ribelli di una volta, signora mia!

Povero Eric. O forse povero me, che non capisco davvero come stanno le cose. Che i fan di Clapton si aspettino proprio questo? Oppure il chitarrista inglese ha adocchiato un nuovo segmento di marketing da sfruttare? Tipo il “lockdown blues” o il “covid blues”… che poi, quanto cazzo è blues il lockdown??? No davvero, immaginatevi un bluesman chiuso in casa, sigaretta perennemente accesa sul posacenere, accanto un bicchiere di whisky, solo lui e la sua chitarra mentre ulula ubriaco una cosa tipo: “Questa casa è fredda e buiaaaa, proprio come la mia animaaaa/Una donna ormai è cosa anticaaaa, mi rimane solo la mia mano amicaaaa“.

Capisco che uno possa essere spaventato, vista l’eccezionale situazione in cui il mondo è recentemente precipitato; capisco anche che un musicista del suo livello, di fama mondiale e con una carriera che va avanti da circa 60 anni, appena sente qualcosa che non va nel suo corpo – e soprattutto nelle sue mani – vada nel panico; capisco anche che hai le palle girate perché ti sono saltati i tour, e si sa, oggi i musicisti tirano a campare vendendo i biglietti dei concerti. Capisco tutto. Quello che non capisco – o meglio, quello che la mia mente si rifiuta di accettare – è come un musicista di tale caratura, che ha davvero rappresentato nel corso dei suoi anni migliori cosa significhi ribellarsi all’autorità, possa sminuire e banalizzare l’idea fondamentale di ribellione, riducendola ad un generico e cieco ribellismo infantile in salsa complottista. Davvero per Eric Clapton e Van Morrison non indossare una semplice mascherina e non vaccinarsi sarebbe segno di ribellione? In che modo seguire delle semplici regole che possono salvare la propria e la vita altrui significherebbe andare controcorrente?

Quanto cantano Clapton e Van Morrison in The Rebels è vero. Sono d’accordo con loro: che fine hanno fatto i ribelli? Dove sono finiti? Nel video scorrono le immagini stilizzate di alcune icone musicali degli anni ’60 e ’70, gli anni nei quali i due musicisti hanno inciso i loro dischi più interessanti e durante i quali sono assurti a simboli per un’intera generazione che si abbeverava alla fonte della controcultura americana, che contestava il massacro e l’invasione del Vietnam, che si batteva per i diritti civili e sociali, che esplorava nuovi territori, dall’arte alla sessualità, sino alle droghe e alla spiritualità. Erano davvero anni ribelli. Oggi, a distanza di metà secolo (dovremmo ripetercelo più spesso e più lentamente, M E T À S E C O L O, per realizzare pienamente l’oceano di tempo che divide l’oggi da allora e che sembra essere passato in un lampo), ovviamente le cose sono radicalmente cambiate. I ribelli nella musica non ci sono più perché sono stati assorbiti dal music business o tagliati completamente fuori da esso. Le nuove icone pop sono troppo interessate a loro stesse, ai loro piccoli drammi quotidiani e alle loro stories sui social per poter cantare di ciò che non va nel mondo. Eppure, di motivi per ribellarsi e incazzarsi di certo non ne mancano; ciò che scarseggia è la coscienza ribelle. Abbiamo tutto e di più, e finché curiamo esclusivamente il nostro orticello non ci interessiamo a ciò che accade intorno. Durante la pandemia, le nostre ansie e insicurezze verso il futuro sono cresciute (non quelle dei miliardari, per loro sono aumentati solo i portafogli). Il mondo ha assunto ancora di più i contorni di una lotta di tutti contro tutti.

Nello stesso tempo, però, la ribellione di cui parlano Clapton e Van Morrison è solo una grottesca caricatura che finisce per scadere, appunto, nel ribellismo spicciolo. Adottare una mentalità complottista, denunciando un generico ed inconsistente “loro” come simbolo di un’autorità malvagia, non aiuta e non serve a nulla, anzi, fa proprio il gioco del potere. Avrai pure fatto gli anni ’60 e tutte le lotte controculturali ma se non sei capace di analizzare il presente e di sceglierti le lotte, rischi solo di fare più danni, soprattutto se sei un personaggio pubblico molto in vista.
Mi chiedo: è questo, quindi, ciò che rimane in ambito musicale della ribellione? Si è passati dalle ballate di Bob Dylan e Joan Baez, che cantava di Sacco e Vanzetti denunciando l’abuso del potere sui deboli, a una visione della realtà paranoica dove il giusto e l’ingiusto sono calibrati ogni volta sui desideri del singolo? Dire che è deprimente è dir poco. Dove sono le alternative? Sicuramente ci sono, e risiedono, come sempre, nell’underground musicale, quello lontano dai riflettori, dalle grandi arene e dai grossi numeri. Ma il punto è far arrivare determinati messaggi “sopra”, al grande pubblico. Perché finché si è i soliti quattro gatti che ascoltano e recepiscono certi messaggi non cambierà nulla.

E la cosa che più di tutte mi fa incazzare è che il nuovo album di Van Morrison è pure una figata. Un doppio album stilosissimo, fra jazz e blues, con una produzione molto curata e ogni pezzo carico di groove. Nella prima parte è presente anche la stessa The Rebels, arrangiata senza Clapton. I testi… bè, vi lascio immaginare di cosa possano parlare. Di certo non denunciano, ad esempio, il monopolio dei vaccini da parte dei paesi più ricchi ai danni di quelli più poveri, nei quali solo circa l’1 per cento della popolazione ha potuto ricevere finora una dose.
Certo che no. Non sarebbe stato troppo da ribelli.

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