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Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Viviamo in tempi terribili e allucinanti, e no, non mi riferisco solo al fatto che i propri tweet e post sui social possano diventare di tendenza a nostra insaputa nel giro di pochi minuti rovinandoci la vita, alla prospettiva dell’annichilimento ambientale o che ci sia effettivamente gente che considera i carlini dei cani meravigliosi. La presunta battaglia fra boomers e millennials è uno degli ultimi prodotti di una cultura che pone persone e generazioni gli uni contro gli altri, quando i problemi sistemici attuali che affliggono la società e il mondo interessano tutti, e da tutti quindi andrebbero affrontati. Ovvio che ci sia anche una percentuale di cazzeggio e di aspetto ludico in questa faccenda dei boomers contro i millennials e viceversa; così come anche è giusto che le nuove generazioni cerchino di rimarcare le differenze da quelle passate per ricercare una propria identità. Ma a mio avviso tutta la questione è un po’ sfuggita di mano, amplificata, rinforzata e diffusa come al solito dai media, social in primis. Si dimentica che c’è del buono e del cattivo in entrambe le categorie: non serve a niente sparare frasi fatte del tipo “i giovani di oggi sono pigri, senza valori e abituati ad avere tutto e subito” se poi proprio tu, boomer, rimani attaccato come una cozza ai tuoi privilegi (magari immeritati) ed hai instillato nei tuoi figli (millennials, guarda caso) il culto del consumismo e dell’edonismo per poter fare bella figura in società; così come non serve altrettanto a nulla deridere gli stessi boomers accusandoli di essere insensibili, egoisti e dalla mentalità chiusa, se poi te, millennial, preferisci fare la parte della vittima sui social senza invece organizzarti, protestare e combattere contro ciò che ritieni che non vada bene.

Insomma, il problema come al solito è fare di tutta l’erba un fascio, quando invece razionalità vorrebbe che ci fosse un minimo di discrimine per meglio comprendere fenomeni, situazioni ed eventi. Ma siamo tutti stanchi, magari poveri come la merda ed anche alquanto incazzati, e fa sempre comodo prendersela con gli altri per tutto ciò che non va nella nostra vita. E poi sappiamo bene che le analisi sociologiche non funzionano nell’odierna epoca della (mancata) comunicazione, di certo non attirano like e condivisioni quanto invece potrebbero fare una frasetta ad effetto o un memimo creati per ricevere attenzioni dalla propria cerchia sociale.

Tutto questo inutile panegirico per ricordare un altro aspetto a mio avviso interessante: la dissonanza cognitiva tramite la quale l’industria culturale cerca di farci vivere vite non nostre riesumando prodotti culturali del passato, dalla musica al cinema, dalla moda alla letteratura, soprattutto quelli degli anni ’70/’80/’90 (e si iniziano a riciclare pure i primi anni 2000). Parlo di dissonanza perché da una parte si alimenta l’insensata guerra “Boomers vs Millennials” dove le due parti in causa cercano di prendere le distanze le une dalle altre; nello stesso tempo però si fa di tutto per rievocare un passato mitico – anzi, mitizzato – sbattendo in faccia alle generazioni contemporanee mondi che non appartengono a loro (ma che ben infiocchettati e venduti possono sempre far presa, vedi un caso clamoroso come Stranger Things) ed impedendo quindi all’immaginario collettivo di assumere nuove ed imprevedibili forme. Eppure di roba nuova da raccontare ce ne sarebbe a bizzeffe, solo che all’industria culturale contemporanea interessa solo tirare a campare e mantenere in piedi l’intero baraccone, e quindi giù di remake, reboot, revival, rifacimenti, riesumazioni, citazioni e via dicendo. Un millennials o un appartenente alla Generazione Z che fa binge watching su Stranger Things o sull’ennesima serie con ambientazione anni ’90 non suona un po’ strano? O il fatto che un pezzo come Running Up That Hill (A Deal with God) ritorni in classifica dopo ben trentasette anni? Fa ovviamente molto piacere che un’artista enorme come Kate Bush faccia di nuovo parlare di sé, ma nello stesso tempo è impossibile non notare come almeno negli ultimi dieci anni la retromania abbia quasi completamente dominato il panorama culturale odierno. L’ambito musicale mainstream è stato particolarmente interessato dal revivalismo. I Maneskin, sotto questo punto di vista, sono il prodotto perfetto perché riescono a capitalizzare sia la nostalgia dei boomers, coprendo con la loro musica e l’immaginario di riferimento un periodo molto vasto che va dai ’70 ai primi anni ’90, e sia la voglia di melodie facili del pubblico generalista e che ammiccano ai gusti dei millennials.

Kate Bush che mira ad un assegno a sei zeri dopo essere finita in Stranger Things


Avevamo davvero bisogno del ritorno di Avril Lavigne (mentre lo scrivo stento a crederci io stesso…), una quasi quarantenne che gioca ancora a fare l’adolescente come all’epoca di Sk8ter Boi? E che dire di ritrovati bellici che sembravano ormai sepolti dal tempo come i Gazosa? Tutte queste operazioni commerciali giocano sull’effetto nostalgia perché è molto più facile promuovere ciò che già si conosce invece che puntare e rischiare su nomi nuovi e freschi. CEO e presidenti di compagnie quotate in borsa blaterano sull’importanza di investire per offrire ai consumatori prodotti di qualità, quando invece la realtà è solo una: fare cassa. Zero coraggio, zero rischio, zero opportunità. Con effetti alla fine paradossali e con un generale impoverimento per le masse e per chi davvero tiene alla musica di qualità, la quale viene relegata giorno dopo giorno nei circoli underground.

Le attuali generazioni vivono immersi quindi in questa dissonanza – attrazione che diventa feticizzazione per i prodotti musicali del passato, rifiuto di una buona parte di quella visione del mondo plasmata dagli ultimi sessant’anni. Ovviamente l’attrazione non è verso tutta la musica del passato (sarebbe alquanto strano) ma solo verso ciò che meglio può essere riadattato al presente vissuto da millennials e Gen Z. Per questo Rolling Stones può buttare giù un articolo in cui fa un elenco di alcuni dischi amati dai boomers ma ignorati dai millennials. Il titolo è chiaro: “40 album amati dai baby boomers e sconosciuti ai millennials”. L’accento, come spesso accade, è sulla presunta ignoranza musicale delle nuove generazioni verso ciò che concerne le vecchie. Assai raramente avviene il contrario. Perché non ci si domanda se anche i boomers conoscono i dischi che piacciono ai millennials? Perché il passato deve essere sempre considerato più importante del presente? Mi sembra che lo snobbismo musicale sia più marcato nelle vecchie generazioni anziché nelle nuove. Musicalmente parlando, boomers e Generazione X hanno fra loro molto più in comune che con millennials e Gen Z – c’è molta più “affinità” fra Led Zeppelin e Nirvana che fra Marilyn Manson e Billie Eilish – ma questo non giustifica il fatto che ancora oggi debba persistere una certa idea di superiorità culturale del passato musicale nei confronti del presente. Forse è anche per questo che il revivalismo è una corrente molto forte nell’industria musicale odierna: il mito di un’età dell’oro che bisogna continuamente alimentare e tenere ben salda di fronte ai nostri occhi. Bisognerebbe invece andare al di là di queste inutili contrasti: ne guadagneremmo tutti, vecchie e nuove generazioni, perché di musica interessante, capace di aprire mondi sonori inimmaginabili, ce n’è ancora tantissima.
Cinquant’anni fa come l’anno scorso.

Mi permetto allora di provare a stilare alcuni dei dischi amati dai millennials e che, forse, le vecchie generazioni non conoscono. Ho lasciato fuori i nomi grossi – Radiohead, Beyoncé, Kanye West fra i tanti, giusto per capirci, anche se ho voluto includere Billie Eilish perché giovanissima e ancora con tanto potenziale da sfruttare – prediligendo nomi di culto ma che hanno lasciato comunque la loro impronta negli ultimi vent’anni di musica. Inutile dire che è una lista estremamente parziale (e che magari aggiornerò, chi lo sa). I boomers ne facciano quello che vogliono: magari scopriranno che ci sono molti più punti in comune con i loro gusti che differenze.

Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000)

MF Doom – Madvillainy (2004)

Gorillaz – Demon Days (2005)

M.I.A. – Arular (2005)

Burial – Untrue (2007)

Sunn O))) – Monoliths & Dimensions (2009)

Flying Lotus –
Cosmogramma (2010)

Xiu Xiu – Dear God, I Hate Myself (2010)

Bon Iver – Bon Iver (2011)

Death Grips – The Money Store (2012)

Frank Ocean – Channel Orange (2012)

Arca – Mutant (2015)

Tyler, The Creator – Cherry Bomb (2015)

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (2018)

JPEG Mafia – Veteran (2018)

FKA Twigs – Magdalene (2019)

Poppy – I Disagree (2020)

Billie Eilish – Happier Than Ever (2021)

Musica su cui fumare quintalate di Erba Pipa: Bo Hansson – Music Inspired by The Lord of the Rings

Dimenticate Howard Shore. Dimenticate la London Philarmonic Orchestra. Dimenticate Enya.
Lo svedese Bo Hansson compone e registra la sua personale colonna sonora di un ipotetico film del Signore degli Anelli con chitarre, Moog, sintetizzatori, basso, batteria, percussioni, sax e flauto. Tutto questo fra il ’69 e il ’70, decenni prima di Peter Jackson, delle maratone da nerd tolkeniani e di quel gran pezzo di elfo di Liv Tyler.

Hansson sceglie un approccio che è diametralmente opposto a ciò che ci aspetteremmo da una musica concepita per l’epica fantasy del Signore degli Anelli. La mia generazione è cresciuta con quelle scene, con quegli attori, con Gandalf che urla TU NON PUOI PASSARE!; inevitabile che qualsiasi rimando al capolavoro di Tolkien successivo alla metà dei 2000 si scontri con la trilogia di Peter Jackson. Per questo, a mio avviso, chi fra le nuove generazioni decidesse di avvicinarsi al disco di Bo Hansson, si troverebbe completamente spiazzato.

Quella del musicista svedese è musica talmente dissonante per la nostra idea di ciò che riguarda il Signore degli Anelli che, una volta premuto play, ci ritroveremo sprofondati nel divano con uno spinello di erba pipa fra le mani invece che brandire una spada macellando orchi presso il fosso di Helm. La musica del compositore svedese è priva di qualsiasi epicità o di carattere puramente orchestrale, anzi: il suo tocco è minimale negli arrangiamenti e spettrale nelle atmosfere, grazie soprattutto all’uso dell’organo che sembra celebrare una lunga messa in una terra dimenticata dagli uomini. Una scelta stilistica che non fa altro che aumentare quel senso di mistero profondo dell’opera tolkeniana, facendo in modo che una fitta nebbia si innalzi sopra la Terra di Mezzo avvolgendo personaggi, eventi e luoghi. In certi passaggi la musica sembra addirittura tendere verso il silenzio, aumentando la tensione ed instillando un piacevole e leggero senso di spaesamento. Le note cadono spesso e volentieri nel vuoto, i ritmi si muovono sinuosi come per non essere notati. Qui non c’è nessun direttore d’orchestra che, in preda a furori beethoviani o wagneriani, incalza la sua orchestra con impeto romantico, no: qui al massimo si possono scorgere i Pink Floyd suonare per il sole nascente fra le rovine di Pompei.

Library music? Forse, ma il buon Hansson non si limita a tracciare degli schizzi musicali con cui semplicemente accompagnare delle ipotetiche sequenze cinematografiche. Qui c’è di più, e la portata musicale del progetto riesce ad essere personale attingendo da quel crocevia di prog, jazz e psichedelia che fra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 costituiva quanto di più interessante la musica popolare stesse partorendo (anche se di prog classicamente inteso qui non c’è neanche l’ombra, al massimo si potrebbe ipotizzare che il disco abbia più tendenze ambient che altro, creando inaspettatamente un ponte per quello che nei decenni successivi sarà il filone della dungeon synth oggi in voga).
Chi cazzo potrebbe immaginare di mettere delle conga in un disco ispirato al Signore degli Anelli??? Ne devi fumare di erba pipa per concepire una cosa del genere! Sarà che forse Bo Hansson ne avrà abusata parecchia quando è andato a registrare il disco nella remota isola di Älgö, nell’arcipelago di Stoccolma, di fronte al mare a -30° e nessun uomo o mezz’uomo nei pareggi per svariati chilometri.

I cinquant’anni del disco si sentono tutti, in ogni passaggio, in ogni nota di quella chitarra acida e tremendamente psichedelica (voci lontane provenienti da Mordor dicono che sarebbe stata suonata niente meno che da Jimi Hendrix…), fra i lampi dei synth e i sussulti delle percussioni. Ed il suo fascino risiede anche in questo: proprio come la storia del Signore degli Anelli è completamente lontana dalla nostra esperienza quotidiana, così l’opera di Bo Hannson sembra provenire da un tempo e da uno spazio mitici, propri del sogno.
La polvere si è appoggiata su questo disco e soffiarla via dai suoi solchi è come attraversare lo specchio per accedere ad un’altra dimensione. L’ascoltatore si siede di fronte al fuoco acceso in piena notte, pronto per essere spaventato ed eccitato da una nuova storia.
Ancora meglio se rullando e facendo girare dell’erba pipa fresca.

1972-2022: Cinquant’anni di progressive rock, musica inattuale

Nel 1972 un giovane ventenne poteva svegliarsi la mattina, aprire la sua bella copia di Melody Maker o NME, scorrere il ditino sulle varie classifiche di vendita e trovarci, fra le altre cose, roba come Thick as a Brick dei Jethro Tull, Close to the Edge degli Yes e Caravanserai dei Santana. Niente male, eh? Ma tranquilli, non mi metterò a fare paragoni con la scena musicale attuale, sarebbe un giochino inutile e scontato – troppo diversi gli scenari, lontani anni luce gli uni dagli altri per orientamenti stilistici e gusti generali.
Di certo però si può affermare che il 1972 è stato uno degli anni in cui un nuovo sotto genere del rock, il progressive rock, ha raggiunto uno dei suoi maggiori picchi creativi più rappresentativi, riuscendo non solo a sgomitare facendosi largo nel nuovo panorama rock dell’epoca, ma anche ad imporsi come LA novità presso i giovani capelloni affamati di suoni inediti, pezzi dalla durata improponibile per le radio, canzoni che più che essere tali erano dei veri e propri viaggi sonici e contorsioni strumentali olimpioniche.
Non c’era più il sogno flower power degli hippies del decennio precedente, ma nonostante ciò la creatività era rimasta al potere; era come se negli anni ’70, musicalmente parlando, si fosse cercata comunque una via altra ma senza mai perdere il contatto con la realtà, anche quando questa risultava cinica e violenta. Anche quando si trasformò in un decennio di piombo.
A mio modesto avviso, anni ’60 e ’70 sono le due facce della stessa medaglia, complementari ma non opposte. Per molti, il risveglio dal sogno psichedelico nel quale erano stati cullati dalla summer of love fu per lo più traumatico: era il tempo di ritornare con i piedi per terra, senza più ingenuità e facili vie di fuga. Quel sogno collettivo era stato luminoso e puro, una danza condotta sotto qualsiasi cielo, per tutti. Ma come tutte le cose più intense, fu destinato a durare poco. Il decennio dei ’70 quindi sono stati la campana a morto del funerale degli anni ’60, la stessa campana dell’omonimo primo disco dei Black Sabbath, un gruppo il cui malefico fiore poteva nascere non a caso solo e soltanto in quel nuovo decennio.

Personalmente la vedo così: i ’60 sono stati un good trip, i’70, invece, un bad trip. La realtà si stava affacciando sulle soglie delle coscienze, e bussava, bussava forte, e non aveva certo intenzione di andarsene, anche a costo di buttare giù la casa come il lupo con i tre porcellini. Quei ragazzi non più adolescenti o ventenni iniziarono a capire che il mondo e le persone sono cose molto più complesse, contraddittorie e pericolose di quanto vorrebbe farci credere un qualsiasi guru improvvisato: delle lunghe suite prog rock, articolate e labirintiche, pervase da momenti di stasi ed altri frenetici, dove poter cantare i propri inni a squarciagola alzando le braccia al cielo e un attimo dopo immergersi nella cacofonia più totale e nell’alienazione di strumenti che parlano una nuova lingua.
Non era il tempo della contemplazione, ma dell’azione.
Era il tempo, insomma, di abbracciare il lato oscuro della luna.

Non che il progressive rock dei ’70 abbia cancellato con un colpo di spugna la musica di matrice psichedelica del decennio precedente. Anzi, per alcuni versi ne costituisce la prosecuzione attraverso una personale rielaborazione, mentre per altri arriva a negarla. Il tratto comune, però, sarà sempre e solo la sperimentazione: col jazz, con la classica, con suoni acustici ed elettronici e con tradizioni musicali locali. Sono alquanto convinto che il progressive si sia potuto definire tale – che abbia cioè potuto maturare una certa coscienza di sé – nel momento in cui il rock , ovvero, in maniera semplificata, quell’intero universo che era stato partorito dalla sfera musicale inglese dal dopoguerra in poi imponendosi come nuova musica popolare per le nuove generazioni, si è aperto a linguaggi musicali completamente estranei. Nei ’60 ci sono stati ovviamente esperimenti in questo senso – basti pensare ai Beatles che flirtano con i suoni indiani, nonché la stessa cultura psichedelica che guardava ad Oriente. Lo scarto operato dai gruppi prog, però, è ancora più ampio e, per certi versi, più sfrontato: uno strabordare dagli stessi perimetri del rock inglobando tutto e di più. Una sorta di metagenere di quegli anni, anche se può suonare esagerato; ma cos’è il prog rock, alla fine, se non appunto esagerazione? Un frullato, forse, ma non indigesto né tanto meno insapore, ma con una sua ben precisa identità, grazie a quella qualità “narrativa” propria del genere data attraverso l’adozione del concept come format per gli album e, soprattutto, all’alternanza di differenti atmosfere anche all’interno di uno stesso brano.

Apertura ad altri linguaggi, assimilazione totale e capacità narrativa: tre caratteristiche che personalmente reputo fondamentali per orientarsi attraverso la genesi e lo sviluppo del prog. Una fetta di appassionati e di critici reputano dischi come l’omonimo dei Procol Harum (1967), quello dei Caravan (1968) e Days of Future Passed (1967) dei The Moody Blues dei precursori del prog rock, dischi che hanno dato un forte impulso alla nascita del genere e che incarnerebbero di fatto le sue principali caratteristiche. Se da una parte è indubbio che il progressive degli anni ’70 sia stato influenzato dal rock del decennio precedente (e non potrebbe essere altrimenti) ereditando soprattutto quella volontà a voler andare sempre oltre e a sperimentare, tirare in ballo quei dischi significa a mio avviso restringere di molto l’indagine sulla reale origine del genere. Quei dischi, infatti, sono perfettamente inseriti nel filone del rock in voga negli anni ’60, strutturati sulla classica alternanza strofa/ritornello e mancando qualsiasi volontà di voler per lo meno giocare con questi canoni. L’album dei The Moody Blues è quello che si avvicina di più in questa direzione tramite l’introduzione dell’orchestra, ma il suo utilizzo non è per niente integrato nella musica del gruppo, risultando alla fine come un’aggiunta (in molti punti si ha come l’impressione che l’orchestra faccia da semplice intermezzo fra un brano e l’altro) e senza che i due linguaggi, rock e classica, riescano realmente a fondersi per dar vita ad un terzo altro. Nonostante la sua apertura e l’evidente capacità narrativa, Days Of Future Passed non riesce ad arrivare ad una vera e propria sintesi. Insomma, se proprio bisogna tirare in ballo gli anni ’60, credo che The Piper At The Gates of Dawn dei Pink Floyd o il primo dei Soft Machine possano rendere maggiore giustizia, proprio per il loro essere dischi sovversivi pur mantenendo i contatti con le sonorità del loro tempo.

Ma ad ogni modo, il vero terreno dal quale spunterà l’albero del progressive non può che essere a mio modesto avviso quello del jazz – in particolare bebop e free jazz – proprio perché esso offre gli strumenti migliori per poter ampliare moltissimo le potenzialità espressive dei nuovi musicisti. Non a caso il testamento del cosiddetto jazz rock, Bitches Brew di Miles Davis, una delle opere più importanti del ‘900, arriverà proprio nel 1970, allo scoccare del decennio e quando il progressive rock si stava preparando ad invadere le collezioni di dischi. Soltanto un anno prima un altro disco fondamentale aveva aperto crepe irreparabili facendo scorgere ciò che si celava al di là del consueto musicale: In the Court of the Crimson King dei King Crimson, summa delle tre caratteristiche del prog di apertura verso nuovi linguaggi, assimilazione e potenza narrativa. Un mosaico raffinatissimo che non solo riesce ad incarnare un intero genere ma che, come ogni vero capolavoro, lo supera per trasfigurarlo in qualcos’altro. Bitches Brew e In the Court of the Crimson King sono due terremoti che spostano i continenti della musica popolare del secondo novecento: il primo indica la nuova strada al jazz, il secondo al rock. Entrambi però si riflettono l’uno nell’altro, riuscendo ad andare oltre le rispettive tradizioni musicali per ritrovarsi miracolosamente in un luogo ancora oggi sconosciuto e al di là di generi ed etichette: quello del dominio dell’arte.

A mio avviso, ascoltare un album prog si avvicina molto all’esperienza della lettura di un romanzo o alla visione di un film. Progressive, progressione: passaggio fluido, graduale e costante da uno stadio ad un altro, proprio come le micro sequenze di cui si compone un’opera cinematografica o le pagine di una storia. Il fascino di questo genere è proprio questo: mettere su un disco è come sedersi intorno ad un fuoco, indossare le cuffie come prepararsi ad ascoltare ad occhi spalancati pronti per essere inondati di meraviglia, stupore e terrore. Il prog preferisce raccontare le sue storie tramite suoni e ritmi, perché a volte le parole dei testi sono superflue ed inadeguate, ed è meglio quindi affidarsi a brani completamente strumentali o che prevedano lunghe parti strumentali. La stessa capacità tecnica dei musicisti sugli strumenti deve essere sopraffina ed eclettica proprio perché deve assecondare al meglio questa qualità narrativa del prog: non scrivi un brano come questo se sai fare solo il giro di DO suonando accordi aperti.


Ho spesso sentito appellare il progressive rock come un genere “fine a se stesso”, “pomposo”, “freddo”, “sterile”, dedito ad inutili circonvoluzioni mentali. Può darsi… ma anche sti cazzi! È come criticare il metal perché è chiassoso o il funky perché troppo movimentato: semplicemente senza senso. L’errore di prospettiva risiede nel percepire come sterile manierismo ed esagerato protagonismo quella che invece è stata voglia di forzare i codici della forma canzone della musica popolare fra gli anni ’50 e ’60, processo che è passato anche attraverso l’estremizzazione delle jam di stampo psych rock in una chiave più tecnica e ricercata. Bisognerebbe provare a calarsi un attimo nei panni di un musicista rock di fine anni ’60/primi ’70 per intravedere i limiti e le sovrastrutture che la sua musica si stava ormai portando dietro da almeno vent’anni: a noi, ascoltatori del XXI secolo, tutto ciò sembra scontato ma all’epoca non lo era per niente. Detto con un esempio: se i Dream Theater possono permettersi di costruire un’intera carriera su un’idea di musica muscolare e basata sull’ostentazione tecnica prendendo a modello gli Emerson, Lake & Palmer, questo non significa automaticamente che gli ELP suonino come i Dream Theater. I presupposti delle due band sono diversi.

Per non parlare poi dell’accusa di essere un genere “freddo”, incapace cioè di aprirsi ad un qualsiasi gusto della melodia o ad una sequenza melodica che possa facilmente essere memorizzata. Niente di più falso: i dischi prog degli anni ’70, e in particolar modo i classici pubblicati nel 1972, traboccano di melodie, molte delle quali facilmente orecchiabili e che possono essere fischiettate sotto la doccia. Anche qui: l’errore risiede a mio avviso nel concentrarsi troppo sulla struttura dei brani che, come già detto, cercano di andare oltre gli stilemi canonici dell’epoca, ignorando il resto. Anzi, proprio i gruppi più sinfonici come Yes, ELP e Genesis sono probabilmente quelli più facilmente orecchiabili; basti ad esempio pensare al comparto vocale, pesantemente debitore della sensibilità melodica degli anni ’60.


Un genere come il progressive molto probabilmente oggi non potrebbe nascere, e per tutta una serie di ragioni, inclusa anche quella della riduzione del tempo d’ascolto. Ovviamente gruppi prog continuano ad esistere e a suonare, ma il punto è che il genere in sé ha perso rilevanza generale rispetto a quanto invece succedeva cinquant’anni fa. Ciò che rimane oggi, oltre ad una caterva di dischi meravigliosi ai quali ha contribuito in maniera fondamentale anche l’Italia, è quella capacità del prog di fare da ponte verso una miriade di sottogeneri, filoni e movimenti musicali d’avanguardia, che per chi si affaccia per la prima volta su questo mondo costituisce una piccola mappa insostituibile ed inestimabile. Chi intraprende quel rischioso e meraviglioso percorso che lo condurrà per la selva oscura della musica meno commerciale o anti commerciale, non può prescindere dal prog. Il progressive come metagenere, per l’appunto. Prima o poi ci si imbatte in esso, e da quel momento in poi diventerà il proprio Virgilio.