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Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Viviamo in tempi terribili e allucinanti, e no, non mi riferisco solo al fatto che i propri tweet e post sui social possano diventare di tendenza a nostra insaputa nel giro di pochi minuti rovinandoci la vita, alla prospettiva dell’annichilimento ambientale o che ci sia effettivamente gente che considera i carlini dei cani meravigliosi. La presunta battaglia fra boomers e millennials è uno degli ultimi prodotti di una cultura che pone persone e generazioni gli uni contro gli altri, quando i problemi sistemici attuali che affliggono la società e il mondo interessano tutti, e da tutti quindi andrebbero affrontati. Ovvio che ci sia anche una percentuale di cazzeggio e di aspetto ludico in questa faccenda dei boomers contro i millennials e viceversa; così come anche è giusto che le nuove generazioni cerchino di rimarcare le differenze da quelle passate per ricercare una propria identità. Ma a mio avviso tutta la questione è un po’ sfuggita di mano, amplificata, rinforzata e diffusa come al solito dai media, social in primis. Si dimentica che c’è del buono e del cattivo in entrambe le categorie: non serve a niente sparare frasi fatte del tipo “i giovani di oggi sono pigri, senza valori e abituati ad avere tutto e subito” se poi proprio tu, boomer, rimani attaccato come una cozza ai tuoi privilegi (magari immeritati) ed hai instillato nei tuoi figli (millennials, guarda caso) il culto del consumismo e dell’edonismo per poter fare bella figura in società; così come non serve altrettanto a nulla deridere gli stessi boomers accusandoli di essere insensibili, egoisti e dalla mentalità chiusa, se poi te, millennial, preferisci fare la parte della vittima sui social senza invece organizzarti, protestare e combattere contro ciò che ritieni che non vada bene.

Insomma, il problema come al solito è fare di tutta l’erba un fascio, quando invece razionalità vorrebbe che ci fosse un minimo di discrimine per meglio comprendere fenomeni, situazioni ed eventi. Ma siamo tutti stanchi, magari poveri come la merda ed anche alquanto incazzati, e fa sempre comodo prendersela con gli altri per tutto ciò che non va nella nostra vita. E poi sappiamo bene che le analisi sociologiche non funzionano nell’odierna epoca della (mancata) comunicazione, di certo non attirano like e condivisioni quanto invece potrebbero fare una frasetta ad effetto o un memimo creati per ricevere attenzioni dalla propria cerchia sociale.

Tutto questo inutile panegirico per ricordare un altro aspetto a mio avviso interessante: la dissonanza cognitiva tramite la quale l’industria culturale cerca di farci vivere vite non nostre riesumando prodotti culturali del passato, dalla musica al cinema, dalla moda alla letteratura, soprattutto quelli degli anni ’70/’80/’90 (e si iniziano a riciclare pure i primi anni 2000). Parlo di dissonanza perché da una parte si alimenta l’insensata guerra “Boomers vs Millennials” dove le due parti in causa cercano di prendere le distanze le une dalle altre; nello stesso tempo però si fa di tutto per rievocare un passato mitico – anzi, mitizzato – sbattendo in faccia alle generazioni contemporanee mondi che non appartengono a loro (ma che ben infiocchettati e venduti possono sempre far presa, vedi un caso clamoroso come Stranger Things) ed impedendo quindi all’immaginario collettivo di assumere nuove ed imprevedibili forme. Eppure di roba nuova da raccontare ce ne sarebbe a bizzeffe, solo che all’industria culturale contemporanea interessa solo tirare a campare e mantenere in piedi l’intero baraccone, e quindi giù di remake, reboot, revival, rifacimenti, riesumazioni, citazioni e via dicendo. Un millennials o un appartenente alla Generazione Z che fa binge watching su Stranger Things o sull’ennesima serie con ambientazione anni ’90 non suona un po’ strano? O il fatto che un pezzo come Running Up That Hill (A Deal with God) ritorni in classifica dopo ben trentasette anni? Fa ovviamente molto piacere che un’artista enorme come Kate Bush faccia di nuovo parlare di sé, ma nello stesso tempo è impossibile non notare come almeno negli ultimi dieci anni la retromania abbia quasi completamente dominato il panorama culturale odierno. L’ambito musicale mainstream è stato particolarmente interessato dal revivalismo. I Maneskin, sotto questo punto di vista, sono il prodotto perfetto perché riescono a capitalizzare sia la nostalgia dei boomers, coprendo con la loro musica e l’immaginario di riferimento un periodo molto vasto che va dai ’70 ai primi anni ’90, e sia la voglia di melodie facili del pubblico generalista e che ammiccano ai gusti dei millennials.

Kate Bush che mira ad un assegno a sei zeri dopo essere finita in Stranger Things


Avevamo davvero bisogno del ritorno di Avril Lavigne (mentre lo scrivo stento a crederci io stesso…), una quasi quarantenne che gioca ancora a fare l’adolescente come all’epoca di Sk8ter Boi? E che dire di ritrovati bellici che sembravano ormai sepolti dal tempo come i Gazosa? Tutte queste operazioni commerciali giocano sull’effetto nostalgia perché è molto più facile promuovere ciò che già si conosce invece che puntare e rischiare su nomi nuovi e freschi. CEO e presidenti di compagnie quotate in borsa blaterano sull’importanza di investire per offrire ai consumatori prodotti di qualità, quando invece la realtà è solo una: fare cassa. Zero coraggio, zero rischio, zero opportunità. Con effetti alla fine paradossali e con un generale impoverimento per le masse e per chi davvero tiene alla musica di qualità, la quale viene relegata giorno dopo giorno nei circoli underground.

Le attuali generazioni vivono immersi quindi in questa dissonanza – attrazione che diventa feticizzazione per i prodotti musicali del passato, rifiuto di una buona parte di quella visione del mondo plasmata dagli ultimi sessant’anni. Ovviamente l’attrazione non è verso tutta la musica del passato (sarebbe alquanto strano) ma solo verso ciò che meglio può essere riadattato al presente vissuto da millennials e Gen Z. Per questo Rolling Stones può buttare giù un articolo in cui fa un elenco di alcuni dischi amati dai boomers ma ignorati dai millennials. Il titolo è chiaro: “40 album amati dai baby boomers e sconosciuti ai millennials”. L’accento, come spesso accade, è sulla presunta ignoranza musicale delle nuove generazioni verso ciò che concerne le vecchie. Assai raramente avviene il contrario. Perché non ci si domanda se anche i boomers conoscono i dischi che piacciono ai millennials? Perché il passato deve essere sempre considerato più importante del presente? Mi sembra che lo snobbismo musicale sia più marcato nelle vecchie generazioni anziché nelle nuove. Musicalmente parlando, boomers e Generazione X hanno fra loro molto più in comune che con millennials e Gen Z – c’è molta più “affinità” fra Led Zeppelin e Nirvana che fra Marilyn Manson e Billie Eilish – ma questo non giustifica il fatto che ancora oggi debba persistere una certa idea di superiorità culturale del passato musicale nei confronti del presente. Forse è anche per questo che il revivalismo è una corrente molto forte nell’industria musicale odierna: il mito di un’età dell’oro che bisogna continuamente alimentare e tenere ben salda di fronte ai nostri occhi. Bisognerebbe invece andare al di là di queste inutili contrasti: ne guadagneremmo tutti, vecchie e nuove generazioni, perché di musica interessante, capace di aprire mondi sonori inimmaginabili, ce n’è ancora tantissima.
Cinquant’anni fa come l’anno scorso.

Mi permetto allora di provare a stilare alcuni dei dischi amati dai millennials e che, forse, le vecchie generazioni non conoscono. Ho lasciato fuori i nomi grossi – Radiohead, Beyoncé, Kanye West fra i tanti, giusto per capirci, anche se ho voluto includere Billie Eilish perché giovanissima e ancora con tanto potenziale da sfruttare – prediligendo nomi di culto ma che hanno lasciato comunque la loro impronta negli ultimi vent’anni di musica. Inutile dire che è una lista estremamente parziale (e che magari aggiornerò, chi lo sa). I boomers ne facciano quello che vogliono: magari scopriranno che ci sono molti più punti in comune con i loro gusti che differenze.

Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000)

MF Doom – Madvillainy (2004)

Gorillaz – Demon Days (2005)

M.I.A. – Arular (2005)

Burial – Untrue (2007)

Sunn O))) – Monoliths & Dimensions (2009)

Flying Lotus –
Cosmogramma (2010)

Xiu Xiu – Dear God, I Hate Myself (2010)

Bon Iver – Bon Iver (2011)

Death Grips – The Money Store (2012)

Frank Ocean – Channel Orange (2012)

Arca – Mutant (2015)

Tyler, The Creator – Cherry Bomb (2015)

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (2018)

JPEG Mafia – Veteran (2018)

FKA Twigs – Magdalene (2019)

Poppy – I Disagree (2020)

Billie Eilish – Happier Than Ever (2021)

Musica su cui fumare quintalate di Erba Pipa: Bo Hansson – Music Inspired by The Lord of the Rings

Dimenticate Howard Shore. Dimenticate la London Philarmonic Orchestra. Dimenticate Enya.
Lo svedese Bo Hansson compone e registra la sua personale colonna sonora di un ipotetico film del Signore degli Anelli con chitarre, Moog, sintetizzatori, basso, batteria, percussioni, sax e flauto. Tutto questo fra il ’69 e il ’70, decenni prima di Peter Jackson, delle maratone da nerd tolkeniani e di quel gran pezzo di elfo di Liv Tyler.

Hansson sceglie un approccio che è diametralmente opposto a ciò che ci aspetteremmo da una musica concepita per l’epica fantasy del Signore degli Anelli. La mia generazione è cresciuta con quelle scene, con quegli attori, con Gandalf che urla TU NON PUOI PASSARE!; inevitabile che qualsiasi rimando al capolavoro di Tolkien successivo alla metà dei 2000 si scontri con la trilogia di Peter Jackson. Per questo, a mio avviso, chi fra le nuove generazioni decidesse di avvicinarsi al disco di Bo Hansson, si troverebbe completamente spiazzato.

Quella del musicista svedese è musica talmente dissonante per la nostra idea di ciò che riguarda il Signore degli Anelli che, una volta premuto play, ci ritroveremo sprofondati nel divano con uno spinello di erba pipa fra le mani invece che brandire una spada macellando orchi presso il fosso di Helm. La musica del compositore svedese è priva di qualsiasi epicità o di carattere puramente orchestrale, anzi: il suo tocco è minimale negli arrangiamenti e spettrale nelle atmosfere, grazie soprattutto all’uso dell’organo che sembra celebrare una lunga messa in una terra dimenticata dagli uomini. Una scelta stilistica che non fa altro che aumentare quel senso di mistero profondo dell’opera tolkeniana, facendo in modo che una fitta nebbia si innalzi sopra la Terra di Mezzo avvolgendo personaggi, eventi e luoghi. In certi passaggi la musica sembra addirittura tendere verso il silenzio, aumentando la tensione ed instillando un piacevole e leggero senso di spaesamento. Le note cadono spesso e volentieri nel vuoto, i ritmi si muovono sinuosi come per non essere notati. Qui non c’è nessun direttore d’orchestra che, in preda a furori beethoviani o wagneriani, incalza la sua orchestra con impeto romantico, no: qui al massimo si possono scorgere i Pink Floyd suonare per il sole nascente fra le rovine di Pompei.

Library music? Forse, ma il buon Hansson non si limita a tracciare degli schizzi musicali con cui semplicemente accompagnare delle ipotetiche sequenze cinematografiche. Qui c’è di più, e la portata musicale del progetto riesce ad essere personale attingendo da quel crocevia di prog, jazz e psichedelia che fra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 costituiva quanto di più interessante la musica popolare stesse partorendo (anche se di prog classicamente inteso qui non c’è neanche l’ombra, al massimo si potrebbe ipotizzare che il disco abbia più tendenze ambient che altro, creando inaspettatamente un ponte per quello che nei decenni successivi sarà il filone della dungeon synth oggi in voga).
Chi cazzo potrebbe immaginare di mettere delle conga in un disco ispirato al Signore degli Anelli??? Ne devi fumare di erba pipa per concepire una cosa del genere! Sarà che forse Bo Hansson ne avrà abusata parecchia quando è andato a registrare il disco nella remota isola di Älgö, nell’arcipelago di Stoccolma, di fronte al mare a -30° e nessun uomo o mezz’uomo nei pareggi per svariati chilometri.

I cinquant’anni del disco si sentono tutti, in ogni passaggio, in ogni nota di quella chitarra acida e tremendamente psichedelica (voci lontane provenienti da Mordor dicono che sarebbe stata suonata niente meno che da Jimi Hendrix…), fra i lampi dei synth e i sussulti delle percussioni. Ed il suo fascino risiede anche in questo: proprio come la storia del Signore degli Anelli è completamente lontana dalla nostra esperienza quotidiana, così l’opera di Bo Hannson sembra provenire da un tempo e da uno spazio mitici, propri del sogno.
La polvere si è appoggiata su questo disco e soffiarla via dai suoi solchi è come attraversare lo specchio per accedere ad un’altra dimensione. L’ascoltatore si siede di fronte al fuoco acceso in piena notte, pronto per essere spaventato ed eccitato da una nuova storia.
Ancora meglio se rullando e facendo girare dell’erba pipa fresca.

Purgatorio a doppio livello

Non era mai successo ma qualche giorno fa sono rimasto incolonnato per ben trenta minuti in un parcheggio nel centro della città. Avevo pagato e tutto, e come altri disperati motorizzati sono entrato nella mia macchina, acceso l’aria condizionato per scacciare dai miei polmoni l’odore fetido impregnato di gas di scarico e umidità e mi sono preparato ad abbandonare quel purgatorio dal soffitto basso.
Non sapendo, però, che da lì a poco si sarebbe trasformato in un inferno.
Trenta minuti in un parcheggio a doppio livello.
Auto incolonnate.
Gente che parla, gesticola, si annoia, ogni tanto strombazza, il più delle volte sbadiglia.
Li guardavo dagli specchietti, e notavo dei grandi punti interrogativi sulle loro teste.

Un tempo che sembra infinito.
Che scivola di lato come nel letto di un fiume, senza guardarsi indietro.

Si possono perdere trenta minuti per uscire da un semplice parcheggio? Quel tempo non ritornerà più, e chissà quante cose si sarebbero potute fare in trenta minuti. Chessò, leggere qualche pagina di un romanzo, vedersi una puntata di una serie (anche se ormai durano un’ora o più), cucinare una nuova ricetta, scopare, farsi una passeggiata nel quartiere, risolvere un cruciverba difficilissimo, scrivere un pezzo su WordPress.
Annoiarsi, pure. Ma potendo almeno scegliere in che modo.

Ora, invece, tutto ciò che rimane sono trenta minuti permeati di senso di claustrofobia, pareti luride e senso di impotenza. Una parentesi, che si sa dove si apre ma non dove si chiude. Perché, a pensarci bene, passare così tanto tempo in un parcheggio a doppio livello non si addice tanto all’inferno, bensì al purgatorio. Perché si attende, e si spera in un segno salvifico che possa illuminare il cammino verso il luminoso cancello che conduce all’uscita del purgatorio a due piani. Neanche Dante avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere, e se avesse visto quella fila infinita di auto scure nel quale gli uomini sembrano imbalsamati, forse si sarebbe spaventato.

In quel parcheggio a due piani, ogni persona in attesa di andarsene finalmente per i fatti suoi ha lasciato un pezzo del suo tempo. Non so esattamente che forma abbia, ma so che sta lì. Forse si è appiccicato al pavimento, fra le cicche e i segni lasciati dai pneumatici; si è dissolto nella luce al neon; è stato risucchiato nei condotti metallici, sbattuto da una parte all’altra. E ora cerca una via d’uscita, anche lui. Alcuni frammenti avranno raggiunto i loro legittimi proprietari, magari nel sonno, nelle loro camere da letto al diciottesimo piano di un palazzo. Silenziosi come ladri. Altri, invece, staranno ancora vagando nei condotti, persi nel buio.

Alla fine Caronte ha avuto la forma di un signore minuto, senza capelli, aggrappato alla macchinetta per pagare i biglietti come se temesse che pure quella potesse saltare la barra d’uscita e scappare via nel traffico. Chissà cosa gli sarà sembrata quella carovana a quattro ruote, a lui, guardiano del purgatorio, l’unico a poter decidere delle nostre sorti. A metà strada fra purgatorio e paradiso.
Oppure non gliene sarà fregato un cazzo. Avrà posato il suo sguardo indifferente su quello spettacolo monotono, avrà tirato su un bello sbadiglio e avrà fatto pagare l’ennesimo biglietto. E un altro, un altro ancora e così via.

Sarà stato così anche per me, quando mi sono avvicinato con la mia auto abbassando il finestrino. L’ennesimo idiota che ha deciso di passare trenta minuti della sua vita in quel modo. Ha staccato l’ennesimo biglietto e con esso l’ennesimo sorriso, veloce e distratto, fatto con quelli occhietti piccoli e scuri. Siamo tutti parte di un enorme macchina che gira su se stessa sempre più vorticosamente; l’unica differenza è fra chi se ne accorge e chi no. Ma anche accorgendosene, non è che possa fare questa grande differenza.

Sorpasso la barra e sono fuori a riveder le stelle.
Mi tolgo dalla testa il mio punto interrogativo, faccio per buttarlo dal finestrino ma poi ci ripenso. Lo faccio ripiombare sul sedile del passeggero. Le occasioni per utilizzarlo di nuovo non mancheranno di certo.

Ci vuole un’altra vita.

Ribelle come un rospo

E quindi, piccolo uomo, vuoi fare il ribelle eh? Ti piace giocare duro, andarci giù pesante, andare controcorrente, lanciare accuse, condanne, sputare su tutto e tutti perché pensi che il mondo ancora non è pronto per cotanta magnificenza. La società – L A S O C I E T A’ – è riprovevole, con tutte quelle regole e quelle leggi alle quali fare attenzione, mamma mia che schifo, che orrore, che squallore! No, non è roba per te, non vuoi farti sottomettere, tu, Don Chisciotte senza macchia e senza paura, vai contro tutto e tutti incurante delle possibili conseguenze perché sai – lo senti profondamente! – di essere nel giusto. Spezzi le catene, fuggi dalle reti, ti sbarazzi dei lacci che continuamente gli altri ti lanciano addosso perché hanno paura di te – questo tu lo sai bene! – non sopportando che una persona possa ribellarsi innalzandosi al di sopra dell’orizzonte piatto della loro esistenza. Che vita grigia e monotona quella altrui! Ma lo usano il cervello? Certo che no, che domande. Tu, invece, sei più furbo di tutti. Oh si, tu hai capito tutto… tu sai come non farti fregare dalla S O C I E T A’.
Tu sai come va il mondo. È il mondo che ancora non ha capito come dover fare i conti con te.

Ok Rambo, ora siediti però, ho qualcosa da dirti. Ti rivelerò un segreto, e voglio la tua massima attenzione.

Sei un rospo.
Un grosso, viscido, bavoso rospo. E sei pure velenoso, ed è per questo che nessuno si avvicina a te. Non perché la gente ti teme e ti rispetta… no, semplicemente perché fai schifo e sei pericoloso.

Fra l’altro puzzi.
Tutto il giorno a rigirarti nella merda e nel fango, cosa pretendi? Te ne stai lì a gracidare contro tutto e tutti, senza muovere un muscolo perché letteralmente non sai che pesci pigliare. E quindi gracidi, gracidi e gracidi dalla tua piccola tana di fango e merda. Da quando poi ti hanno dato i social, gracidi ancora di più e più forte, un giorno si e l’altro pure. Sei un vero ribelle.

Ogni tanto cerchi di fare la voce grossa – ma attenzione! – solo con le ranocchie più piccole: davanti a loro ti gonfi tutto, e per un attimo ti sembra di essere potente. Sbraiti contro la moglie, la fidanzata, i figli, il vicino, il cane del vicino, la cassiera, il parcheggiatore abusivo, i social sui social, l’amministratore del condominio, il sindaco, il governo, lo Stato. L A S O C I E T A’. Di recente sei riuscito anche nella ragguardevole impresa di gracidare contro delle semplici mascherine e i vaccini, e ti dai pure le pacche sulle spalle per questo, piccolo rospo. Tutti colpevoli, tutti inetti, tutti nemici. Cazzo, nessuno ti dice come vivere! Sei tu il padrone, qui! Neanche tua madre si azzarderebbe a comandarti… bé, oddio, alla mamma non riesci proprio a ribellarti, la mamma è sempre la mamma, per lei sarai sempre il suo bel rospetto.

Se non esiste qualcosa di reale contro cui gracidare, no problem, te lo inventi di sana pianta, e via di nuovo in pista! Hai una grande immaginazione, rospetto. Te la prendi con la pioggia quando vuoi il sole e con il sole quando vuoi la pioggia. E quanto vorresti prendere a pugni qualcuno! Ma non lo fai, perché sarai anche un patetico infame opportunista ma mica scemo. I rischi li corri ma solo quando ti conviene.

Qual è il problema? Il fatto è che hai ricevuto troppe attenzioni o troppo poche, piccolo rospo. Nel migliore dei casi sei un egocentrico, nel peggiore un narcisista che s’immagina re dei rospi.
Un re dei rospi che, tutto gonfio, si guarda allo specchio e si spaventa della sua stessa immagine. Zampetti via, scivolando e incespicando, fino a quando non ti senti di nuovo al sicuro nella tua piccola tana di fango e merda. I tuoi piccoli occhietti tondi sbucano timidamente dall’oscurità.

Ave, grande re dei rospi!

Fra corpo e anima, la musica: “Vero” di Walter Celi. L’intervista

Dimmi che piangerai, dimmi che riderai. Un frase che Walter Celi ripete più e più volte verso la fine del suo nuovo singolo, “Vero”, e che suona come un invito, una delicata speranza, un canto intimo ma allo stesso tempo desideroso di incontrare il mondo. È rivolto alla ipotetica persona che in quel momento è lì con lui a condividere un momento intimo e meraviglioso, ma anche verso l’ascoltatore immerso nei suoni avvolgenti e delicati, puramente Neo soul, di piano, tromba, basso e batteria del Blend Project; un verso che è quasi cantato sotto voce e che potrebbe passare in secondo piano, se non fosse che rivela molto del carattere del brano e dell’attitudine del giovane musicista pugliese verso le sue creazioni. La musica di Walter Celi è sempre stata così, da tre album a questa parte e dopo innumerevoli concerti (Arezzo Wave 2018 e Primo Maggio 2019 fra gli altri): istintuale, aperta, puramente emotiva. Pronta a farsi trasportare chissà dove da imperscrutabili cenni dell’anima e dagli intimi fremiti del corpo. “Vero” ribadisce questa specie di poetica musicale fra visibile ed invisibile, fra corporeità e sentimento, e lo fa ribadendo una piccola ma necessaria verità: sentirsi vivi qui ed ora, al di là di ogni facile razionalizzazione e categoria imposta. Un brano che, proprio per la sua freschezza e semplicità, suona come un nuovo inizio, nonché stimolo per future composizioni, come rivela lo stesso Walter. In un’epoca dove ognuno è chiuso all’interno della propria bolla di verità e di camere dell’eco, il messaggio di Walter Celi diventa ancora più necessario: riappropriarsi dell’esperienza del mondo, che sia esso pianto o riso. Per questo la dimensione live della musica di Walter Celi è un altro elemento fondamentale – se non il più importante – perché è lì che si materializza questa attitudine. Il nuovo singolo dà il via al “VERO Tour 2022”, una produzione Xo La Factory, al momento in corso ma con nuove date in via di aggiornamento. Un modo per riappropriarsi di spazi, sensazioni, emozioni, corpi, verità.

Il tour è organizzato in collaborazione e con il supporto di Puglia Sounds e rientra nella “Programmazione Puglia Sounds Tour Italia 2022” OPERAZIONE FINANZIATA A VALERE SUL POC PUGLIA 2007-2013- AZIONE “SVILUPPO DI ATTIVITÁ CULTURALI E DELLO SPETTACOLO”.

Com’è nato il nuovo singolo “Vero”?
Me lo ricordo benissimo. Ero a casa e giocavo con l’Octapad, la percussione elettronica che mi porto anche in tour per suonare e che ha una funzione loop che è molto interessante. A un certo punto ho creato un ritmo alquanto strano, che mi intrigava, e sono passato subito alla tastiera per provare a buttarci su due accordi. Appena ho messo le mani sul piano, i due accordi sono usciti subito: erano quelli giusti! Qualche giorno dopo, dopo averlo suonato un po’, ho scritto il testo. A quel punto era nato “Vero”.

“Vero”, a mio avviso, funziona proprio grazie all’unione di semplicità, raffinatezza jazz ed energia R’n’B data dal tocco vintage della produzione. Ogni strumento contribuisce a rendere diretto e “reale” il brano. Quanto ha influito l’alchimia in studio con il Blend Project? Quanto Walter Celi si è lasciato influenzare e quanto Walter Celi ha influenzato determinate scelte artistiche per il brano?
L’affiatamento tra i vari componenti della band è stato questa volta ancor più fondamentale che in passato; ad esempio, per la prima volta i ragazzi che mi seguono in tour hanno messo mani anche sulla registrazione. Volevo che tutto fosse autentico, per questo abbiamo registrato il singolo in presa diretta suonando tutti contemporaneamente. In questo modo, il brano suona ancora più genuino ed eterogeneo, con lo stile di ognuno di noi al suo interno, proprio come si fa nei dischi jazz.

Come si rapporta questo nuovo pezzo con il resto della tua discografia? Potrebbe essere visto come un eventuale sviluppo per future composizioni?
Si è trattato indubbiamente di un momento di svolta, soprattutto per quanto riguarda il testo ma anche a livello musicale. “Vero” segue nel sound la corrente del Neo Soul moderno, restando comunque ancorato al passato sulla scia del mio ultimo album She’s Back. Basterebbe ad esempio ascoltare attentamente la ritmica: le batterie Neo Soul sono solitamente campionate mentre in “Vero” sono suonate proprio come si faceva anni fa.
Ad ogni modo, penso proprio che questo brano potrebbe influenzare le prossime composizioni.

Le tue canzoni sono cantate sia in inglese che in italiano, con una predominanza del primo. Cosa determina la scelta per l’uno o per l’altro? Perché per “Vero” hai optato per l’italiano?
Quando scrivo il testo di un brano di solito agisco d’istinto. Questa volta ho deciso di liberarmi da tutte le influenze esterne e di non farmi condizionare dagli ascolti che di solito faccio in lingua inglese, in modo da riappropriarmi del mio linguaggio e poter adattare così un testo italiano a un pezzo dal sound decisamente straniero. Penso che il risultato sia qualcosa di internazionale ma che allo stesso tempo arriva prima al cuore di un ascoltatore italiano.

Vivere il momento presente con spontaneità, immergendosi nel qui e ora per recuperare una sorta di verità essenziale che è al di là di qualsiasi facile razionalizzazione: “Vero”, sin dal titolo, sembra voler riaffermare tutto ciò. È forse anche il modo in cui ti rapporti alla musica in generale e al tuo processo creativo in particolare?
È anche il modo in cui cerco di rapportarmi alla vita. Da sempre cerco di essere autentico e sincero quando scrivo una canzone. Non cerco mai di fare qualcosa che non sia nelle mie corde, se così non fosse prenderei in giro prima di tutto me stesso e poi gli altri. Non seguo le mode ma solo il mio istinto. Questa volta l’ho fatto ancor più che in passato, veicolando questo concetto anche nel testo e utilizzando la cornice della storia d’amore. È necessario liberarsi di tutto ciò che ci devia e influenza la nostra ragione, facendo ciò che ci fa veramente stare bene. Non siamo fatti solo di pensieri ma anche di carne ed ossa, e “Vero” è un invito ad ascoltare il proprio corpo. È un inno alla libertà.

Quali sono gli artisti, i generi e gli stili, anche al di fuori dell’ambito musicale, che più hanno influenzato il tuo percorso artistico?
Ce ne sono talmente tanti che non riuscirei ad elencarli tutti. Posso solo dire che ciò che scrivo è il risultato di ascolti molto diversi fra loro condotti nel corso degli anni. Ho ascoltato e amato qualsiasi tipo di musica, dalla classica al rock, dalla black music al progressive. Oggi a 33 anni forse posso dire che la musica Soul, la musica dell’anima, è il genere che preferisco e quello che mi fa emozionare di più.

In concomitanza con l’uscita del nuovo singolo partirà anche il “VERO tour 2022” con otto date al momento confermate. Cosa rappresenta per te la dimensione live? Quanto è importante per te il rapporto diretto con il pubblico, soprattutto dopo il lungo periodo della pandemia che ha portato molti artisti ad esibirsi virtualmente?
Per me il live è tutto, è vita, è ossigeno. Ho cominciato a fare questo mestiere perché mi è sempre piaciuto stare sul palco ed esibirmi. Ho suonato proprio qualche settimana fa a Bari, città in cui vivo, e prima di quel momento non sono potuto salire su un palco per due mesi; non me la sono passata per niente bene. I miei compagni d’avventura, Donny, Dario, Beppe e Giuseppe la pensano esattamente come me. Non sono uno di quegli artisti che vivono per gli ascolti su Spotify o le visualizzazioni sui social: io voglio il pubblico di fronte a me, che mi ascolti e che partecipi attivamente al live. Voglio che ci sia uno scambio di energia continuo tra me e le persone che ascoltano la mia musica. Voglio sentire le mani che applaudono, i fischi, le grida. Il palcoscenico è la mia casa.

Quali saranno i progetti futuri una volta completato il tour?
Penso che faremo uscire un nuovo brano durante l’estate, qualcosa di fresco e ballabile che è in cantiere da tempo. Mi piacerebbe realizzare anche un paio di featuring con alcuni artisti che stimo molto. Al momento ci stiamo lavorando.

Surfare sull’arcobaleno con i Guerilla Toss per sentirsi vivi

Si parlava di prog qualche tempo fa (qui e in parte anche qui), della sua innata apertura verso la sperimentazione e di come questa attitudine sia diventata nel tempo il principale lascito del genere per le successive generazioni future di musicisti. Parlare di progressive rock in senso stretto nel 2022 può suonare anacronistico, ma farlo in senso lato, cioè appunto di “attitudine a la prog rock“, non tanto. Quest’attitudine è viva e vegeta in una marea di gruppi contemporanei: uno di questi sono i newyorkesi Guerilla Toss. Ieri sera li ho visti suonare in città, ed è stato un concerto estremamente carico e coinvolgente, dove il ballo si è mischiato al pogo, il canto alle urla, i synth multicolore alle chitarre slabbrate, l’analogico al digitale.
Il trio (accompagnato dal vivo da basso e tastiere) è reduce dalla pubblicazione del quinto album Famously Alive, un ulteriore passo verso quella rotondità sonora e stilistica avviata dal precedente Twisted Crystal e che non fa altro che smussare gli angoli più appuntiti della loro proposta, rendendola potenzialmente più appetibile ad un pubblico più ampio (per di più è uscito per Sub Pop, quindi gli hipster alla Pitchfork e che vanno al Coachella non avranno problemi ad approcciarsi a loro).
Chiaro che la psichedelia più acida trasmutata direttamente da gente come The Flaming Lips tiene insieme il tutto; quella strana sensazione di essere immersi in una gigantesca bolla multicolore che pervade le narici con fumi lisergici è sempre presente, se non più accentuato, solo che sui pezzi di Famously Alive si innesta una ricerca della melodia prettamente pop molto più marcata. Dal vivo, infatti, pezzi come la title track – che ha aperto il concerto, e non poteva essere altrimenti – Live Exponential e Cannibal Capital fanno subito presa (lo fanno su disco, figuriamoci dal vivo dove tutto è ancor più amplificato!). Non ne parliamo poi di un pezzo come Wild Fantasy, per il quale è impossibile tenere fermi sia testa che culo e che dal vivo, invece, diventa una cavalcata krautrock lanciata a velocità supersonica a bordo del gatto Nyan su un arcobaleno cosmico. Insomma, chiaro no? Se avete voglia di un buon trip, Famously Alive fa proprio al caso vostro.

A dispetto di un un inizio un po’ in sordina e di alcuni trascurabili problemi sul palco, i Guerilla Toss hanno semplicemente spaccato, suonando compatti e puliti. Dal vivo esce fuori tutta la loro tecnica, e cazzo! ci si rende subito conto di avere di fronte musicisti di un certo calibro, principalmente batterista e chitarrista, ma soprattutto il batterista, Peter Negroponte, motore della band dal tocco funk e jazz, ma che non disdegna qualche legnata ben assestata quando il pezzo lo richiede.
Le legnate, già! Non sono mancate neanche quelle, e quanto più la scaletta si è avvicinata alla sua conclusione, tanto più i Guerilla Toss hanno spinto sull’acceleratore con schizzate pazze punk e deliri funk che rimandavano direttamente alla prima parte della loro carriera (a quel disco incredibile di Eraser Stargazer, che sempre sia benedetto!). L’equilibrismo dato fra la pesantezza della sezione ritmica e la leggerezza data dall’intreccio chitarra/voce/synth è una delle qualità più interessanti dei concerti dei Guerilla Toss e che nella loro discografia può essere carpita solo a spizzichi e bocconi, un pezzo lì e un altro qui, per poi dover ricostruire il tutto nella propria mente. Dal vivo la band non si risparmia e spiattella tutti questi frammenti in faccia al pubblico, che non può far altro che apprezzare il sapore di questa space cake super cremosa.

Famously Alive è il disco più “pop” dei Guerilla Toss, l’album rifinito e curato di un gruppo ormai pienamente maturo e che sa di poter giocare con la propria musica come più gli aggrada; un disco, inoltre, scritto e concepito in piena pandemia ma che nonostante ciò parla di come sia necessario ricominciare a vivere e richiamare a raccolta tutte le proprie energie proprio per sentirsi “magnificamente vivi”. I loro concerti sembrano tramutare questa spinta vitale e rimangono ancora selvaggi, rumorosi, esagerati, nonché i luoghi dove è possibile ritrovare ancora oggi in controluce, fra una bolla acida e l’altra, quell’eredità psych/prog di fine anni ’60/primi anni ’70. Una fantasia scatenata, finalmente, e ve lo dice uno che non si faceva un concerto dal marzo 2020.


P.S. Per la cronaca, Grass Shack è uno dei pezzi più belli e pazzi degli ultimi dieci anni.

Quattro donne promettenti: l’urlo delle Otoboke Beaver sconvolge l’Occidente!

L’altro giorno ho visto Promising Young Woman (“Una donna promettente” il titolo italiano del film, e ci è andata bene che a sto giro si sono limitati a tradurre letteralmente il titolo e non a cambiarlo). Ero partito con le migliori intenzioni e con sincera curiosità ma… niente, non mi ha convinto del tutto, forse anche a causa dell’enorme risonanza che ha avuto in lungo e in largo (candidato pure agli Oscar come Miglior film, ha letteralmente fatto impazzire gli americani). Logica conseguenza: le aspettative erano state settate su un livello non altissimo, ma abbastanza alto. Intendiamoci, non è assolutamente un brutto film. A mio avviso, uno dei suoi punti più originali è proprio quello di aver spostato il punto di vista dalla vittima a chi le sta accanto, mostrando come un evento traumatico e violento come quello dello stupro possa coinvolgere emotivamente anche amici e familiari. La vendetta di Cassie Thomas, interpretata da una glaciale, malinconica e disillusa Carey Mulligan, diventa quindi più un’ossessione che un’effettiva ricerca di giustizia, che dominerà ogni aspetto della sua vita, anche quando tutto sembrerà essersi assestato per il meglio. Evidente anche la voglia di voler cercare una propria via rispetto agli stilemi delle classiche luride storie rape & revenge, evitando di sbattere lo stupro vero e proprio sullo schermo ma decidendo di mettere in scena una (purtroppo) vasta gamma di situazioni e atteggiamenti tossici e maschilisti – dal catcalling per strada al vero e proprio stupro di gruppo – che è difficile trovare esposti con altrettanta lucidità e in tutta la loro lampante meschinità in altri film simili. Insomma, non sarebbe affatto male se noi maschietti vedessimo questo film almeno per renderci conto di quanto siamo stronzi e, sotto sotto, molto deboli; per le femminucce di quanto sia necessario alzare la testa di fronte a certi comportamenti e abbattere definitivamente il muro di normalizzazione che circonda questi atteggiamenti per non esserne, consapevolmente o meno, complici.

Tutto bene quindi? Non esattamente, almeno dal mio punto di vista. Promising Young Woman rischia in più punti di diventare didascalico, talmente tanto assorbito dal suo obiettivo principale – denunciare il maschilismo tossico diffuso – che si dimentica di mettere in scena una storia che faccia davvero presa e che scuoti i nervi in qualche modo. Non aiuta nemmeno l’andatura erratica della sceneggiatura, che sbalza la protagonista da una situazione ad un’altra senza una reale soluzione di continuità, pretendendo tanti, troppi atti di fede dagli spettatori. Personalmente, trovo che il film eccelle sul lato comedy, e per due motivi: i dialoghi dominati dai botta e risposta – la scena in cui la protagonista sputa nel caffè di uno dei personaggi maschili principali il quale, consapevolmente, lo beve, è fantastica, prologo ai tira e molla della storia d’amore che occuperà la parte centrale del film e che risulterà la cosa più avvincente – e la sua patina caramellosa e dai colori pastello che fa molto “femminismo pop 2.0” (fondamentale in questo senso la colonna sonora composta da pezzi che vanno da Charlie XCX a Paris Hilton, mentre non pervenuto Anthony Willis, che firma una OST molto classica e molto alla Bernard Hermann, da thrillerone tutto archi e suspence, che sinceramente non trova presa nel film).


Il proverbiale asino casca invece sul lato puramente rape & revenge (il colpo di scena finale non mi ha fatto né caldo né freddo, l’ho trovato troppo prevedibile). Non so, cercare vendetta per lo stupro della propria migliore amica a colpi di parole e sensi di colpa anziché a colpi di katana come in Kill Bill? Ok, ci può stare; il punto è che in Promising Young Woman questo meccanismo rischia di appiattire il tutto e di non essere pienamente efficace.

Mentre guardavo Promising Young Woman avvicinandomi ormai alla fine della storia, ecco all’improvviso un pensiero: e se all’improvviso sbucassero le Otoboke Beaver?


Visto il video? No, perché è tutto lì: la musica, quel misto di hardcore punk e schizofrenia alla Melt Banana; la japponesità; la follia; l’attitudine bad ass e caciarona. Itekoma Hits, il loro secondo album del 2019, ha diffuso il loro nome presso il pubblico occidentale prendendolo a nunchaku in faccia come Bruce Lee: semplicemente un mina vagante, e non si tratta solo di riff e volume, ma anche di un approccio al songwriting più imprevedibile, differenziato, dissonante, che graffia sulla pelle e lascia disorientati. Come la protagonista di Promising Young Woman, le Otoboke Beaver smerdano e mettono alla berlina quei comportamenti arroganti e maschilisti di certi uomini sicuri di poter fare il cazzo che vogliono con l’altro sesso. La differenza però risiede nell’attitudine: le Otoboke Beaver tirano calci nei coglioni e si sbellicano dalle risate mentre ti contorci dal dolore. Roba più vicina a Tura Satana e a “Faster, Pussycat, Kill! Kill!”

E se non è chiaro, le quattro giapponesi lo dicono chiaro e tondo con questo pezzo uscito due anni fa e che farà parte del prossimo disco in uscita a maggio, Super Champon: I AM NOT MATERNAL! Un titolo che suona come un manifesto di intenti.
Ribadiamo il concetto e alziamo il volume.


Veloce, sfrontata, colorata e rumorosa: la musica delle quattro Otoboke Beaver è fatta apposta per dare fastidio, è il suono di quelle donne che se ne strafottono di ciò che c’è intorno e tirano dritto per la loro strada. Amiche, sorelle, complici, sicure di poter contare le une sulle altre, la loro è vera “sorellanza” e autentico supporto (nelle foto sui social sembrano delle adolescenti qualsiasi che si divertono in giro, non certo delle rockstar o dei punkettoni incazzati). Nella loro musica c’è l’abbattimento di ogni filtro, ideologico o mediatico finalizzato per darsi un tono: zero cazzate, zero moine, puro e semplice divertimento, finanche infantile, nel senso più puro del termine, perché è al di là del bene e del male.
Per questo donne e musiciste come le Otoboke Beaver possono far paura: perché sono animali incontrollabili, liberi e selvaggi, che gli uomini fanno fatica a tenere a bada con le loro manie di controllo e sottomissione. Il punk delle giapponesi è femminismo combattivo puro; magari pure inconsapevole, ma proprio per questo efficacissimo e pericolosissimo.

Non hanno bisogno di chiedere il fuoco a nessun altro, fieramente lo rubano da sé.

In Promising Young Woman possiamo ritrovare le Otoboke Beaver quando Cassie rompe a colpi di mazza la macchina dell’automobilista molesto fermatosi apposta per insultarla; nello sguardo non curante della protagonista nella succitata scena dello sputo nella tazza di caffè; quando Cassie, a piedi nuda e sicura di sé, fissa senza dire una parola un gruppetto di operai che le rivolgono per strada attenzioni indesiderate, costretti poi ad abbassare intimoriti lo sguardo (altra sequenza memorabile); nella profonda e dolorosa amicizia che la lega alla sua amica Nina, vittima di stupro, per la quale rischierà di sacrificare tutto, anche la sua stessa vita.

Abbiamo tutti e tutte bisogno di donne promettenti di questo tipo.

1972-2022: Cinquant’anni di progressive rock, musica inattuale

Nel 1972 un giovane ventenne poteva svegliarsi la mattina, aprire la sua bella copia di Melody Maker o NME, scorrere il ditino sulle varie classifiche di vendita e trovarci, fra le altre cose, roba come Thick as a Brick dei Jethro Tull, Close to the Edge degli Yes e Caravanserai dei Santana. Niente male, eh? Ma tranquilli, non mi metterò a fare paragoni con la scena musicale attuale, sarebbe un giochino inutile e scontato – troppo diversi gli scenari, lontani anni luce gli uni dagli altri per orientamenti stilistici e gusti generali.
Di certo però si può affermare che il 1972 è stato uno degli anni in cui un nuovo sotto genere del rock, il progressive rock, ha raggiunto uno dei suoi maggiori picchi creativi più rappresentativi, riuscendo non solo a sgomitare facendosi largo nel nuovo panorama rock dell’epoca, ma anche ad imporsi come LA novità presso i giovani capelloni affamati di suoni inediti, pezzi dalla durata improponibile per le radio, canzoni che più che essere tali erano dei veri e propri viaggi sonici e contorsioni strumentali olimpioniche.
Non c’era più il sogno flower power degli hippies del decennio precedente, ma nonostante ciò la creatività era rimasta al potere; era come se negli anni ’70, musicalmente parlando, si fosse cercata comunque una via altra ma senza mai perdere il contatto con la realtà, anche quando questa risultava cinica e violenta. Anche quando si trasformò in un decennio di piombo.
A mio modesto avviso, anni ’60 e ’70 sono le due facce della stessa medaglia, complementari ma non opposte. Per molti, il risveglio dal sogno psichedelico nel quale erano stati cullati dalla summer of love fu per lo più traumatico: era il tempo di ritornare con i piedi per terra, senza più ingenuità e facili vie di fuga. Quel sogno collettivo era stato luminoso e puro, una danza condotta sotto qualsiasi cielo, per tutti. Ma come tutte le cose più intense, fu destinato a durare poco. Il decennio dei ’70 quindi sono stati la campana a morto del funerale degli anni ’60, la stessa campana dell’omonimo primo disco dei Black Sabbath, un gruppo il cui malefico fiore poteva nascere non a caso solo e soltanto in quel nuovo decennio.

Personalmente la vedo così: i ’60 sono stati un good trip, i’70, invece, un bad trip. La realtà si stava affacciando sulle soglie delle coscienze, e bussava, bussava forte, e non aveva certo intenzione di andarsene, anche a costo di buttare giù la casa come il lupo con i tre porcellini. Quei ragazzi non più adolescenti o ventenni iniziarono a capire che il mondo e le persone sono cose molto più complesse, contraddittorie e pericolose di quanto vorrebbe farci credere un qualsiasi guru improvvisato: delle lunghe suite prog rock, articolate e labirintiche, pervase da momenti di stasi ed altri frenetici, dove poter cantare i propri inni a squarciagola alzando le braccia al cielo e un attimo dopo immergersi nella cacofonia più totale e nell’alienazione di strumenti che parlano una nuova lingua.
Non era il tempo della contemplazione, ma dell’azione.
Era il tempo, insomma, di abbracciare il lato oscuro della luna.

Non che il progressive rock dei ’70 abbia cancellato con un colpo di spugna la musica di matrice psichedelica del decennio precedente. Anzi, per alcuni versi ne costituisce la prosecuzione attraverso una personale rielaborazione, mentre per altri arriva a negarla. Il tratto comune, però, sarà sempre e solo la sperimentazione: col jazz, con la classica, con suoni acustici ed elettronici e con tradizioni musicali locali. Sono alquanto convinto che il progressive si sia potuto definire tale – che abbia cioè potuto maturare una certa coscienza di sé – nel momento in cui il rock , ovvero, in maniera semplificata, quell’intero universo che era stato partorito dalla sfera musicale inglese dal dopoguerra in poi imponendosi come nuova musica popolare per le nuove generazioni, si è aperto a linguaggi musicali completamente estranei. Nei ’60 ci sono stati ovviamente esperimenti in questo senso – basti pensare ai Beatles che flirtano con i suoni indiani, nonché la stessa cultura psichedelica che guardava ad Oriente. Lo scarto operato dai gruppi prog, però, è ancora più ampio e, per certi versi, più sfrontato: uno strabordare dagli stessi perimetri del rock inglobando tutto e di più. Una sorta di metagenere di quegli anni, anche se può suonare esagerato; ma cos’è il prog rock, alla fine, se non appunto esagerazione? Un frullato, forse, ma non indigesto né tanto meno insapore, ma con una sua ben precisa identità, grazie a quella qualità “narrativa” propria del genere data attraverso l’adozione del concept come format per gli album e, soprattutto, all’alternanza di differenti atmosfere anche all’interno di uno stesso brano.

Apertura ad altri linguaggi, assimilazione totale e capacità narrativa: tre caratteristiche che personalmente reputo fondamentali per orientarsi attraverso la genesi e lo sviluppo del prog. Una fetta di appassionati e di critici reputano dischi come l’omonimo dei Procol Harum (1967), quello dei Caravan (1968) e Days of Future Passed (1967) dei The Moody Blues dei precursori del prog rock, dischi che hanno dato un forte impulso alla nascita del genere e che incarnerebbero di fatto le sue principali caratteristiche. Se da una parte è indubbio che il progressive degli anni ’70 sia stato influenzato dal rock del decennio precedente (e non potrebbe essere altrimenti) ereditando soprattutto quella volontà a voler andare sempre oltre e a sperimentare, tirare in ballo quei dischi significa a mio avviso restringere di molto l’indagine sulla reale origine del genere. Quei dischi, infatti, sono perfettamente inseriti nel filone del rock in voga negli anni ’60, strutturati sulla classica alternanza strofa/ritornello e mancando qualsiasi volontà di voler per lo meno giocare con questi canoni. L’album dei The Moody Blues è quello che si avvicina di più in questa direzione tramite l’introduzione dell’orchestra, ma il suo utilizzo non è per niente integrato nella musica del gruppo, risultando alla fine come un’aggiunta (in molti punti si ha come l’impressione che l’orchestra faccia da semplice intermezzo fra un brano e l’altro) e senza che i due linguaggi, rock e classica, riescano realmente a fondersi per dar vita ad un terzo altro. Nonostante la sua apertura e l’evidente capacità narrativa, Days Of Future Passed non riesce ad arrivare ad una vera e propria sintesi. Insomma, se proprio bisogna tirare in ballo gli anni ’60, credo che The Piper At The Gates of Dawn dei Pink Floyd o il primo dei Soft Machine possano rendere maggiore giustizia, proprio per il loro essere dischi sovversivi pur mantenendo i contatti con le sonorità del loro tempo.

Ma ad ogni modo, il vero terreno dal quale spunterà l’albero del progressive non può che essere a mio modesto avviso quello del jazz – in particolare bebop e free jazz – proprio perché esso offre gli strumenti migliori per poter ampliare moltissimo le potenzialità espressive dei nuovi musicisti. Non a caso il testamento del cosiddetto jazz rock, Bitches Brew di Miles Davis, una delle opere più importanti del ‘900, arriverà proprio nel 1970, allo scoccare del decennio e quando il progressive rock si stava preparando ad invadere le collezioni di dischi. Soltanto un anno prima un altro disco fondamentale aveva aperto crepe irreparabili facendo scorgere ciò che si celava al di là del consueto musicale: In the Court of the Crimson King dei King Crimson, summa delle tre caratteristiche del prog di apertura verso nuovi linguaggi, assimilazione e potenza narrativa. Un mosaico raffinatissimo che non solo riesce ad incarnare un intero genere ma che, come ogni vero capolavoro, lo supera per trasfigurarlo in qualcos’altro. Bitches Brew e In the Court of the Crimson King sono due terremoti che spostano i continenti della musica popolare del secondo novecento: il primo indica la nuova strada al jazz, il secondo al rock. Entrambi però si riflettono l’uno nell’altro, riuscendo ad andare oltre le rispettive tradizioni musicali per ritrovarsi miracolosamente in un luogo ancora oggi sconosciuto e al di là di generi ed etichette: quello del dominio dell’arte.

A mio avviso, ascoltare un album prog si avvicina molto all’esperienza della lettura di un romanzo o alla visione di un film. Progressive, progressione: passaggio fluido, graduale e costante da uno stadio ad un altro, proprio come le micro sequenze di cui si compone un’opera cinematografica o le pagine di una storia. Il fascino di questo genere è proprio questo: mettere su un disco è come sedersi intorno ad un fuoco, indossare le cuffie come prepararsi ad ascoltare ad occhi spalancati pronti per essere inondati di meraviglia, stupore e terrore. Il prog preferisce raccontare le sue storie tramite suoni e ritmi, perché a volte le parole dei testi sono superflue ed inadeguate, ed è meglio quindi affidarsi a brani completamente strumentali o che prevedano lunghe parti strumentali. La stessa capacità tecnica dei musicisti sugli strumenti deve essere sopraffina ed eclettica proprio perché deve assecondare al meglio questa qualità narrativa del prog: non scrivi un brano come questo se sai fare solo il giro di DO suonando accordi aperti.


Ho spesso sentito appellare il progressive rock come un genere “fine a se stesso”, “pomposo”, “freddo”, “sterile”, dedito ad inutili circonvoluzioni mentali. Può darsi… ma anche sti cazzi! È come criticare il metal perché è chiassoso o il funky perché troppo movimentato: semplicemente senza senso. L’errore di prospettiva risiede nel percepire come sterile manierismo ed esagerato protagonismo quella che invece è stata voglia di forzare i codici della forma canzone della musica popolare fra gli anni ’50 e ’60, processo che è passato anche attraverso l’estremizzazione delle jam di stampo psych rock in una chiave più tecnica e ricercata. Bisognerebbe provare a calarsi un attimo nei panni di un musicista rock di fine anni ’60/primi ’70 per intravedere i limiti e le sovrastrutture che la sua musica si stava ormai portando dietro da almeno vent’anni: a noi, ascoltatori del XXI secolo, tutto ciò sembra scontato ma all’epoca non lo era per niente. Detto con un esempio: se i Dream Theater possono permettersi di costruire un’intera carriera su un’idea di musica muscolare e basata sull’ostentazione tecnica prendendo a modello gli Emerson, Lake & Palmer, questo non significa automaticamente che gli ELP suonino come i Dream Theater. I presupposti delle due band sono diversi.

Per non parlare poi dell’accusa di essere un genere “freddo”, incapace cioè di aprirsi ad un qualsiasi gusto della melodia o ad una sequenza melodica che possa facilmente essere memorizzata. Niente di più falso: i dischi prog degli anni ’70, e in particolar modo i classici pubblicati nel 1972, traboccano di melodie, molte delle quali facilmente orecchiabili e che possono essere fischiettate sotto la doccia. Anche qui: l’errore risiede a mio avviso nel concentrarsi troppo sulla struttura dei brani che, come già detto, cercano di andare oltre gli stilemi canonici dell’epoca, ignorando il resto. Anzi, proprio i gruppi più sinfonici come Yes, ELP e Genesis sono probabilmente quelli più facilmente orecchiabili; basti ad esempio pensare al comparto vocale, pesantemente debitore della sensibilità melodica degli anni ’60.


Un genere come il progressive molto probabilmente oggi non potrebbe nascere, e per tutta una serie di ragioni, inclusa anche quella della riduzione del tempo d’ascolto. Ovviamente gruppi prog continuano ad esistere e a suonare, ma il punto è che il genere in sé ha perso rilevanza generale rispetto a quanto invece succedeva cinquant’anni fa. Ciò che rimane oggi, oltre ad una caterva di dischi meravigliosi ai quali ha contribuito in maniera fondamentale anche l’Italia, è quella capacità del prog di fare da ponte verso una miriade di sottogeneri, filoni e movimenti musicali d’avanguardia, che per chi si affaccia per la prima volta su questo mondo costituisce una piccola mappa insostituibile ed inestimabile. Chi intraprende quel rischioso e meraviglioso percorso che lo condurrà per la selva oscura della musica meno commerciale o anti commerciale, non può prescindere dal prog. Il progressive come metagenere, per l’appunto. Prima o poi ci si imbatte in esso, e da quel momento in poi diventerà il proprio Virgilio.

Rimani ancora un po’, Mark…

…potremo aspettare il regno della pioggia e vedere finalmente tutti i peccati degli uomini lavati via.
Vedremo l’acqua diventare dello stesso colore della terra, scivolare in rivoli sempre più profondi, gonfiandosi.
Li vedremo diventare un mare, un unico abbraccio confuso.

Rimani ancora un po’ qui, Mark.
Fra chi cerca senza trovare mai.
Presto diventerà buio fuori.
C’è ancora tempo per una sigaretta prima di salutare le nostre ombre.

E se non sarà abbastanza, se tutto questo dolore non sarà abbastanza, lo faremo annegare nei colori della notte.
Ci sono uccelli che cantano solo quando il sole è ormai tramontato.
Ce ne sono altri che cantano solo quando sanno che poi non risorgerà più.

È solo paura.
E abbiamo solo bisogno di più tempo.
Tempo, solo tempo.
La vedi questa ombra che avanza, Mark?

Rimani ancora un po’, Mark.
Poi, sarà tempo di andare.