Di Twitter, celebrità e testicoli gonfi

È stato uno di quei giorni nell’universo dei social media, pianeta Twitter. Il classico giorno a base di disinformazione, sensazionalismo, meme e polemiche, il tutto su un letto di ipertrofia dell’ego, come è d’obbligo.
A tenere banco la settimana scorsa è stata la rapper Nicki Minaj, non nuova nel dar mostra al mondo intero come raggiungere ulteriori livelli di imbarazzo.
Questa la perla da cui tutto è partito, giudicate voi.

Apriti cielo e apriti social.
Twitter è letteralmente esploso fra tag e contro tag.
Anthony Fauci è dovuto intervenire in mondo visione per debunkare in qualche modo il nesso fra vaccini e palle gonfie/impotenza.
Si è dovuta scomodare pure la Casa Bianca, dicendo di voler mettere in contatto la Minaj con i suoi esperti per rispondere a tutte le sue domande sulla sicurezza dei vaccini, in un disperato tentativo di tamponare in qualche modo questo capolavoro di disinformazione in un momento tanto delicato (ovviamente Nicki Minaj non ci ha capito un cazzo e ha inteso che fosse stata invitata PRESSO la Casa Bianca, e quindi l’entourage di quest’ultima ha dovuto specificare che no rincoglionita, non ti abbiamo detto di venire qui, al massimo ti fai na chiaccherata al telefono con uno dei nostri medici ultra stipendiati e bona lì!).
Ci sono finiti in mezzo anche Boris Johnson e Chris Witty, medico responsabile della risposta anti-covid in Uk, ai quali la Minaj ha inviato un messaggio audio dove li ha perculati facendo il verso al loro accento british.
Il Ministro della Salute di Trinidad e Tobago, visibilmente imbarazzato e sconsolato, ha dovuto ribadire che si, dopo tutte le nostre ricerche e il tempo perso dietro a tale minchiata, sta storia delle palle ingrossate causate dal vaccino è una puttanata grande quanto un grattacielo. Il suo video è meritevole di essere visto per l’aria assolutamente demoralizzata in cui ha dovuto ribadire una cosa così ovvia. Se non vi si stringe un po’ il cuore per quest’uomo, allora siete delle brutte persone.

Insomma, un casino totale.


L’uscita di Nicki Minaj sui testicoli dell’amico di suo cugino diventati come due noci di cocco fa il paio con le dichiarazioni (molto meno originali, a dire il vero) di Eric Clapton, che aveva sposato la causa anti-vax e anti-obbligo vaccinale per i soliti motivi reazionari e paranoici da repubblicano statunitense. Interessante notare come nonostante il gap generazionale fra i due pubblici di riferimento dei due artisti sia enorme – la Minaj con millennials/gen Z, Clapton con i boomer – entrambi si ritrovano a condividere le stesse dinamiche di disinformazione. A differenza di slowhand, però, la rapper statunitense sembra mossa più dalla costante voglia di essere al centro dell’attenzione, sebbene questo possa anche significare ricoprirsi di ridicolo e rendere pubbliche uscite a dir poco infelici e potenzialmente pericolose. Non c’è dubbio che alcune delle sue affermazioni (non solo quelle sui vaccini) si trovino allineate con la destra repubblicana e più radicale, e non è un caso che Tucker Carlson, noto commentatore di Fox News, abbia colto la palla al balzo per strumentalizzare l’assurdo tweet della pop star per dare contro i Democratici e compagnia progressista. L’episodio della Minaj è interessante perché, ad ogni modo, denota come in questo periodo di crisi sanitaria e sociale ogni dichiarazione, dubbio o allusione, anche i più assurdi ed innocenti, si possano trasformare in un caso nazionale, contribuendo ad esacerbare un clima di per sé già molto teso. Personalità in vista e perennemente esposte come Nicki Minaj si pongono al crocevia fra spettacolo e politica, e a partire dallo scoppio della pandemia il confine fra i due ambiti si è sempre più assottigliato, tanto che molte personalità dello spettacolo hanno ormai esplicitato le loro posizioni pro o contro i vaccini e il relativo obbligo. Posizioni che, ora come ora, sono a tutti gli effetti politiche.

Certo è che la Minaj sembra affetta dal tipico narcisismo paranoide di cui soffrono le persone ego maniache, le quali sono incapaci di mettere in discussione le proprie certezze, di porsi due domande e di verificare ciò che affermano e pensano. Poco importa alla fine se l’amico del cugino esiste davvero: ciò che importa, per lei, è di dover dire la sua, sempre e comunque, e di dominare i motori di ricerca e le testate dei giornali e dei tabloid.
E questo ci conduce ad un altro nocciolo della questione, ovvero: perché questa gente ultra famosa non ha ancora capito che deve dosare le parole? Perché non ha ancora capito che ha delle enormi responsabilità non solo verso i propri fan, ma verso la società nel suo complesso? I social permettono di raggiungere miliardi di persone istantaneamente; ormai non basta pensarci su solo una volta, ma dieci, quindici, venti volte, prima di premere il benemerito tasto invio per pubblicare un commento o un tweet. Molti di questi personaggi pubblici sono strettamente dipendenti dalla tecnologia – in particolare dai social – ma la usano ancora come fossero dei bambini, cioè lasciandosi dominare da essa e senza porre alcun filtro. Il caso di Trump ha ormai fatto scuola, ma è stato solo quello più eclatante, visto che si trattava del presidente degli Stati Uniti d’America e, quindi, dell’uomo più potente del mondo; ben prima di lui così come dopo di lui, il rapporto fra personaggi pubblici e tecnologie digitali era e continua tuttora ad essere molto complicato.

Come ascoltatori e fruitori di musica ed intrattenimento, vogliamo ancora sopportare questo modo di fare? Davvero siamo disposti a celebrare il più completo menefreghismo di questa gente? Giusto per fare un esempio: chi glielo dice alla Minaj, il cui profilo Twitter conta sui 22 milioni di followers, che un tweet del genere va anche e soprattutto a discapito delle minoranze che non possono accedere facilmente alle vaccinazioni contro il covid e alle cure ospedaliere necessarie? Fra quelle minoranze rientrano anche gli afroamericani e i sudamericani, quest’ultima categoria alle quali lei appartiene, essendo nata a Trinidad e Tobago e cresciuta a New York. Gente come Nicki Minaj straparla di empowerment e di discriminazione, ma in realtà gode del potere che fama, soldi e successo garantiscono loro; la conseguenza non è altro che il continuo perpetuarsi di tutto un sistema che danneggia non i privilegiati come lei, bensì tutti coloro che non hanno accesso a quel potere, e che quindi lo subiscono.

Questa gente deve capire che responsabilità ha verso la collettività, altrimenti deve essere pronta ad assumersene le conseguenze. Per questo bisognerebbe essere meno fan e più ascoltatori critici; evitare di idolatrare la persona, cosicché da non giustificarla sempre e comunque, ed ascoltare la musica in maniera più ragionata e filtrata dalle nostre idealizzazioni. In questo modo potremo fare davvero nostra l’arte che ascoltiamo.

Ma ora basta con il momento serietà, è arrivato il momento dello shitposting! Fra tweet di risposta a quello della Minaj e un paio di memini belli caldi, ce n’è per tutti i gusti. Buon appetito!

Lui ha vinto l’internet

Ah si, inutile dire che la colonna sonora del pezzo è questa qui:

La musica in Afghanistan è viva e vegeta, sono gli altri che sono morti

Il destino della musica in Afghanistan è oggi incerto. A distanza di quasi un mese da quando i Talebani hanno riconquistato il paese, musicisti, cantanti, strumentisti, arrangiatori, promotori, direttori d’orchestra e semplici ascoltatori vivono nel terrore che i suoni e i ritmi ritornati fra le strade di Kabul circa vent’anni fa possano lasciare ancora una volta spazio al silenzio.
Il neonato governo talebano non ha ancora rilasciato ordini precisi al riguardo, ma niente fa sperare per il meglio. Alla fine di agosto, Fawad Andarabi, noto cantante e musicista folk locale, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco presso Andarab, a nord della capitale. Foto di strumenti danneggiati sono circolate sui social verso l’inizio di settembre, messe in rete dal cantante Aryan Khan. Notizie sulla messa al bando delle attività musicali sono giunte dalle provincie meridionali di Zabul e Kandahar. A questo punto, non è da escludere che il prossimo nonché prevedibile obiettivo possa essere l’Istituto Nazionale di Musica Afgano. I Talebani sono dei sanguinari assassini ma sanno che attaccare immediatamente determinate istituzioni non giocherebbe a loro favore, soprattutto in un momento in cui stanno cercando qualsiasi appiglio politico per essere riconosciuti a livello internazionale. Nel frattempo, potrebbero iniziare dalle piccole realtà, sopprimendo lentamente ma costantemente attraverso minacce e pressioni chi non ha i mezzi per difendersi pubblicamente.

D’altronde come dichiarato dal portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid: “Speriamo di poter persuadere le persone dal non fare queste cose [suonare ed ascoltare musica n.d.a.], invece che doverle forzare”. Tradotto: se non capiranno con le buone, dovremo passare alle maniere forti.
Sanguinari assassini, appunto.

La storia si ripete: l’odio e i metodi dei Talebani non sono qualcosa di completamente inedito. Ogni regime totalitario che si rispetti ha sempre preso di mira l’arte, per lo meno un certo tipo di arte, poiché potenziale veicolo di idee politiche e di visioni del mondo sovvertitrici e rivoluzionarie. L’arte si fruisce, è condivisione (a differenza del potere); le persone si radunano intorno all’arte, si rispecchiano in essa, costituisce un momento in cui si provano emozioni e sensazioni molteplici nello stesso istante. L’arte può far allontanare dal qui e ora per trasportare in un’altra dimensione, facendo vedere uomini ed eventi sotto un’altra prospettiva, cosa che un regime non vuole assolutamente che accada.

È necessario fare comunque una piccola ma importante precisazione per quanto riguarda il divieto talebano sulla musica. Come specificato dall’etnomusicologo britannico John Baily, la proibizione riguarda esclusivamente la musica suonata e composta da e per gli strumenti musicali, ad eccezione del semplice tamburo. Canti di tipo religioso eseguiti senza l’ausilio di altri strumenti sono permessi, tant’è che gli stessi Talebani cantano i loro taranas, delle particolari composizioni vocali derivate dalla tradizione musicale indù.
A conti fatti, ciò che i Talebani stanno imponendo non è altro ciò che fecero i regimi nazista e sovietico: bandire un certo tipo di arte non funzionale agli scopi ideologici del potere. Per i nazisti era tutta quella musica e arte da loro etichettata come “degenerata”, riferita soprattutto ai compositori contemporanei che, non a caso, furono costretti ad emigrare altrove per poter continuare a lavorare; per i sovietici erano tutte quelle opere che non esaltavano e raccontavano le glorie della rivoluzione e del suo futuro avvenire. La differenza risiede nel fatto che il veto talebano è di carattere religioso, perché secondo la loro interpretazione dell’Islam gli strumenti musicali distoglierebbero dalla preghiera e indurrebbero a comportamenti corrotti e peccaminosi contrari alla volontà divina.

Certo che se dovessimo ascoltare solo la musica talebana sarebbe na bella rottura di palle, eh! Per fortuna il mondo musicale di ogni paese è estremamente vario, e quello afgano non fa eccezione. Anzi, la sua cultura musicale è antichissima ed ha sempre costituito una delle testimonianze più importanti sul suono e sullo sviluppo culturale della musica.
Negli ultimi vent’anni – da quando i Talebani erano stati respinti fuori dai confini del paese in seguito all’invasione statunitense e degli alleati – la scena musicale afgana era tornata lentamente a rifiorire. L’insegnamento della musica era di nuovo aperto a tutti, anche alle donne, così come concerti ed eventi potevano essere tenuti senza il rischio di bagni di sangue. Ovviamente ciò era valido soprattutto nei grandi centri come Kabul, mentre nelle realtà non urbane e dell’entroterra continuavano a vigere regole molto severe su chi potesse fare arte e come usufruirne. Le cose non sono cambiate da un momento all’altro, naturalmente, e nonostante il cambio di regime le persone che volessero darsi alla musica – soprattutto le donne – dovevano stare molto attente. D’altronde non esistono solo i Talebani come fanatici religiosi.

Tutto ciò che di buono si era riuscito a costruire rischia molto probabilmente oggi di non esistere più. Di ritornare al punto di partenza. L’Afghanistan e la sua tradizione musicale sono le vittime non solo di un regime di esaltati assetati di potere, ma anche delle illusioni a buon mercato e dell’ipocrisia Occidentali. Un’ipocrisia che ha impiegato solo un mese di tempo per palesarsi in tutta la sua assurdità e tragicità. Un’ipocrisia ancora figlia di una visione coloniale del mondo, per la quale democrazia e uguaglianza non sono processi a cui si giunge e attraverso i quali un popolo decide come autodeterminarsi, ma strumenti, ancora una volta, di potere. Non è più un segreto che i comandi in carica dell’esercito statunitense abbiano costantemente mentito sui progressi inesistenti di una guerra condotta senza il minimo obiettivo e una strategia chiara. Così come la mancanza di conoscenza della cultura locale e della stessa idea di cosa volesse dire essere un popolo, hanno giocato un ruolo chiave nell’alienare la maggior parte della popolazione da ciò che stava avvenendo nei palazzi governativi presieduti da forze straniere viste come illegittime.
Agli afgani è stata privata la possibilità di scelta.

Di fronte alla violenza e all’ipocrisia, la musica dell’Afghanistan brilla ancora di più della sua luce autentica. Tributarne gli artisti potrebbe essere un modo per fare in modo che non tutto cada nell’oblio, come quando la polvere si innalza violentemente dopo l’ennesima esplosione. Che la memoria di suoni, ritmi e testi continui in qualche modo a vivere nelle emozioni di chi ascolta. Questo vorrebbe essere solo un piccolo tributo ad un paese ed alla sua musica, alla sua gente. Ovviamente i nomi qui riportati non sono che una piccola parte di ciò che l’Afghanistan ha da offrire, perché, come accennato, la scena musicale locale – nonché di coloro emigrati all’estero – è estremamente ricca.

Affinché un giorno questa musica possa ritornare ad essere suonata, cantata, ballata ed ascoltata liberamente, da donne e uomini liberi.
A tutta la musica che l’Afghanistan donerà ancora al mondo.

Burka Band
Il primo gruppo tutto al femminile mai uscito fuori dall’Afghanistan. E come tale, una vera e propria sfida al conservatorismo maschilista dei Talebani. Le Burka Band sono nate agli inizi del nuovo millennio, vestono tutte con il burqa sia per provocazione che per necessità, dovendo nascondere le proprie identità per non venire incarcerate o uccise. Il trio è nato a Kabul ma ha suonato in Germania, dove ha trovato un piccolo ma forte seguito, ed ha all’attivo un ep e un singolo, uscito fra l’altro proprio quest’anno. Attitudine 100% punk per una musica minimale che richiama certa new wave, con testi che sono spasso puro.

Qais Essar
Al giovane Qais Essar piace molto sperimentare, espandendo le possibilità della musica folklorica afgana attraverso l’incontro con strumenti come batteria, basso, violino e chitarra. Accompagnato dal suo fedele rubab, strumento classico della tradizione del suo paese, il musicista e produttore ha fatto concerti negli States, Canada ed Europa, componendo anche musiche per film e spettacoli. Nelle sue ultime produzioni si percepisce un tocco quasi post-rock, ma molto delicato ed etereo, esaltato dalle atmosfere tipiche evocate dal suo strumento principe.

Ustad Mohammad Omar
E a proposito di folk afgano e di rubab, Mohammad Omar (da non confondere con quell’altro capo talebano, guercio e stronzo) è una figura centrale nella storia della musica dell’Afghanistan, avendo contribuito ad ampliare ancora di più il repertorio dedicato al rubab e alla musica folklorica in generale. Ha ricoperto anche il ruolo di direttore dell’Orchestra Nazionale della Radio Afghana, dove ha fatto conoscere ai suoi concittadini la varietà di linguaggi dei vari gruppi etnici del loro paese. Nel 1974 è stato il primo afgano ad insegnare in un’università statunitense, presso la University of Washington; nel 1978, inoltre, ha collaborato con gli Embryo, gruppo rock/jazz sperimentale tedesco, con il quale ha suonato per una serie di concerti durante il tour in Medio Oriente della band. Il seguente video è la registrazione del concerto presso l’Università di Washington, concerto nel quale Mohammad Omar ha suonato per la prima volta il suo rubab di fronte ad un pubblico occidentale.

Homayoun Sakhi
Altra figura centrale del folk afgano, Homayoun Sakhi è considerato oggi uno dei maestri dell’arte del rubab, strumento che ha imparato dal padre sin da bambino. Trasferitosi negli Usa sin dall’inizio del nuovo millennio, è diventato nel tempo uno degli ambasciatori sia dello strumento classico che della musica tradizionale afgana, aprendo molteplici scuole di musica, collaborando insieme ad altri musicisti proveniente dalla sua stessa area e fondando i Voices of Afghanistan insieme a Mahwash, cantante fra le più note in Afghanistan. Inoltre, ha collaborato anche con i Kronos Quartet.

Mahwash
Con il raro titolo onorifico di Ustad (che significa “maestro”) concesso ad una donna, Mahwash è oggi una delle voci più amate e note in Afghanistan, una specie di corrispettivo afgano di Mina. Nata in una famiglia molto tradizionalista e conservatrice, Mahwash ha dovuto tenere nascoste le sue doti canore dalla famiglia fino al completamento degli studi universitari. Da quel momento in poi, per lei è stata tutta una strada in salita, costellata di successi e di importanti collaborazioni in patria, registrando principalmente canzoni e composizioni a cavallo tra pop e folk della tradizione afgana.

Ahmad Zahir
Se Mahawash è Mina, Ahmad Zahir è Lucio Battisti. Chiaro no? Basterebbe questo parallelismo per carpire tutta la grandezza, l’amore e il seguito popolare della voce del cantante. La sua figura è ancora oggi venerata da vecchie e nuove generazioni di ascoltatori e musicisti, in quanto Zahir riuscì a sintetizzare nel corso degli anni ’70 i suoni del suo paese con musiche provenienti dall’Occidente, come il rock e la chanson francese. Questa incorporazione di altri elementi musicali nei suoi pezzi fu possibile grazie ai suoi viaggi in Usa e in Europa, possibili visto che era il figlio del primo ministro afgano Abdul Zahir (in carica dal 1971 al 1972). Di certo un privilegiato rispetto alla maggior parte dei suoi connazionali, cosa che però non gli ha impedito di diventare il cantante più amato del paese, tanto da essere soprannominato “l’usignolo dell’Afghanistan”. Morì giovanissimo, a 33 anni, in un incidente stradale; i Talebani distrussero la sua tomba durante la guerra civile del 1996, per poi essere ricostruita dai fan nel 2003.

District Unknown
Immaginate di essere giovani, magari poco più che adolescenti, in un paese come l’Afghanistan. Magari avete visto alcuni video di gruppi rock e metal statunitensi ed europei su YouTube, e vi siete innamorati di quell’esplosione di energia fatta apposta per disintegrare tutte quelle catene che l’ambiente in cui siete cresciuti vi ha costantemente gettato addosso. Non si può escludere che sia andata realmente così per i District Unknown, band prog metal di Kabul nata nel 2008 e con all’attivo solo un album, Anatomy of a 24 Hour Lifetime, e un singolo, 64, scritto per commemorare le 64 persone morte durante un attacco suicida nell’aprile 2016 nella capitale. Le melodie vocali pescano a piene mani dallo stile dei Katatonia e degli Opeth, accompagnate da una sezione strumentale dal suono più contemporaneo, che vira in egual misura nel post-metal e in certe soluzioni alla Meshuggah. Neanche a dirlo, condividono lo stesso destino delle Burka Band, dovendo nascondere le loro identità durante i concerti per paura di possibili ritorsioni; la differenza sta nel fatto che il trio femminile non può fare musica in quanto composto da donne, i DU invece rischiano la vita per il tipo di musica proposta, prettamente occidentale, e l’attitudine più sfrontata e ribellista, almeno per i canoni dell’afgano medio. La band si è sciolta recentemente e, da quanto è possibile sapere, sia il cantante che il chitarrista si sono ricollocati fra Usa e UK suonando in un nuovo progetto, gli Afreet, il cui ultimo singolo, My Land is Breaking, è stato composto per raccogliere fondi per aiutare i musicisti afgani ad evacuare dal paese (è possibile ascoltare e donare qui).

La scala d’argento per la dimora della tigre

L’anno scorso sono usciti due album bellissimi sia fuori che dentro: Silver Ladders di Mary Lattimore, arpista di base a Los Angeles, e Shrines, del duo Armand Hammer. A colpirmi non è stata solo la musica contenuta in ciascuno dei due lavori – ambient minimalista dove l’arpa disegna piccoli quadri astratti il primo, un bricolage hip hop di ritmi e rime perennemente cangianti il secondo – ma anche le rispettive copertine.

La copertina di Silver Ladders

La copertina di Shrines

A mio modo di vedere, sono due due grandi copertine per due motivi principali: riflettono perfettamente la musica contenuta nelle canzoni e, soprattutto, sono esteticamente molto accattivanti. Sono immagini che raccontano storie, anche più di una, risucchiando l’osservatore all’interno dei loro mondi a metà fra reale e immaginifico: la prima con il suo placido distacco, la seconda con aggressività ed impatto. In pratica, così diverse ma anche così simili.

L’aspetto a mio avviso interessante è che entrambe hanno il potere di indicare altri mondi invisibili, come degli incipit per dei racconti o le prime scene di due film. Cosa ci sarà al di là di quella porta in Silver Ladders? Perché quei pianeti sul muro? E quel cane appisolato al di sotto di essi, starà per caso sognando quegli stessi pianeti? Perché diavolo c’è una tigre appostata ad una finestra? E cosa starebbe tentando di fare quel poliziotto? E così via, in un turbine di domande che non fanno altro che aumentare la curiosità nei confronti della musica nascosta da quelle immagini. Ai miei occhi sembrano dotate di una sorta di realismo magico, non nel senso del sovrannaturale come elemento razionalmente inspiegabile o, per l’appunto, magico, ma più che altro inteso come l’intrusione dell’inaspettato, del misterioso e dell’improbabile nella realtà quotidiana. Come una luce che illumina ogni volta in maniera diversa una stanza o una statua, mettendone in risalto o nascondendone determinati aspetti e caratteristiche non osservati prima.

Oltre alle storie che possiamo ricreare per conto nostro, quelle copertine rimandano ad eventi e persone realmente esistenti, magari non direttamente collegati con i temi e il mood dei brani. Questo è particolarmente evidente per Silver Ladders, la cui copertina è un’opera di Becky Suss, artista particolarmente interessata alla ricreazione di ambienti domestici e familiari. Il dipinto – Mic (Lighthouse with Solar System) – ritrae una scena presa direttamente dal libro Cheaper By The Dozens, romanzo autobiografico del 1948 famoso soprattutto negli Stati Uniti. Il libro è stato scritto da Frank Bunker Gilbreth Jr. ed Ernestine Gilbreth Carey, fratello e sorella di una famiglia composta da ben dodici bambini, sei maschi e sei femmine, i cui genitori erano Frank Bunker Gilbreth e Lillian Moller Gilbreth. Se vi state chiedendo chi fossero costoro, sappiate che la vostra ignoranza è giustificata, visto che ai più il nome dei coniugi Gilbreth non dirà nulla, ma dirà tantissimo a chi si occupa di ingegneria industriale, in particolare a chi si interessa ai Time and motion studies, campo specialistico che negli anni ’40 rinnovò la causa del Taylorismo raffinandone le tecniche di parcellizzazione del tempo atto ad impiegare una particolare mansione in un ambiente di lavoro meccanizzato. Avete presente Charlie Chaplin in Tempi Moderni? Ecco, quello. Quegli studi pioneristici sono tuttora impiegati come standard per le aziende in tutto il mondo. Ora, la cosa curiosa è che le stesse tecniche sviluppate dai Gilbreth per quantificare e misurare i processi di lavoro manuale sono state impiegate dagli stessi coniugi all’interno della loro famiglia, ovvero ogni singolo componente aveva un suo specifico compito da realizzare entro uno specifico tempo e in un certo modo. Cheaper By The Dozens racconta in maniera divertente e leggera proprio le peripezie della famiglia Gilbreth e il loro modo di affrontare collettivamente le difficoltà quotidiane, tanto che nel corso del tempo è diventato negli Stati Uniti un classico per ragazzi, grazie anche alle varie trasposizioni cinematografiche (a breve ne è prevista un’altra su Disney+, giusto per sottolineare l’impatto che l’opera ha nell’immaginario USA). Insomma, il libro ha popolarizzato e diffuso il prototipo della famiglia modellata sui principi della produzione industriale.

Cosa c’entra tutto ciò con la copertina dell’album di Mary Lattimore? Un cazzo.
Perché vi ho raccontato dei coniugi Gilbreth e delle loro manie razionaliste? Non lo so. Mi sembrava interessante, tutto qui. Ma soprattutto mi piaceva l’idea di tracciare una linea che unisse in maniera invisibile due cose che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra, e che anzi stridono e si pongono agli antipodi: da una parte la delicatezza, la fantasia, i colori, il mistero della copertina di Silver Ladders; dall’altra l’ordine, la razionalità, la disciplina, la freddezza del mondo industriale e dei Gilbreth.

Storie dentro storie dentro ad altre storie.

Diverso è, invece, il discorso intorno alla copertina di Shrines, dove la vicenda di Ming può essere in qualche modo collegata alla visione del mondo messa in musica da Elucid e billy woods.
Chi è Ming? Ma come, non l’avete ancora capito? È il simpatico tigrotto in agguato alla finestra! Ming è ormai un simbolo di Harlem, dove è vissuto sino al 2003 in un appartamento insieme al suo proprietario, Antoine Yates, appassionato di animali esotici (era anche in possesso di un alligatore che teneva in una delle stanze da letto). In breve, il novello Tiger King fu sgamato dalla polizia dopo essere stato al pronto soccorso, dove si era recato per farsi curare dai morsi causati proprio dal suo felino coccolone. Nel frattempo, la storia di Ming era diventata una specie di leggenda urbana in tutto il quartiere, tanto che i vicini di Yates scherzavano sul fatto che lui riuscisse a mangiare 9 kg di carne al giorno; in seguito alla scoperta della tigre siberiana, hanno capito che, insomma, la carne non era esattamente per lui…
Storie di ordinaria follia nella Grande Mela, insomma (in Italia, invece, gli unici “animali” pericolosi sono le bufale sui presunti avvistamenti diffuse da tg e tabloid).
La polizia newyorchese riuscì alla fine ad introdursi nell’appartamento; Ming fu in seguito spostato in un luogo adeguato; Antoine Yates arrestato e condannato.

La morale di questa storia? Mangiare 9 kg di carne giornalieri non è il massimo per la salute.
No dai, seriamente… ma quale volete che sia, la morale? Gira e rigira, è sempre la solita.
Ovvero che a volte ci sentiamo tutti un po’ come Ming: in gabbia. Chiusi e costretti in un luogo, sia esso fisico o mentale, che non ci appartiene e che ci aliena da noi stessi.
Per dirla con le parole degli Armand Hammer:

Don’t you feel like Ming sometimes, man?

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