Interferenze da un futuro passato

Questa notte ho fatto un sogno di natura musicale. Non è stato il primo di questo tipo – ho sognato altre volte di suonare o di gente di mia conoscenza nell’atto di suonare – ma è stato il primo per la particolare tipologia di sogno musicale messo in scena: quello che riguarda musicisti famosi.
In sostanza, il mio inconscio ha pensato di farmi sognare Damiano David, cantante dei Maneskin, mentre stava suonando con i Nirvana. Al posto di Kurt Cobain. Era proprio lui, petto nudo, tatuaggi e tutto il resto, mentre dava sfogo in modo melodrammatico alla sua performance, gli occhi chiusi e le mani semi aperte intorno al microfono appoggiato sull’asta.
Non pervenuti gli altri componenti dei Nirvana , il sogno gli ha esclusi dalla mia visuale; una volta sveglio, però, ho immediatamente percepito e sentito che fossero esattamente loro. O meglio, ciò che era rimasto dei Nirvana dopo la morte di Kurt Cobain, ovvero Dave Grohl e Krist Novoselic. Insomma, i Nirvana di questo sogno così esplicito ed immediato erano rimasti sempre un trio, ma con un altro frontman.

La cosa che mi più mi ha sconvolto una volta che la mia mente è riuscita a riesumare il sogno (nella tarda mattinata stavo camminando per strada quando sono incappato nella vetrina di un piccolo negozio di magliette e vinili che esponeva quello di Nevermind, e da lì allora l’emersione improvvisa) è che, di per sé, non era poi così assurdo come potesse sembrare. E non perché si è trattato di un sogno che ha avuto come protagonisti esclusivamente dei musicisti – e non, che so, elementi diversissimi e lontani fra loro che messi insieme ti fanno dubitare della tua sanità mentale – ma proprio perché l’eventualità che uno dei cantanti e frontman attualmente più in vista della scena musicale internazionale potesse cantare con uno dei gruppi rock più famosi della storia, non è così improbabile. Non lo sto augurando, non me ne importa nulla dei Maneskin, di Damiano David e della loro musica (che mi lascia completamente indifferente). Non è questo il punto.
Il punto è che nell’epoca di totale saturazione musicale in cui viviamo, i revival degli anni passati sono diventati l’unica ancora di salvezza di un’industria musicale che cerca di fare cassa puntando sulla fascinazione del passato. I Maneskin sono l’ultimo stadio di questo processo che va avanti da almeno una decina d’anni, un processo che non riesce a partorire niente di originale e di nuovo ma solo copie su copie con minime, se non inesistenti, variazione sul tema. Questa ossessione passatista si è manifestata specialmente in ambito rock: basti pensare ai biopic nati negli ultimi anni o ai prossimi ancora in fase di produzione, da quello dei Queen ad quello su Elton John, le cui vicende sono entrate nell’immaginario comune e che assumono i contorni eroici degni del Marvel Cinematic Universe.
Anche i Nirvana non sfuggono a questa dinamica, essendo ormai stati elevati dall’industria musicale a vero e proprio brand che identifica un decennio, i ’90. Fra un batterista che che ama dipingersi come il paladino della musica suonata e che sa perfettamente come vendere la sua immagine, gossip al limite del ridicolo, anniversari, un bassista che cerca in tutti i modi di non scomparire dall’anonimato e tributi che non ti aspetti, il mito costruito intorno ai Nirvana continua ad imporsi ed ad essere cavalcato, sfruttato, monetizzato. Continua insomma ad occupare una parte importante del nostro immaginario, non solo musicale, ma culturale tout court.

Suona così improbabile, quindi, che un giovanissimo cantante ritrovatosi alla ribalta mondiale letteralmente da un giorno all’altro, possa ricoprire il ruolo che fu di Kurt Cobain? Nell’era dei revival, dei remake e dei reboot, questo tipo di operazioni non sono assolutamente impossibili; anzi, sono auspicabili. Teniamo a mente che i Maneskin occupano oggi una fetta di pubblico estremamente ampia, che va dall’ascoltatore saltuario che si accontenta di ciò che passano gli algoritmi di Spotify e i maggiori canali radio al rockettaro piagnone (che magari suona nella cover band dei Nirvana) che si lamenta che non c’è più la musica di una volta ommioddio signora mia dove andremo a finire!!! Attirano sia millennials e Gen Z che boomers dai sessantanni in poi cresciuti coi Pink Floyd e Led Zeppelin. Hanno aperto negli Stati Uniti per i Rolling Stones e collaborato con Iggy Pop, due operazioni astutissime per le quali i manager dei Manskin meriterebbero, chessò, la presidenza di Confindustria a vita, visto che di tali operazioni hanno beneficiato non solo il giovane gruppo romano ma anche i suddetti vegliardi. È il passato che ritorna, ciclicamente ed eternamente, ma questa volta non sotto altre forme che danno almeno l’illusione del nuovo e del passaggio del tempo, bensì di un eterno ritorno dell’uguale, di un collasso temporale che diventa eterno presente. Di un contenitore vuoto già predisposto per essere riempito alla bisogna.
Davvero pensare l’impensabile – Damiano David che canta con i reduci dei Nirvana anche solo per un paio di pezzi per un’esibizione televisiva – risulterebbe allora così impossibile?

Il mio sogno è frutto dell’interferenza che il nostro mondo saturo di immagini e di icone invia costantemente al nostro inconscio. Sono forme intrusive, subdole e silenziose di ricostruzione e interpretazione del presente da parte della coscienza, che ad occhi aperti, invece, non riesce a stare dietro a tutti questi stimoli. Siamo arrivati ad una saturazione dei sogni? I fantasmi del passato si impossessano dei televisori, dei social, delle radio, delle copertine delle riviste e delle discussioni per materializzarsi anche nei nostri sogni?
Forse ciò che ho sognato non si avvererà mai, e quel sogno rimarrà lì, sospeso per un po’ fino a quando non si scioglierà da sé.
Ma sono certo che se domani dovesse circolare la notizia di una possibile collaborazione fra Damiano David e il resto dei Nirvana, non ne sarei assolutamente stupito.

La musica sputa sulle classifiche di fine anno

Di solito le testate e i blog che trattano di musica pongono prima delle loro classifiche di fine anno degli articoli introduttivi che, nelle intenzioni, dovrebbero tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Un modo per tracciare delle mappe orientative su come e dove la musica si sta muovendo, sulle tendenze, i nomi, i trend, i generi e le attitudini che hanno animato i dodici mesi precedenti.
È un’operazione che ha il suo senso, se non altro per una mera questione di memoria storica musicale che a posteriori, poi, potrebbe fungere da archivio (ammesso che non si perda nell’oceano sconfinato della rete). Il problema, però, è che ad ogni occasione si rischia di scrivere sempre le solite cose, tipo: quest’anno è stato molto ricco, quest’anno non sono usciti dischi di rilievo, quest’anno sono rimasto deluso, quest’anno ci sono state poche novità e molte conferme, quest’anno ci sono state molte novità e poche conferme eccetera eccetera eccetera, con minime, se non inesistenti, variazioni sul tema. Insomma, un giochino molto fine a se stesso e che alla lunga diventa stancante (personalmente, quando mi accingo a leggere questo tipo di articoli, salto a piè pari la parte introduttiva e vado direttamente a dare un’occhiata ai dischi delle classifiche). D’altronde, le stesse classifiche di fine anno sono sempre state fine a se stesse; si prova a spacciarle come innocuo esercizio, dei divertissement, ma che, nel contesto di una testata (specie se molto seguita), è tutto fuorché tale, perché indirizza ed orienta già in principio cosa è meritevole di ascolto e cosa no, cosa è meglio e cosa è peggio, cosa sta in cima e cosa in fondo. Si tratta di dividere, separare, dare un valore. Insomma, si tratta di un’operazione molto forte, e chi stila queste classifiche dovrebbe maneggiare la materia molto delicatamente, perché ha una responsabilità enorme nei confronti dei lettori/ascoltatori. Ma questa consapevolezza è ormai completamente messa da parte: le classifiche di fine anno sono diventate un cliché, semplice routine nel piano editoriale di chi si occupa di queste cose, qualcosa che si deve fare perché attira lettori.

Ad ogni modo, la ragione che mi sono dato per cui molti di questi articoli introduttivi sono di una noia mortale (quando va bene) o inutili e ridondanti (quando va male) è molto semplice, ed anche molto banale: viviamo in un’epoca satura di musica di ogni tipo, in cui ogni settimana viene prodotta e messa sul mercato un quantitativo tale che di certo non basterebbero dieci vite per ascoltarla ed assimilarla tutta. Una situazione inedita nella storia culturale dell’uomo, il cui impulso si deve sicuramente anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali e musicali messe a disposizione di artisti e pubblico. In questo contesto, anche solo per la legge dei grandi numeri, è assolutamente logico che ci sarà sempre qualcosa di buono e qualcos’altro di meno buono, dischi molto curati e ricercati ed altri meno, conferme, novità, delusioni, capolavori (questa mania della ricerca spasmodica del capolavoro a tutti i costi, poi, che ansia e che tristezza…), banalità, revivals di questo e quello e tanto altro. Quello che molti addetti ai lavori prendono in esame in questi articoli riassuntivi e nelle relative classifiche non è altro che la punta della punta della punta dell’iceberg: in sostanza, il nulla. E il nulla comparano, secondo parametri per lo più imperscrutabili, forse ignoti anche a loro stessi, e se anche fossero noti e ampiamente adottati, sarebbero completamente inutili. E sono anche sicuro (o, per lo meno, voglio pensarlo) che molte di queste persone che si prodigano in tali analisi dove si spendono parole su parole e si spremono neuroni per inventare (per l’ennesima volta) qualcosa di nuovo da dire, sono consapevoli di questo. Se non lo sono, bé, è un bel problema; se lo sono, allora mentono sapendo di mentire.

Ha senso, quindi, concentrarsi su una pozzanghera quando affianco abbiamo l’oceano? Che senso hanno in questo periodo storico le classiche classifiche di fine anno? Non sarebbe più onesto – più sano – ammettere che queste operazioni non sono nient’altro che frutto delle proprie inclinazioni, delle proprie scelte, dei propri gusti? Della propria soggettività, sacra ed inviolabile?
Già li vedo: un coro di SIIII s’alza al cielo, accompagnato da È chiaro È ovvio Ci mancherebbe Grazie al cazzo.
Eh già, grazie al cazzo. Allora io chiedo: se ben sapete che ogni tentativo di razionalizzare lo scibile musicale in classifiche ed elenchi è solo un vano tentativo di ammantare con una pretesa di oggettività ciò che non può essere – di per sé – oggettivo, allora perché continuate a stilare e scrivere queste classifiche e questi articoli? Perché nel XXI secolo proseguite imperterriti in queste sterili operazioni che prendono in giro l’intelligenza di tutti? Liberatevene. Lasciate andare. Il fatto che si sia sempre fatto così non è mai una giustificazione valida. Cercate di essere superiori a questi stupidi giochini delle classifiche: hanno fatto il loro tempo. La musica è una cosa troppo, troppo grande per essere presa in giro in questo modo. Classificare chi è meglio e chi peggio in arte è la più grande mistificazione che l’uomo possa mettere in atto. Un danno enorme, irreparabile, che ci priva di fette importanti di ciò che di più bello ci circonda.
Ma come osate, mi chiedo, salire in cattedra, puntare dita e dire chi va bene e chi no, chi è meglio di chi, affibbiare primi, secondi, terzi, trentaduesimi posti? Ma dico, la musica è per caso una gara ad ostacoli? Certo che no, e chi intende tutta l’arte in questo modo, non merita di goderne neanche per una frazione di un secondo.

Anch’io ho raggruppato gli album che più mi hanno colpito, nel bene e nel male, nel corso del 2021. Li ho suddivisi in playlist, a seconda del MIO grado di apprezzamento, del tutto personale e soggettivo. Non sono classifiche, non rispettano nessun ordine se non quello del puro e semplice piacere dell’ascolto: ad esempio, nella playlist in cui ho messo roba che non mi è piaciuta potreste trovare un artista o un disco che a voi, invece, ha fatto impazzire, e così via per le altre playlist, com’è giusto che sia. La cosa curiosa e divertente è che limitandosi ad elencare senza classificare, tutto ciò che è contenuto in queste playlist non è opinabile e soggetto a qualsiasi possibile critica, cosa che invece puntualmente accade quando una testata musicale pubblica le sue benemerite classifiche, scatenando le più disparate opinioni, valutazioni, pareri e giudizi sui perché e i per come (e perché non c’è tizio al primo posto? e perché avete messo tot posti per la vostra classifica? e perché manca questo e quello? e così via all’infinito, inutilmente). Divertente: proprio ciò che pretende massima oggettività – la classifica – alla fine si rivela essere massimamente soggettiva; al contrario, un semplice elenco in cui sono riportati gusti e preferenze è impermeabile a qualsiasi critica o giudizio. Le due istanze si sono invertite.

Cosa dovrei aggiungere ancora? Dovrei davvero mettermi a scrivere uno di quei cazzo di articoli introduttivi che tirano le somme dell’anno? Cosa dire che non sia già stato detto, sul covid, sul timido ritorno ai concerti subito stroncato dalle impennate dei nuovi casi, sul fatto che produttori ed artisti hanno cercato di puntare più sulle uscite che sui concerti, e quant’altro? L’unica cosa che bisognerebbe sottolineare è che la musica è viva e vegeta nonostante il mondo stia andando sempre più a rotoli, e che non si tributa mai abbastanza gli artisti e i musicisti che ci rendono partecipi dei loro mondi messi in musica; lo stiamo vedendo ora, durante questa emergenza sanitaria, ma il menefreghismo delle istituzioni e di buona parte del pubblico verso il mondo della musica fuori dai circuiti mainstream era già presente ben prima del covid.
Ma la buona musica saprà sempre risplendere, salvare vite e costituire l’anima del tempo, sia esso soggettivo che del mondo. E continuerà a farlo anno dopo anno, passando sopra articoli, classifiche, numeri, streaming, visualizzazioni e al resto del rumore di fondo. Continuamente, per sempre.

Le seguenti playlist sono in continuo aggiornamento. Ascoltare buona parte (qualunque cosa questa espressione significhi) di ciò che esce quotidianamente è un’impresa e gli stessi ascoltatori dovrebbero essere pagati per il loro tempo impiegato in questo sforzo.

MY 2021 – la roba che mi è piaciuta di più uscita nel corso dell’anno

JUST OK/FRIENDZONATI 2021 – Cose belle o solo ok che avrebbero potuto far breccia nel mio cuoricino, ma che per qualche motivo invece no. Ma rimangono comunque molto belle oppure ok

GUILTY PLEASURES 2021 – Cose ascoltate di cui (non) vergognarsi. Ma tutti abbiamo una falsa coscienza e tempo per mentire a noi stessi

NOTE RUBATE ALLA METALLURGIA 2021 – Cose ascoltate durante l’anno che non mi sono piaciute, scusate

Il Natale più bello di sempre – The Xmas Carol #16

È la vigilia di Natale, il giorno più atteso è alle porte ed anche The Xmas Carol ha ormai aperto tutte le finestrelle di questo particolare calendario dell’Avvento. Tra racconti, illustrazioni, poesie, pensieri e canzoni, ogni blogger ha declinato l’atmosfera natalizia in modi molto diversi fra loro ma sicuramente del tutto personali, perché al di là di tutto Natale può significare tante cose, tanti quanti sono i nostri desideri e speranze, ma anche paure e timori.
Shio di Il mondo di Shioren, blog sul quale The Xmas Carol ha preso i… ehm, natali, apre l’ultima casella e lo fa con un racconto in cui c’è tutto il classico spirito natalizio: il dolore come la speranza, la perdita come il desiderio, la gioia come la malinconia. Insomma, non si poteva finire meglio questo lungo cammino.

Sperando che con il nuovo anno WordPress la finisca di impazzire, sono costretto a lasciare qui il link al post anziché poterlo ricondividere direttamente.

Buone feste e buona musica a tutti.

La voce e la luce – The Xmas Carol #16

Penultima casella natalizia per The Xmas Carol. E questa volta si tratta di un contributo che finora era rimasto completamente inedito: la musica. Il blog Nea: NuovaEcologiaArtistica propone una versione di Stille Nacht (ben più nota con il titolo in inglese Silent Night) molto semplice e che va dritta all’essenziale, come per rimarcare l’idea che l’atmosfera del Natale è fatta di piccole e semplici cose. Il pezzo ha un andamento che sembra cullare l’ascoltatore, come una ninna nanna, con la sua atmosfera sognante e ovattata; interessante il finale dove la voce rimane da sola, testimone fragile e umano del mistero del Natale.

Mi scuso per il ritardo nella condivisione del post. Buon ascolto e alla prossima ed ultima casella di The Xmas Carol.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

Un sogno a passo di danza – The Xmas Carol #15

The Xmas Carol è arrivato alle sue tappe finali. Per la quindicesima casella Laura del blog Dove una poesia può arrivare immerge il lettore in un’atmosfera dai contorni fatati seppur reale – New York durante il periodo natalizio – per dare vita ad una storia romantica, dettagliata nei suoi particolari ma nello stesso tempo aperta, proprio per lasciare spazio all’immaginazione del lettore. Un vero e proprio piccolo regalo di Natale.
A me per esempio è venuta in mente Natalie Portman in Il Cigno Nero, ma ognuno potrà “riscrivere” a modo proprio questa piccola storia.

A domani con il penultimo canto di Natale.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

Dove una poesia può arrivare

Ciao a tutti, oggi tocca a me regalarvi un racconto per Natale. Devo dire che sono super emozionata. Quando ho letto della proposta di Shio del The Xmas Carols mi sono subito preoccupata di scriverle, sperando fossi ancora in tempo. Ringrazio Shio per l’opportunità. Ho optato per un racconto e mi sono divertita tantissimo nello scrivere la storia di Ally.

Comunque, per chi non mi conoscesse, mi presento. Mi chiamo Laura, ho diciannove anni e frequento il primo anno di Ingegneria ambientale al Politecnico di Milano. Ho aperto un blog perché sentivo l’esigenza di racchiudere in un angolo tutto quello che scrivevo, pensavo e sognavo. Nel mio blog Dove una poesia può arrivare troverete, come preannuncia il titolo, tantissime poesie libere, pagine di diario, pensieri sparsi, recensioni e articoli su ambiti di mio interesse (l’astronomia, la Sicilia e molto altro). Amo leggere e scrivere. Per ora sto lavorando al mio…

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Fuori dal tempo – The Xmas Carols #14

Quattordicesima casella per The Xmas Carol, e questa volta, dopo un’infornata di racconti, si ritorna ad un’illustrazione. Il disegno è ad opera del blog La corte dei miracoli, e in pratica mette in scena come molti di noi stanno passando o passeranno i prossimi giorni natalizi 😀 Un’aura soffusa e sognante avvolge il soggetto (disegnato usando una particolare carta di bamboo), un fugace attimo impresso nel tempo – o forse fuori dal tempo.

A domani con il quindicesimo carol di Natale.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

La Corte

Oggi è il mio turno 🐱 Apriamo la casellina del 21 dicembre del calendario di Shioren e sotto… ci sono io, più o meno.

Bene, chi sono?

Un po’ difficile rispondere a questa domanda. Non lo so nemmeno io, quindi vi parlo del blog, in maniera un po’ metatestuale, dato che il blog parla di me.
Inizialmente l’ho aperto per pubblicare le storie che scrivevo. Tante idee, magari qualcuna pure buona, scritte male. Malissimo a rileggerle oggi. Poi mi chiesi se non fosse il caso di provare a scrivere recensioni per attirare lettori. E a rileggerle oggi sono pure peggiori dei miei scritti. Ma non funzionò più di tanto, o meglio. I lettori arrivavano ma delle mie storie non fregava quasi niente a nessuno. Oggi in realtà ne ho due, questo che è più diretto e l’altro che… Beh, odio le regole SEO, ve l’ho già detto? Quindi eccomi, questa…

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Ippopotami per Natale – The Xmas Carol #13

The Xmas Carol è arrivato alla sua tredicesima casella, e Lividi e Musica è onorato di poter portare il suo modesto contributo a questo particolare calendario dell’Avvento. Ringrazio infinitamente Shio di Il mondo di Shioren per aver condiviso l’idea, ma anche per la gentilezza, la disponibilità e l’opportunità.

Perché di questo si tratta, per me: di una piccola opportunità per condividere virtualmente con altri appassionati una storia. A differenza di alcuni partecipanti, non sono uno scrittore e non ho pubblicato romanzi o racconti, mi sono avvicinato alla scrittura solo molto recentemente e ho iniziato a buttare giù idee e parole nel fondo del pc, sperando che possano germogliare. Per questo, ogni opinione e parere su ciò che andrete a leggere è bene accetta.
Ho scritto principalmente articoli di musica e cinema un po’ di qua e un po’ di là in giro per la rete e non solo, e The Xmas Carol mi è subito sembrato un modo per mettermi alla prova con altro, oltre che un pretesto per spezzare la monotonia tematica del blog. Lividi e Musica è nato a fine luglio, e vorrebbe essere, almeno nelle intenzioni, un luogo dove poter discutere di tutto ciò che riguarda la musica e ciò che le gira intorno. Non amo il gossip e i pettegolezzi fini a se stessi, per questo cerco di mantenere un approccio quanto più critico possibile verso i “fatti musicali”. Non sono un esperto, un luminare, un musicista (anche se mi diletto a suonare) o chissà cos’altro, sono solo uno dei tanti che, invece di sparare sentenze al bar, cerca di mettere in fila i suoi pensieri in una forma quanto meno comprensibile. Spero semplicemente di trovare qui altre persone interessate con cui condividere questa passione.

Mi scuso in anticipo se il racconto potrà risultare un po’ lungo. Vi consiglio di mettervi comodi, meglio se vicino al caminetto. All fine del racconto troverete una piccola sorpresa (per chi non la conoscesse), sempre aderente alla storia e al tema del blog, la musica. Ringrazio chi vorrà leggere per il suo tempo e la pazienza.
Buona lettura e a domani con il canto numero 14 di La nuova corte dei miracoli.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

Anche gli ippopotami festeggiano il Natale

Il nastro trasportatore si azionò con un sordo ronzio, e la prima cosa che vide arrivare fu un pacco di pannolini per cani. Il vecchio lo prese con riluttanza, se lo girò in mano per un paio di secondi come se stesse osservando una forma di vita aliena sconosciuta e alla fine lo fece scivolare nello scatolone, pronto per essere imballato. Un po’ di cuscinetti di plastica, di quelli che servono ad attutire i colpi durante il trasporto, un po’ di nastro adesivo azzurro ai lati e il gioco era fatto. Via di nuovo sul nastro, su quella passerella di metallo rumorosa e luminosa che avrebbe condotto il pacco come una star dritto alla premiazione degli Oscar. Il vecchio lo guardò allontanarsi zigzagando per un tratto, poi il piccolo schermo della sua postazione brillò improvvisamente, come al solito vigile ed implacabile. “Oggetto numero 137 pronto per la consegna. Ne rimangono ancora 422”. Il vecchio sbatté gli occhi stanchi e affossati. Valutò lì per lì di tirare un pugno allo schermo. Sarebbe stato gratificante. Ma alla fine optò per un semplice e meno teatrale dito medio.
Si sentiva buono.
Alla fine, lui era Babbo Natale, e quello era il 25 dicembre.

“Babbo Natale” e “dito medio” a poche parole di distanza l’uno dall’altro può risultare strano. Ma ancora più strano è sapere che ora Babbo Natale lavora per la più grande multinazionale del mondo, Alazon. Ebbene si, la modernità – che con lo stesso disincanto con cui distrugge vecchie icone e miti del passato, ne ricostruisce sempre di nuovi alla velocità della luce – può vantarsi di aver mandato in malora uno dei simboli del Natale, anzi IL simbolo del Natale per eccellenza: Babbo Natale, per l’appunto. Come questo sia potuto accadere? Beh, ma è presto detto: avete presente un bambino viziato che pretende continuamente, mese dopo mese, anno dopo anno, pianto dopo pianto, qualsiasi cosa gli passi per la testa? E le cui richieste si fanno col tempo sempre più assurde, impossibili ed esagerate da soddisfare? Ecco, applichiamo questo processo non solo al suddetto marmocchio ma a tutti i marmocchi di tutte le età di tutto il mondo; non solo, ma anche agli adulti di tutte le età del mondo intero, i quali si comportano anche loro proprio come marmocchi viziati. L’effetto sarà incontenibile, ingestibile, ingovernabile, imprevedibile. Non più solo vetusti giocattoli di legno, trenini elettrici, bambole parlanti, monopattini per i più piccoli e maglioncini riciclati ad ogni Natale, bottiglie di liquore, libri e cravatte per i più grandi. No, assolutamente. Le gioie del consumismo passano ora attraverso desideri inconsci che danno vita alle cose più impensabili. E qui arriviamo al suddetto pacco di pannolini per cani. Ma quello non è altro che la punta dell’iceberg. Nel fondo dell’abisso risiedono nuove creature dagli schermi luminosi, ultra HD, super veloci e sempre connessi. L’esercito degli smartphone, computer, tablet, console, televisori, dvd, fotocamere, smartwatch e qualunque altra diavoleria tecnologica a cui abbiamo deciso di affidare le nostre vite. E naturalmente le vogliamo subito, immediatamente, in tempo reale, con uno schiocco di dita. E qui arriviamo invece ad Alazon. Snap!, ed ecco uno smartphone all’ultima moda; snap!, ed ecco una stampante 3D nuova di zecca di cui non sentivamo la mancanza prima che nostro cugino Mario ne decantasse le doti dopo aver visto un paio di video sui social; snap!, ed ecco un affetta-banane di cui non sapremo cosa farcene e che finirà sepolto in tempo zero nel cassetto degli utensili insieme ad altri affetta-banane (di diverso colore, però!); snap!, ed ecco la serie completa da 35 praticissimi dvd sul controllo del respiro e la meditazione di cui ci stancheremo dopo appena un’ora. Possono Babbo Natale e i suoi elfi far fronte a questo delirio? Ovvio che no. Niente più letterine per il caro, vecchio ciccione vestito di rosso, non più. Nel giro di una decina d’anni, il vecchio dalla barba bianca più famosa del mondo ha dovuto fare l’impensabile: dichiarare fallimento e mandare a casa tutti i suoi cari elfi. Le persone si erano ormai dimenticate di lui. Di ciò che ha sempre rappresentato. Alazon era diventato il nuovo Babbo Natale.
Come vi sentireste quindi di fronte a questa prospettiva se foste Babbo Natale? Se ad un tratto il mondo vi voltasse le spalle e voi faceste fatica a stargli dietro? Esattamente. Ed è qui che arriviamo al dito medio.

Neanche si ricordava quando era finito la prima volta in quel postaccio. Doveva essere quasi subito dopo aver dichiarato fallimento, molti anni fa, quando si era deciso a trasferirsi in quell’enorme città di asfalto e cemento che non dorme mai. Aveva faticato ad adattarsi, proprio lui, Babbo Natale, impossibile da credere per uno il cui volto era ovunque, dalle pubblicità in tv alle tazze per la colazione. Era stato vagabondo per qualche mese, poi alcune associazioni per i senzatetto si erano prese cura di lui. Il suo aspetto si era trasformato. Occhi scavati e arrossati, pelle del viso attraversata da rughe, mani scheletriche e, soprattutto, niente più pancione. Era diventato così magro che i pochi vestiti che aveva gli andavano due o tre taglie più larghi. Aveva iniziato a fare piccoli lavoretti in giro, cose che gli garantivano di tirare a campare e di comprare quelle due confezioni di birra alla settimana che erano intanto diventate i suoi personali anestetici contro quella vita alla quale ormai sembrava rassegnato. Qualcuno, un povero diavolo disperato come lui e che aveva perso il lavoro come lui, gli aveva suggerito di farsi la stagione invernale ai magazzini di Alazon della città. Ti spacchi la schiena, gli avevano detto, ma almeno ti becchi due soldi. E Il 25 dicembre pagano doppio.
Che paradosso, aveva pensato. Avrebbe preferito mettere a fuoco a quel posto, piuttosto che buttare sangue per chi l’aveva ridotto in rovina. Ma alla fine sapeva in cuor suo che non poteva fare lo schizzinoso. Aveva scelta? Dove diavolo sarebbe potuto andare? Aveva voglia di fermare ogni persona per strada e urlare loro in faccia: “Non mi riconoscete? Possibile che non sapete più chi sono? Guardatemi, sono Babbo Natale!”. Ma la gente l’avrebbe ignorato, deriso, insultato. L’avrebbero evitato fra la folla, come un pazzo o un appestato, come un’ombra fastidiosa che si frapponeva fra loro e il prossimo negozio dove fare l’ennesimo acquisto di Natale. Se ne sarebbero andati, lasciandolo solo, in mezzo alla neve e al vento della strada. Non avrebbe avuto neanche la forza di provare rabbia, ma solo il peso della disillusione che gli porgeva una mano sulla spalla. I suoi occhi persi, gli occhi di un povero vecchio. E gli occhi dei bambini, quegli occhi che un tempo lo guardavano con stupore, ora lo avrebbero guardato con paura.
Ed era questo ciò che gli faceva male più di ogni altra cosa al mondo.

Il suono della campana che segnava l’inizio della pausa arrivò come il fischio improvviso di un treno. Il vecchio si ridestò come da un sogno, con in mano la merce da imballare. Lesse l’etichetta: “Bocconcini per gatti vegani”. La scaraventò nella scatola con un tonfo profondo e si avviò verso la sala pranzo comune.
Finì per unirsi ad un gruppetto di persone lungo il tragitto e pensò a tre cose. La prima: quel posto era immenso, grande quanto dieci campi di calcio. Era talmente tanto grande che dalle postazioni di smistamento dove lavorava sino alla sala pranzo si impiegava quasi metà della pausa che i lavoratori avevano a disposizione. La seconda: che pur avendo lavorato per quasi 365 giorni all’anno con la sua squadra di elfi per arrivare preparati a quell’unica notte del 25 dicembre, non si era mai sentito così stanco in vita sua come in quel momento. Era vietato sgarrare di un secondo, e i movimenti che doveva necessariamente eseguire gli risucchiavano tutta l’energia che aveva in corpo. Questo conduceva alla terza considerazione: quel posto proliferava sulla disperazione. Si guardò intorno per un attimo e scorse sui volti delle persone lì vicine l’ombra della stanchezza che cercava di nascondere malamente quella dell’angoscia. Quella città era piena di disoccupati e gente che non arrivava a fine mese, disperati proprio come lui, che si erano rassegnati a lavorare chiusi in quella prigione di cemento e merci a luce artificiale come ultima spiaggia. E questo Babbo Alazon lo sapeva bene.
Arrivò finalmente alla sala comune, piena di gente. Si mise in un angolo e tirò fuori dalla tasca un piccolo involto arrotolato alla meno peggio: era il suo vecchio sacco magico che un tempo usava per trasportare i regali. Ci era molto affezionato e lo conservava gelosamente; senza contare, poi, che quel lurido sacco gli tornava spesso utile: in quanto magico, poteva contenere un sacco di roba e poteva arrotolarlo riducendolo alle dimensioni di un fazzoletto. Per quel giorno ci aveva messo dentro un panino, una mela gialla, due birre, una maglietta di ricambio e una copia del quotidiano locale trovata su una panchina. La prima pagina recitava: “Scandalo di Natale: sindaco spende i soldi della raccolta di beneficienza fra caviale e champagne”; poco più sotto, la foto scattata di nascosto del suddetto sindaco in mutande e cappellino natalizio in compagnia di due donne.
Il vecchio stava per addentare il suo panino quando la vide. Era da sola, ovviamente, come sempre. I capelli neri, gonfi e un po’ spettinati, gli occhi dello stesso colore e profondi come quelli delle persone che ne hanno passate tante. Vivy era l’unica che gli ispirasse fiducia in quel posto. Viveva con la madre anziana e con la figlia di quattro anni, tre lavori e un affitto da pagare. Non l’aveva mai sentita lamentarsi di nulla. Non l’aveva mai sentita vantarsi di nulla.
La donna alzò un po’ la testa avvertendo la presenza del vecchio lì di fronte a lei. Gli rivolse un sorriso. Era triste e dolce allo stesso tempo.
Gli disse: “Sai a cosa stavo pensando?”
“No”
“A te”
“A me?”
“Si, proprio a te”. Allargò ancora la bocca – giusto un po’ – in un sorriso timido. Quando provava a farlo una luce bianca come la neve si faceva largo dal fondo degli occhi.
“Pensavo che con qualche chilo in più e un vestito rosso assomiglieresti a Babbo Natale”. Il vecchio si bloccò. Per un attimo il vociare indistinto della sala si perse completamente nell’aria. Sentiva solo il suo respiro un po’ affannoso e il rotolare tumultuoso di tante parole e pensieri che volevano salire a galla, che si arrampicavano su per le montagne del suo cervello, desiderose di vedere la luce. No, non poteva. Voleva bene a quella ragazza, ma nemmeno lei gli avrebbe creduto.
Il vecchio sbatté le palpebre e respinse giù con un calcio quell’enorme ammasso rumoroso. Il vociare della sala riemerse.
I due si guardarono e risero fra loro. Era bello, e il vecchio pensò che gli mancavano piccoli momenti proprio come quelli.
Stettero un po’ in silenzio, ognuno mangiando ciò che aveva fra le mani. Alla fine, non avevano bisogno di parlare, se non ne avevano voglia. Anche quel silenzio andava bene. Erano lì comunque, l’uno con l’altra.
“Che ci fai qui proprio oggi?” chiese ad un certo punto il vecchio.
“Se mi stai dicendo che me lo paghi tu l’affitto per il prossimo mese, allora ciao ciao, me ne vado subito” rispose Vivy con la testa appoggiata alle mani chiuse vicino alle guance. Accennava sempre quel suo sorriso gentile.
“Ma oggi è Natale… tua figlia…”
“Non c’è bisogno che me lo ricordi”. Il tono nella voce di Vivy era cambiato, impercettibilmente, una piccola incrinatura in uno specchio delicato.
“Sofia ha quattro anni ed è da un po’ di tempo a questa parte che non festeggia più un Natale decente, senza regali, dolci e tutto il resto. Soprattutto senza sua madre, che sta sempre qui a lavorare per portare due spicci a casa”. Ad ogni parola, l’incrinatura aumentava.
“D’altronde, che colpa ne ho se quello stronzo di suo padre è sparito quando è nata e non si degna di mandare due soldi, nemmeno in forma anonima, lo stronzo”. Una lacrima sbucò da un occhio ma lei fu veloce ad asciugarsela con la manica della felpa. Il vecchio la guardava e la lasciava sfogare. Vivy prese fiato.
La ragazza continuò.
“Sai, c’è questo ippopotamo…”
“Come?”
“C’è un ippopotamo…”
“Un ippopotamo?”
“Si, un ippopotamo, se mi fai finire capisci che non sto impazzendo del tutto, almeno per il momento. Dicevo, c’è la pubblicità di questo cazzo di Ippopotamo Ballerino che danno ormai in tv, sempre, ad ogni ora, ed è un nuovo giocattolo, i bambini ne vanno pazzi, a quanto pare. In pratica non è altro che un peluche che però canta I want a hippopotamus for Christmas, non so se la conosci, la cantava Gayla Peevey nel ’53, avrà avuto dieci anni se non sbaglio…”. Il vecchio fece sì con la testa. Ricordava quella canzoncina, ed ora ricordava pure di aver visto in tv la pubblicità in questione.
“Insomma, Sofia ha visto la pubblicità in tv ed ora vuole questo ippopotamo ballerino, ed ormai conosce la canzone a memoria”. Vivy si fece scappare una piccola risata, subito seguita da qualche lacrima. “E mi chiede sempre: “Mamma, mamma, voglio l’ippopotamo! Me lo regali?” e va avanti così, e io cerco di dirle che ora la mamma non può e che magari Babbo Natale potrebbe portarglielo, chissà! Ma io non ce la faccio a mentirle, a guardarla e a pensare che a malapena abbiamo i soldi per le bollette, figuriamoci per l’Ippopotamo Ballerino…”. Le lacrime e i sensi di colpa avevano ora preso il posto delle parole. La ragazza singhiozzava ma sempre in maniera discreta, quasi controllata.
Il vecchio continuava a guardarla, preoccupato. Pensava che qualsiasi cosa avesse detto sarebbe risultata fuori posto. Il vociare della sala li inglobò di nuovo
“Ti chiedo scusa” fece il vecchio sommessamente dopo qualche secondo d’incertezza.
“Non preoccuparti, non c’è bisogno di scusarsi”. Vivy si asciugava le ultime lacrime con l’altra manica. L’incrinatura si era risistemata. Si risistemava sempre, nonostante tutto. Il vecchio si chiedeva come facesse, e la ammirava soprattutto per questo.
Si ricordò del balletto che la piccola Peevey faceva ad un certo punto della canzone. Il vecchio gonfiò la pancia e le guance, si portò le mani sul ventre ed iniziò a muoversi a destra e a sinistra, i gomiti ben rigidi che puntavano all’esterno.
Lei rise, ed il sorriso di Vivy era così splendente che riuscì a cancellare qualsiasi lacrime osasse uscire ancora fuori.

Ritornato alla sua postazione, la prima cosa che vide sul nastro trasportatore fu un grosso scatolo contenete un tappetino per giocare a golf da mettere alla base della tazza del water mentre si era seduti a fare le proprie cose. Sulla confezione, un tipo sorrideva stringendo una piccola mazza da golf, seduto con i pantaloni calati. Il vecchio scosse la testa e si rimise al lavoro. Passava di tutto su quel nastro, e l’unica cosa che non passava era un leggero dolore alla schiena; sentiva anche i piedi andare a fuoco per quanto tempo stava ormai in piedi.
Quindici smartphone; sette paia di guanti glitterati; ventotto palloni da calcio dello stesso colore e firmati; tre coppie di rami finti; cinque diversi modelli di uno smartwatch; due braccialetti per misurare il livello di appetito; un vibratore viola da 35 cm; un doppio vibratore da 40 cm; un teleobiettivo che fa da tazza per la colazione; cinque paia di scatole di cerotti a forma di bacon; due scatole con su scritto “Carne di unicorno”; una bocca antirughe; sette altri smartphone; quattro scatole di latta di “Carne di drago”; tre mouse zebrati; uno scopino del wc a forma di microfono. I suoi occhi stanchi si perdevano in quella sfilata senza fine, dove ogni cosa si confondeva con quella prima e quella dopo, tutte uguali, un fiume in piena che sembrava stesse montando di minuto in minuto. Non aveva visto niente del genere in tutta la sua vita da Babbo Natale.
Dopo aver imballato un vestito da squalo per cani, prese l’oggetto successivo, non lo guardò neanche. Stava già per ficcarlo in fondo alla scatola quando si accorse di ciò che stava stringendo: era un peluche dell’Ippopotamo Ballerino. Lo scrutò per un attimo, e si fermò di colpo. Guardò al volo lo schermo: ormai non mancavano molti pezzi alla fine, e se anche uno ne fosse mancato all’appello, nessuno se ne sarebbe accorto. Ogni tanto da quei magazzini spariva qualcosa e nessuno sapeva come.
Non ci pensò su molto. Si guardò intorno, vide solo il caposquadra che se ne stava lontano appoggiato ad una colonna a ridere guardando video su TikTok. Fu veloce a tirare fuori il suo sacco magico da una delle tasche e a ficcarci dentro il peluche. Lo piegò alla rinfusa, tremante, riducendolo alle dimensioni di una pallina da golf, ricacciandoselo di nuovo in tasca. Riguardò intorno. Quello continuava a ridere come un idiota. L’unico che lo osservava era lo schermo della postazione. Si aspettava che da un momento all’altro si mettesse a parlare con una voce robotica e inquietante come un Hal 9000. Ma rimase muto. Il vecchio fece una smorfia. Agguantò un paio di ciabatte leopardate con il pelo e continuò a lavorare facendo finta di niente, maledicendo la sua schiena e quel posto.

I fiocchi di neve stavano ormai scendendo lungo uno dei grossi viali d’ingresso ai magazzini, quando uscirono i primi. I turni delle 20:30 erano finiti. La gente si stringeva uno all’altro, le orbite degli occhi che sembravano vuote per la stanchezza. Avanzavano come un piccolo esercito; dall’alto, il fiato glaciale delle loro bocche sembrava quello delle ciminiere industriali. Chi tossiva sotto quel freddo che faceva gelare i polmoni, chi si era fermato a fumare l’ultima sigaretta, chi si precipitava a prendere l’autobus per ritornare in città.
Vivy augurò buon Natale al vecchio prima di allontanarsi. L’abbracciò e la strinse forte a sé. Intravide la piccola Sofia con sua nonna poco più avanti sul viale mentre attendevano Vivy. I fiocchi iniziavano a scendere sempre più fitti.
Non appena la ragazza si avvicinò alla bambina, Sofia si lanciò in un abbraccio. Il vecchio pensò che dovesse essere bello avere qualcuno da abbracciare dopo essere usciti da un posto come quello. Si soffiò alito caldo nelle mani. Fu in quel momento che con la coda dell’occhio vide la bambina che lo indicava. Si era allontanata dalla madre di qualche passo, ed ora guardava Vivy ed ora lui. Sembrava come eccitata, e quanto più lo osservava, tanto più il suo viso sembrava illuminarsi.
Il vecchio si avvicinò un po’. I fiocchi scendevano leggeri e atterravano delicatamente sotto la luce dei lampioni del viale. La bambina urlava e rideva. Ora poteva sentirla chiaramente. “Mamma, mamma, Babbo Natale! Babbo Natale!”. Vide più in lontananza Vivy che cercava di persuaderla e di convincerla che dovevano andare a casa. Ma non c’era verso. La bambina stava indicando lui, il vecchio. Sofia guardò ancora una volta la madre prima di avvicinarsi lentamente all’uomo.
Il vecchio sentiva la sua gola secca. Mille pensieri iniziarono a rotearli per la testa. Ma non appena la bambina fu vicina a lui, fu come uno shock. La sentì dire ancora: “Babbo Natale! Tu sei Babbo Natale!”. Il vecchio si inginocchiò. Si guardarono entrambi negli occhi per quelli che sembrarono secondi interminabili. Negli occhi della piccola non c’era paura. Non scorse timore, né incertezza. Solo occhi semplici come la neve di una bambina di quattro anni.
Il vecchio tirò fuori il suo sacco magico, rovistandoci dentro. La bambina lo guardò incuriosita, e fu davvero come assistere al big bang quando il peluche fece all’improvviso la sua comparsa dal bordo del sacco. Le guance di Sofia si tinsero di rosso e la sua piccola bocca si spalancò. Prese il peluche, lo accarezzò e si girò verso la madre per mostrarglielo.
“Grazie Babbo Natale”. Quella piccola voce sembrava provenire dall’aria intorno, dalle case illuminate dai camini, da ogni albero addobbato. Al vecchio suonò come la voce di tutti i bambini che aveva reso felici anche solo per un giorno.
Si strinsero l’uno con l’altra, il piccolo corpo di lei contro il debole corpo di lui. La neve scendeva dal cielo silenziosamente per assistere a quel piccolo miracolo. La luce dei lampioni era pallida. Tutto intorno era bianco. Si era fatto silenzio.
Era il più bel Natale di sempre.

Ed ecco la piccola sorpresa. Buone feste a tutti!

Abbracci – The Xmas Carols #12

Il blog Centoquarantadue ci delizia per la seconda volta con un altro racconto, una storia semplice ed estremamente toccante su ciò che che significa fare del bene non soltanto a Natale, ma durante tutto l’anno. E sul fatto che ciò che c’è di buono prima o poi ritorna.

Buona lettura e a domani, che questa volta toccherà a questo blog.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

Centoquarantadue

Oggi apriamo la dodicesima finestrella del Calendario dell’Avvento ideato dal blog il mondo di shiorenche ringraziamo ancora per la splendida idea che ha avuto.
È già stato detto, l’altra volta, che Centoquarantadue è un unico blog con due anime, un Lui e una Lei.

Io sono il Lui, che adora Lei. Scrivere insieme ci permette di mantenere un legame profondo, nonostante la lontananza e altre avversità non meglio specificate.
In teoria io dovrei essere la parte più divertente e dissacrante dei nostri lavori. Lei comunque è la padrona di casa e si occupa anche dei commenti, quindi per ogni reclamo, rivolgersi a Lei.
Qui sotto il mio contributo, mentre il prossimo sarà pubblicato domani suLividi e Musica. Non perdetelo!

Mancavano pochi giorni a Natale e come ogni anno in paese si teneva la consegna del premio per la bontà: durante l’anno, chi voleva, poteva segnalare una o…

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Parole come pietre

La musica è il linguaggio della trascendenza. Il che spiega le complicità che crea tra gli esseri umani sensibili. Li immerge in un universo dove cadono le frontiere, dove l’evoluzione tragica delle società odierne si stempera. L’arte in tutte le sue espressioni può avvicinare persone allontanate da appartenenze ideologiche e politiche differenti. La musica sa riconciliare e unire coloro che, fuori per strada, sarebbero capaci di farsi a pezzi per delle chimere.
Al mondo della musica si accede veramente solo quando si oltrepassa l’umano.
La musica è un universo reale seppure inafferrabile ed evanescente. Un individuo che non si apra alla sua magia, è privo della stessa ragione di esistere.
Il supremo gli è inaccessibile.

Emil Cioran

Cerchiamo di ascoltare buona musica.
Cerchiamo di avere cura della nostra psiche, della nostra interiorità.

Via da qui – The Xmas Carol #11

Il sentimento d’amore è cosa enorme e grandiosa, su questo concordiamo tutti. Purtroppo, c’è gente che crede di avere il diritto di imporre agli altri la propria idea di amore, rapporto, sessualità, famiglia. Nell’undicesima casella di The Xmas Carol, Sara Tricoli del blog LeggimiScrivimi fa un’operazione molto interessante – l’unica, probabilmente, per veicolare al meglio determinati messaggi e facendo risaltare determinate ipocrisie – puntando il dito contro i privilegiati e coloro che credono di essere “normali”: e se vi trovaste voi in questa situazione, come vi sentireste?

Buona lettura e al prossimo canto natalizio.

The Xmas Carol è un progetto ideato da Shio del blog Il mondo di Shioren. Come nella tradizione del calendario dell’Avvento, i blogger partecipanti condivideranno le loro storie, illustrazioni, poesie e pensieri a tema natalizio dall’8 al 24 Dicembre. Ogni autore e autrice ha una propria giornata durante la quale pubblicare il proprio lavoro, il quale verrà poi ricondiviso dagli altri partecipanti sui rispettivi blog. Un modo diverso e divertente per aspettare il Natale.

LeggimiScrivimi il Blog di Tricoli Sara

Buon sabato carissimi Amici, oggi tocca a me aprire la casellina di questo meraviglioso Calendario dell’Avvento ^_^ (Grazie carissima Anna per questa bellissima iniziativa ❤️)

Per chi non mi conoscesse, io sono Sara Tricoli, sono mamma di due ragazzi nati nel 2004 (gemelli), ho fatto vari lavori: commessa, impiegata, promoter… oggi sono un agente in attività finanziaria ^_^ nuovo lavoro iniziato qualche mese fa che mi assorbe moltissimo, ma che mi sta anche piacendo tantissimo 😍

Mi diletto a scrivere e ho pubblicato su Amazon alcuni romanzi rosa, solo una precisazione: uno di questi parla di una ragazza dislessica – storia non autobiografica, ma piuttosto reale essendomi scoperta io stessa dislessica a 30 anni. (trovando molte spiegazioni e forse, facendo un pochino pace con me stessa ^_^)

per chi fosse curioso, ecco il link ai miei libri… https://www.amazon.it/Sara-Tricoli/e/B07P73ZPRT?ref_=dbs_p_ebk_r00_abau_000000. Sara Tricoli una curiosità: le copertine sono state disegnate da mia sorella…

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